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Mi misuro dunque sono

Society 3.0

Dai passi alle calorie consumate durante il giorno fino ai compiti dei propri figli e alle mail ricevute al lavoro. La tecnologia ci consente di quantificare tutto attraverso device. Il “quantified self” è ormai una filosofia di vita, non priva di rischi.

​​​Le ultime statistiche disponibili dicono che l'Italia è il secondo Paese al mondo per numero di wearables, i dispositivi "indossabili" acquistati, secondo dati Kantar World Panel ComTech aggiornati al 2016. Il boom di questi device è ormai in atto da un paio di anni e hanno cambiato le nostre abitudini. I dispositivi misurano pressione, grasso, attività fisica, ma ci consentono di contare e quantificare qualsiasi attività della nostra vita quotidiana, di tracciare un diario numerico della nostra vita. Una vera e propria filosofia di vita che va sotto il nome di "Quantified Self" e che come ci ricorda Gary Wolf, giornalista del New York Times che, per primo nel 2010, si è interrogato sulla validità e le conseguenze anche etiche di questa pratica quotidiana: «Usiamo i numeri quando vogliamo mettere a punto un'auto, analizzare una reazione chimica, prevedere il risultato di un'elezione, ottimizzare una catena di montaggio. Perché non usarli su noi stessi?». Il giornalista americano si è posto questa domanda poco prima di fondare insieme al collega Kevin Kelly, ex direttore del periodico Wired Usa, il sito Quantified Self, per riflettere con spunti autorevoli sul fenomeno dell'autoconoscenza mediante i numeri e condividerli con la comunità scientifica.

Da allora sono passati otto anni in cui gli strumenti di self tracking, o automonitoraggio, si sono moltiplicati per quantità e sono diminuiti di costo, diventando un fenomeno di massa. Dai bracciali come Nike Fuelband a Jawbone ai molteplici smartband Garmin, da app come SmartThings a Myfitness Pal. E il loro uso è principalmente destinato a due obiettivi: monitorare i parametri vitali, per verificare il proprio stato di salute e di forma, e migliorare le proprie prestazioni. Praticare il "Quantified self" è ormai rapido, economico e spesso automatico. Più difficile invece stabilire se questi devices siano davvero efficaci. Un dubbio fondato secondo recenti studi scientifici che evidenziano come un terzo degli utenti li abbandona entro i primi sei mesi di utilizzo, per contro la misurazione dei propri dati è la prossima frontiera della medicina e della biologia per migliorare il proprio stile di vita. 

Il valore dei complimenti virtuali

Il valore aggiunto offerto da questi dispositivi è la capacità di coniugare elementi oggettivi, come i numeri, con varie sollecitazioni emotive: complimenti virtuali, punti aggiuntivi e premi sono ricompense che hanno il compito di rafforzare un certo comportamento. «In altre parole la quantificazione che include il monitoraggio, l'analisi dei dati e la loro visualizzazione, fornisce la base razionale per il rispetto di un programma, per esempio di una dieta», ha scritto Antonio Maturo, coordinatore del Corso di Dottorato in Sociologia e ricerca sociale presso l'Università di Bologna nello studio Doing Things with Numbers. The Quantified Self and the Gamification of Health. «Invece la gamification, ovvero gli elementi ludici di rinforzo, fornisce il supporto emotivo per rafforzare la motivazione e continuare».

Se è vero che ricorrere a un agente esterno, come una App, per controllare, per esempio, il proprio fabbisogno calorico è positivo in quanto porta a un'assunzione di responsabilità circa il proprio stile di vita, dall'altra parte solleva perplessità il fatto di applicare concetti della sfera economica all'ambito privato. «Nozioni come ottimizzazione, efficienza e aumento delle prestazioni», spiega Maturo, «denunciano una ridefinizione del singolo come un'impresa personale». La prima conseguenza è una considerazione della natura umana come costantemente migliorabile, in un continuo processo di "automiglioramento" in termini di prestazioni e valori (per esempio, di riduzione di massa grassa o di pressione).

C'è da considerare poi anche una forte componente psicologica. Misurarsi non solo rende più difficile accampare scuse quando non ci si prende cura della propria salute o forma fisica, ma vena addirittura di colpa questa noncuranza. In una società in cui ognuno chiede l'approvazione altrui a colpi di like, la condivisione online dei propri parametri e il rispetto dei programmi diventa una virtù sociale, una dimostrazione del saper stare al mondo, assumendo pertanto sfumature etiche. «Il mantenimento del corpo in buona salute e in efficienza risponde non solo a un'esigenza biologica legata alla sopravvivenza, ma anche a un dovere verso noi stessi che ci richiede uno sforzo morale di controllo di certe nostre pulsioni istintive», sostiene Federico Casotto sulla rivista di cultura Doppiozero. «L'obesità allora è una colpa che non si riferisce a valori astratti e spirituali rispetto ai quali, per esempio, l'eccessiva dedizione ai piaceri della tavola dimostra scarsa propensione, ma è connessa a dati fisici osservabili e misurabili. La questione etica ne risulta grandemente semplificata: un indice di massa corporea compreso tra 18,5 e 24,9 ci fa sentire a posto. E così un problema di coscienza si riduce a un problema di cosce». Chi sgarra insomma, non ha più alibi: i numeri parlano chiaro. Chi non riesce a rispettare la dieta commette una colpa e finisce per sentirsi in colpa. Mentre chi è magro, oltre che bello, diventa virtuoso, ripescando il concetto di Kalokagathia, l'ideale di perfezione fisica e morale dell'uomo, secondo gli antichi Greci.

Non è tutto: come suggerisce ancora Maturo, la colpa del singolo non sarebbe lontana dalla malattia. In altri termini, «se leghiamo la salute alla responsabilità individuale, suggerendo che la prima sia solo questione di scelte e che scrupolosi regimi dietetici, diagnostici, sportivi e perfino di prevenzione genetica possano determinare che il mantenimento del benessere, il miglioramento psico-fisico, o l'healthy ageing, abbiamo come conseguenza la colpevolizzazione di chi, sapendo cosa fare, non si adegua». 

In questo modo però si rischia di considerare la salute come un elemento totalmente controllabile e dipendente dalle scelte del singolo. E così si finisce per isolarla da altri fattori, come lo status socioeconomico: se considero ognuno responsabile del suo stato, senza considerare se può permettersi del cibo di qualità, se vive in un ambiente inquinato o fa un lavoro logorante, deresponsabilizzo, in parallelo, lo Stato o quei soggetti che dovrebbero assicurare uguali condizioni di vita per tutti. Perché ancora non esiste una una App che compari i tanti "Quantified Self" e la quantità di dati di noi stessi che ogni giorno mettiamo in Rete condividendoli.

 

 

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