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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Il regalo è sostenibile

Il regalo è sostenibile

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Come individuare i marchi ecologici da mettere sotto l’albero di Natale. Guida all’acquisto consapevole che tiene conto dei principi di sostenibilità ambientale.

​Siamo vicini alle feste natalizie e nemmeno la pandemia sembra possa fermare la corsa ai regali. E se in questo strano 2020 lo shopping natalizio si fa tra tante preoccupazioni e difficoltà, alla tradizione quasi nessuno è disposto a rinunciare. Allora non ci resta che sperare che per questo Natale aumenti per tutti la spinta a un consumo più consapevole

La scelta di regalare prodotti belli, apprezzati e soprattutto buoni per l'ambiente e quindi anche per la nostra salute, procede infatti troppo lentamente. Manca ancora la sensibilità. La ricerca della qualità con cui molti prodotti vengono realizzati e che troviamo nelle vetrine dei nostri negozi preferiti è una selezione che oggi poche persone fanno. La scelta etica di fare regali utili e sostenibili, presuppone una adesione libera, quasi una “attitudine".

Se la lotta contro lo spreco del cibo e a favore di una alimentazione sana e consapevole si è tradotta negli ultimi anni in leggi che regolamentano la produzione di prodotti alimentari, delle etichette, del trasporto e conservazione con sanzioni più aspre per chi non rispetta le regole e la messa al bando di prodotti nocivi che fino a ieri consumavamo tranquillamente, di moda sostenibile ancora poco si parla. La nostra conoscenza riguardo a quello che indossiamo o a quello che regaliamo o ai gadget che abbiamo sopra la nostra scrivania, è molto lacunosa.
Fra i regali che mettiamo sotto l'albero di Natale ci è capitato di scegliere diversi oggetti per la casa, soprammobili, oppure biancheria, capi di abbigliamento. Ma come orientarci? Per prima cosa sarebbe necessario migliorare la conoscenza sull'etichettatura ambientale magari attraverso campagne che aiutano a comprendere strumenti europei come la Product Environmental Footprint e l'Ecolabel. Forse non tutti sanno che ci sono i marchi ecologici e che il loro fine è quello di rendere facilmente riconoscibile al consumatore un prodotto ecologico permettendo di effettuare la propria scelta di acquisto consapevole che tiene conto del principio di sostenibilità ambientale. Questo è uno dei modi per incentivare un miglioramento continuo dei prodotti dal punto di vista del loro impatto sull'ambiente.

Quanto ai vantaggi di adottare un marchio ecologico, questi ricadono sia per l'organizzazione che li produce, che ottiene attraverso il marchio ecologico un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti, sia per i consumatori, che sono informati sull'impatto ambientale e possono quindi decidere i loro acquisti sulla base di criteri di sostenibilità ambientale. Inoltre sarebbe utile e necessario informare i consumatori sui sistemi esistenti per il riuso/riciclo degli oggetti compresi anche gli indumenti tessili o per la loro condivisione e abbattere le barriere etico-sociali al riutilizzo dei capi di seconda mano o che contengano tessuti/materiali riciclati.
Ma ogni tanto qualche buona notizia c'è. A darcela è Irene Ivoi, ricercatrice esperta in ecodesign. In applicazione delle direttive UE 2018 851 e 852 del pacchetto UE sull'economia circolare e che modificano il D. Lgs 152/06, arrivano nuove responsabilità sul fine vita dei prodotti per chi li fabbrica. Anche il mondo del tessile è coinvolto. La scadenza per il loro recepimento era il 5 luglio 2020 ma la pandemia ha fatto slittare il recepimento che comunque è entrato in vigore il 26 settembre. Cosa cambierà? Innanzitutto da oggi in poi quando sentiremo parlare di EPR sapremo che si riferisce al concetto di responsabilità estesa del produttore. «Siamo di fronte ad un nuovo viaggio che vedrà i produttori di qualsiasi prodotto, non solo i tessili, impegnati anche economicamente a salvaguardare i rifiuti derivanti dal fine vita di ciò che hanno immesso al consumo» ha detto Ivoi. «I produttori dovranno versare un contributo finanziario che copre certi costi per i prodotti venduti in Italia come quelli per la raccolta differenziata e il loro trasporto, i costi della selezione e del trattamento necessario, la vendita dei rifiuti derivanti dai propri prodotti, quella delle materie prime secondarie ottenute dai propri prodotti e quelli legati alla comunicazione e corretta informazione». La norma vigente conferma la modulazione di tale pagamento secondo principi di ecodesign cioè durevolezza, riparabilità, riutilizzabilità e riciclabilità e della presenza di sostanze pericolose.

