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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Natura è cultura

Natura è cultura

Environment

L’impatto umano, per la sua forza trasformativa nei confronti del pianeta, ha raggiunto il livello di scala di un evento geologico. Libri e film riflettono sul tema.

​​Natura è una parola legata al verbo greco ​“faccio nascere" ed esprime il concetto di crescita e sviluppo. È un sistema composto da esseri viventi ma anche da cose inanimate che comunque preservano un ordine e si formano secondo leggi. Muovendosi secondo dei principi, la Natura determina una ampia serie di fenomeni, oggetti, esseri. Natura racchiude quindi un concetto di dinamismo, lo stesso che appartiene anche al termine Cultura. Questa seconda parola affonda invece le sue radici dal latino, dal verbo “colere", coltivare. Indica il lavoro della terra, la coltivazione dei campi, e in senso metaforico, figurato (con Cicerone e con Orazio), viene usata per sostenere che attraverso l'educazione e la filosofia si può agire sull'animo umano ingentilendolo. La cultura quindi esprime il rapporto fra l'uomo e la Natura.

​Oggi viviamo
un pianeta surriscaldato che tradotto nel linguaggio delle scienze sociali, indica un cambiamento accelerato. E accelerati sono tutti gli effetti che questo cambiamento porta con sè: inquinamento, alienazione, cambiamenti climatici, sprechi, malattie. Fino a qualche mese fa nessuno avrebbe immaginato che il mondo si sarebbe fermato a causa di una pandemia e che le nostre abitudini cambiassero così velocemente. È in questo periodo di emergenza ci ritroviamo a essere più consapevoli della nostra fragilità e siamo più propensi a interrogarci su certi cambiamenti in atto. L'invito è ripensare l'uomo nel suo rapporto con la natura nei termini innanzitutto di homo faber prima che homo sapiens. Uomo come essere intelligente che sviluppa e conosce le sue capacità cognitive per intervenire e agire sulla natura, che a sua volta agisce su di lui. Siamo nell' l'Antropocene: una nuova fase in cui l'impatto umano, per la sua forza trasformativa nei confronti del pianeta, ha raggiunto il livello di scala di un evento geologico. Per l'antropologo norvegese Thomas Hylland Eriksen, «nel mondo attuale, la natura è in un certo senso collassata nella cultura» intendendo dire con questo che oggi non vi è spazio, fenomeno o processo naturale, che non sia toccato dalla mano dell'uomo. In tempi di pandemia, il rapporto con la natura è una questione soprattutto di cultura sanitaria e politica ma non nel senso banale che se ne deve occupare la classe dirigente, ma perché ha a che fare con tutti noi, con il destino collettivo. Nella pandemia siamo tutti uguali e in questo nuovo rapporto, la natura è da considerare come un vero e proprio attore sociale capace di agire trasformando la cultura. 

Stefano Nespor nel suo interessante saggio La scoperta dell'ambiente una rivoluzione culturale (Laterza) racconta come la nuova visione del mondo, che ha assegnato all'ambiente un posto di rilievo, si sia affermata negli ultimi 60 anni. È interessante il viaggio che Nespor traccia alla scoperta di come l'uomo si sia reso conto dell'importanza dell'ambiente e della natura al fine di preservare la salute del pianeta. La presa di coscienza dei problemi ambientali come conseguenza delle attività umane è quindi un fatto relativamente recente ma di grande importanza. Riporta Nespor che nel 1962 esce Silent Spring, il libro di Rachel Carson che denuncia le conseguenze dell'uso dei pesticidi. È questo il libro destinato a diventare l'atto di nascita dell'ambientalismo moderno. La cultura nei confronti della natura estende quindi il suo raggio. È la scoperta del pericolo. Una visione interessante e originale sulla trasformazione della cultura legata alla natura la offre anche Gaetano Capizzi, ideatore e direttore del Festival CinemAmbiente, che proprio in questo momento in cui le sale sono chiuse riflette su come certi temi legati alla natura siano entrati nella cultura collettiva. «Rispetto a 25 anni fa i problemi ambientali di oggi sono molto più gravi. Allora si parlava pochissimo di cambiamenti climatici e chi lo faceva poteva anche essere giudicato catastrofista» ha sottolineato Capizzi. «I temi cruciali erano più legati a effetti come l'inquinamento, la caccia alle balene, gli sversamenti di petrolio e a eventi come i grandi disastri ambientali degli anni Settanta e Ottanta: per citarne alcuni Seveso, la tragedia della Pemex di Città del Messico, Bhopal, Cernobyl e la serie delle navi dei veleni calamitosi o degli sversamenti eccezionali in oasi e paradisi naturali. Ma i problemi sembravano lontani, arginabili». In generale tutta la cultura sulla Natura era più relegata a un ambito scientifico e meno alla portata di tutti.

Oggi la constatazione che un cataclisma come il riscaldamento globale, i disastri idrogeologici che in questo ultimo periodo ci hanno colpito da vicino (Vaia, l'eccezionale alta marea di Venezia, le bombe d'acqua su Milano e non da ultimo la pandemia ancora in atto) contribuiscono a migliorare la nostra cultura nei confronti della natura. Rileva Capizzi che il tema dell'ambiente, della sostenibilità, della salvaguardia del Pianeta, della riduzione della plastica mono-uso, del riciclo è diventato il macro tema di tutta la società e di un'intera generazione di giovani. La consapevolezza che il nostro pianeta è in pericolo sta generando un enorme cambiamento culturale che investe proprio tutti ed entra a casa nostra. Basta vedere la pubblicità. Ogni prodotto, ogni brand viene reclamizzato puntando su vaghi ideali di salvaguardia del pianeta. I prodotti vengono reclamizzati come «eco», «a impatto zero», «verdi», sullo sfondo di mari, montagne e laghi incontaminati". Per Capizzi si sta registrando un aumento esponenziale dell'informazione ambientale e una maggiore presa di coscienza da parte della gente. Si va verso quella che lui chiama «una sorta di egemonia culturale dell'ambientalismo». Di conseguenza anche il cinema, che riflette la nostra vita e i nostri costumi, prende la rotta della cultura della natura e della salvaguardia ambientale. «La parola Natura ingloba molti significati come ad esempio il concetto di ecologia, di sostenibilità, di equilibrio» ha detto Capizzi. «Lo hanno capito bene tutti che questo filone ha buone ricadute: produttori, registi, artisti. Ormai da anni il cinema è intriso di questi valori».

Nel cinema, oltre a essere aumentato a dismisura il numero di messaggi ambientali nei film generici si è andato formando un vero e proprio genere ambientalista, reso evidente dal moltiplicarsi delle rassegne e dei festival specializzati. La cinematografia ambientalista si è sviluppata recentemente. Fino a qualche decennio fa il cinema che si occupava di temi legati alla Natura e all'Ambiente era solo denuncia, documento, testimonianza, oggi i contenuti si sono raffinati. Oggi il genere «green» conta migliaia di titoli. Due in particolare sono i film che secondo Capizzi esprimono il concetto che ora la cultura della natura e dell'ambiente vuole fornire anche soluzioni e non solo denunce: Una Scomoda verità del 2007 ha permesso ad Al Gore di essere lanciato come difensore dell'ambiente e ha co​nsentit​o a tutti di conoscere il tema dei cambiamenti climatici; Cattive acque di Todd Haynes, ispirato ad una storia vera, porta alla conoscenza il tema  dei veleni che sono entrati nella nostra vita di tutti giorni dagli abiti a certi capi di vestiario.

 

 

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