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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Meno burocrazia per salvare l’idea di Europa

Meno burocrazia per salvare l’idea di Europa

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La decima edizione del “Rapporto sulla sicurezza e insicurezza sociale” di Unipolis mette in evidenza la tenuta dell’idea europeista fra gli italiani che temono molto i cambiamenti climatici e i disastri naturali.  

​​​​Rischia di essere un compleanno amaro quello dell’Unione europea che il 25 marzo, anniversario dei Trattati di Roma, taglia il traguardo dei sessant’anni. Mai come in questi mesi l’idea di un Vecchio Continente unito, concepita negli anni bui della Seconda guerra mondiale da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni ed Ursula Hirshmann, e affidata alle pagine del famoso Manifesto di Ventotene, rischia di essere messa in discussione, stretta fra l’avanzata dei populismi e la crisi economica. Eppure gli italiani, nonostante tutto, nell’Europa unita ci credono, con forza, al punto che alla domanda se preferirebbero uscirne, il 60% ha risposto “no”. Inoltre i nostri concittadini non vorrebbero abbandonare neanche la moneta unica. Ai tempi di Brexit un dato per molti inaspettato quello emerso dal X “Rapporto sulla sicurezza e insicurezza sociale”, realizzato da Fondazione Unipolis in collaborazione con Demos&Pi e Osservatorio di Pavia e presentato il 28 febbraio 2017 alla Camera dei deputati.

La ricerca elaborata con la direzione scientifica del prof. Ilvo Diamanti dell’Università di Urbino, è stata al centro di un incontro al quale hanno partecipato l’ex presidente del Consiglio dei ministri e della Commissione europea, Romano Prodi, Lucio Caracciolo, direttore di Limes, lo scrittore Paolo Di Paolo, Gian Guido Nobili, coordinatore del Forum Nazionale della sicurezza urbana e Pierluigi Stefanini, presidente del Gruppo Unipol e di Fondazione Unipolis.

Anche se gli italiani riconoscono ancora l’importanza del progetto unitario europeo, contemporaneamente denunciano una perdita di fiducia senza precedenti nei confronti delle istituzioni di Bruxelles. Se alla fine degli anni Novanta in Italia il 73% dei cittadini dichiarava di riporre fiducia nell'Europa, a inizio 2017 il dato si è ridotto a meno della metà, il 34%. Ed è proprio Stefanini a sottolineare che «i ritardi, le contraddizioni e l’incapacità di affrontare unita la crisi economica e sociale, i problemi del lavoro, soprattutto per i giovani sono in gran parte all’origine della disaffezione e per taluni aspetti del rifiuto di un’Europa della quale si avverte essenzialmente la burocratizzazione, l’ossessione ai vincoli di bilancio».

Il rapporto propone anche un paragone sulla rappresentazione dell'Europa nei telegiornali del “prime time” 10 anni fa e oggi. Nel 2007 si parla poco di Ue, 510 notizie su tutto l'anno e con un frame complessivo positivo. Dieci anni dopo, l'Europa è molto di più sui tg, ma in senso negativo: 2.702 notizie in un anno, di cui il 46% incentrate sulle frontiere e sui confini. La prima voce tematizzata è l'immigrazione: la gestione dei flussi, le politiche di accoglienza, le quote di redistribuzione degli arrivi. Il secondo tema dell'agenda Ue (il 27%) riguarda l'economia e la “dialettica” con il governo italiano. In ombra l'attività positiva delle istituzioni, che vale solo l'8% della comunicazione.

Terremoto e calamità naturali in cima alle paure degli italiani


Non solo Europa ovviamente. L’indagine, infatti, cerca di gettare una luce sulle maggiori preoccupazioni e paure dei cittadini di sette importanti nazioni europee (Francia, Germania, Italia, Polonia, Regno Unito, Spagna e Ungheria). Per quanto riguarda il nostro Paese non stupisce che in cima alla classifica ci siano i timori legati alla “distruzione dell’ambiente e della natura” con il 58% e l’”essere vittima di disastri naturali” (38%). Il recente terremoto nel Centro Italia e i cambiamenti climatici che sempre più spesso fanno sentire la loro azione distruttrice anche sul nostro territorio, iniziano a essere percepiti dall’opinione pubblica come dei pericoli da tenere sempre presenti nell’agenda delle priorità del Paese. Sono spesso vissuti con timore anche “i processi della globalizzazione“ con il 39% e gli “atti terroristici” (44%). A conferma che la crisi economica continua a dominare i pensieri degli italiani di certo non stupirà che l’80% degli intervistati abbia dichiarato di aver percepito un aumento delle disuguaglianze economiche e sociali. Pesa anche l' insicurezza economica. In particolare, in testa alla graduatoria, gli italiani collocano la paura di “non avere la pensione” (38%) e la “perdita del lavoro e la disoccupazione” (37%), in crescita di tre punti rispetto al 2016 e di sette se paragonati a dieci anni fa. Rispetto ad allora si attestano in evidenza anche altre paure, come l'instabilità politica (per il 56%) e il futuro dei figli (per il 50%).

Per quanto riguarda la rappresentazione mediatica di questi fenomeni, il risultato è di scarsa aderenza con il sentimento della maggior parte dei cittadini. Si preferisce, infatti, dare spazio in particolare ai fatti di criminalità comune piuttosto che approfondire le notizie relative all’impatto della crisi economica sul tessuto sociale e sulla vita del Paese. In generale però in dieci anni è cambiata anche l' agenda dei telegiornali. Le notizie potenzialmente ansiogene sono calate dal 28 al 20%, ma compare una nuova “voce dell'insicurezza”, la sfiducia nella politica.

Eppure secondo Stefanini soltanto dando maggiore rilievo a questi temi, sarà possibile recuperare un ruolo di primo piano per l’Unione e rilanciarne i principi di solidarietà, pace, tutela dell’ambiente ed equità sociale: «Bisogna partire da qui – continua il presidente - per affermare il necessario cambiamento nelle strategie e nelle politiche della Ue che devono mettere al centro i bisogni dei cittadini, a partire dal lavoro, da una maggiore giustizia ed equità sociale. Il punto di riferimento deve diventare l’Agenza 2030 dell’Onu, per definire anche per l’Europa e per l’Italia obiettivi concreti di sviluppo sostenibile; i soli in grado di affrontare i grandi cambiamenti indotti dall’innovazione tecnologica e dalla globalizzazione. Spetta alle istituzioni, alla politica come a chi opera nelle imprese e nella società, assumere piena consapevolezza di queste sfide e impegnarsi con determinazione per dare una prospettiva e un futuro alle nuove generazioni».
 

 

 

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