Ora facciamo di nuovo ritorno al nostro negozio preferito, anche online, dove è esposto quel bel maglione da regalare alla persona più cara oppure quel berretto o ancora quel plaid. Ci siamo mai chiesti quanto inquina chi produce questi oggetti oppure come sono tinti quei capi? Chi li cuce? Che percentuale c'è di fibre naturali in quel maglione morbido? Se il produttore è virtuoso e lavora tenendo fede ai principi di economia circolare oppure non sa nemmeno cosa sia e sfrutta i propri collaboratori? E quanto scarto viene prodotto ce lo siamo mai chiesto? Perché un capo di abbigliamento costa pochissimo e uno simile costa molto di più? Ecco queste sono le domande che tutti noi dovremmo iniziare a farci. Le nostre scelte non sono neutrali. Possono davvero fare la differenza. Allora se è vero che la rivoluzione può partire da noi, può partire anche dal nostro armadio come ben scrivono Luisa Ciuni e Marina Spadafora nel saggio La rivoluzione comincia dal tuo armadio (Solferino). Le due autrici evidenziano che nel settore della moda, lavorano circa 75 milioni di persone a livello mondiale. Il comparto ha una filiera ad alta manualità dove di trova ancora chi raccoglie a mano il cotone, tosa la lana e la fila, tesse, cuce e ricama. Ma solo grazie alla campagna Detox di Greenpeace l'impatto sull'ambiente dei processi tessili sta lentamente migliorando. Iniziata nel 2011 si è prefissata come finalità lo scarico zero di sostanze chimiche dannose all'ambiente. Infatti ridurre l'impatto ambientale nel settore della moda è un obiettivo sempre più diffuso. Entro il 2030 i rifiuti generati dal settore moda saranno aumentati ben del 63%. «L'acquisto compulsivo e l'assuefazione da shopping -che si registra nei consumatori, fa in modo che i consumi passeranno dai 62 milioni di tonnellate del 2019 a 102 milioni di tonnellate nel 2030» sottolineano Ciuni e Spadafora.

Il consumo di abiti, secondo dati World Bank, è impressionante: ogni anno in media, ogni cittadino americano, per esempio, consuma ben 16 chili di vestiti all'anno. E se pensiamo che questi abiti sono tinti utilizzando coloranti dannosi e tossici e che rilasciano microfibre che non vengono trattenute dai sistemi di depurazione finendo direttamente in mare, qualche pensiero lo dobbiamo fare. Non basta a impressionarci? Allora forse è utile sapere i dati di Green Peace come quelli che riportano che il lavaggio di 6 chili di abiti in acrilico può rilasciare fino otre 700 mila microfibre di plastica. Colpiti e affondati ora? Se il 20% dell'inquinamento delle acque mondiali è dovuto alla produzione dell'abbigliamento, battersi per l'ambiente significa anche dare una seconda possibilità agli oggetti che buttiamo. Ed ecco che anche il design da tempo contribuisce a trasformare scarti in nuovi prodotti con un più alto valore aggiunto. La ricerca di dove acquistarli non è più così difficile come tanti anni fa e la tecnologia può aiutarci. Anche i brand più famosi hanno iniziato la sfida di creare oggetti di design da scarti industriali. Ed è veramente affascinante la reinterpretazione degli scarti perché accende una qualità straordinaria: quella della natura creativa, della capacità di saper vedere in modo diverso, di cambiare il proprio punto di vista e di stimolare gli altri a farlo magari attraverso il nostro regalo che faremo a Natale. E così un oggetto destinato a essere buttato, prende nuova vita, nuove fisionomie e altri usi. Fare regali sostenibili è come tracciare un bel cerchio che aiuta l'ambiente.​

 

 

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