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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Longevità: perché in Italia si è persa

Longevità: perché in Italia si è persa

Well Being

Per la prima volta nella storia del nostro Paese, secondo  il rapporto Osservasalute, l'aspettativa di vita è in calo. Ne parliamo con il presidente dell’Iss, Gualtiero Ricciardi.

​​​​​Gli italiani hanno smarrito la ricetta del vero elisir di lunga vita? A quanto pare sì. «In quindici anni sono stati persi i vantaggi ottenuti negli ultimi 40». Una considerazione che suona come una sentenza, senza appello, quella proferita dal presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Gualtiero Ricciardi, che lancia l’allarme: «Nel 2014 l’aspettativa di vita era di 80,3 anni per gli uomini, e di 85 per le donne; nel 2015 siamo rispettivamente su 80,1 e 84,7. È la prima volta che nel Bel Paese si registra un decremento, anche se minimo». Questi numeri spingono a considerare il primato della longevità degli italiani in serio pericolo? Non proprio, ma di certo rappresenta un campanello d’allarme anche perché oltre al freddo dato del calo, anche se leggero, si nota come il Paese, ancora una volta, sia spaccato in due. «Aumenta anche il divario tra Nord e Sud: chi vive in Campania e in Sicilia ha un’aspettativa di quattro anni in meno di vita, come accade nei Paesi dell’Est,  rispetto a chi vive nelle Marche e in Trentino, con tassi uguali agli abitanti del Nord-Europa. Una delle cause – spiega Ricciardi - va sicuramente cercata nella scarsità delle campagne di prevenzione per la poca disponibilità di fondi: l’Italia destina alla prevenzione il 4,1% della spesa sanitaria totale, siamo praticamente la Cenerentola d’Europa. E le cose non vanno meglio con gli screening oncologici, mai partiti o effettuati a macchia di leopardo».
Prevenzione, quindi, ma anche corrette abitudini di vita hanno fatto e fanno di certo la differenza, ecco perché rappresentano elementi su cui bisogna continuare a investire. Il Rapporto Osservasalute 2015, oltre che il calo della longevità, ha messo in evidenza che l’Italia è un Paese sempre più vecchio con un italiano su 5 che ha più di 65 anni. Ma non solo: si è registrato un vero boom di ultracentenari che oggi sono il triplo rispetto al 2002 (19 mila vs 5650). Sembra una contraddizione ma in realtà chi ha superato il secolo di vita «rappresenta una parte (piccola) della popolazione su cui ha agito sicuramente quella felice interazione tra predisposizione genetica e sane abitudini di vita. Complice sicuramente la dieta mediterranea – continua Ricciardi - che 50 anni fa andava molto più di moda, e il minor tasso di inquinamento dei luoghi, in genere paesini fuori dal circuito urbano, industrializzato e inquinato, in cui queste persone hanno vissuto e vivono tuttora. Tra gli abitanti dell’isola di Okinawa in Giappone sino a qualche anno fa c’era il più alto numero di centenari al mondo che, rispetto al giapponese medio, avevano un tasso di mortalità per malattie cardiovascolari più basso del 59%, e quello per cancro del 69%. E’ stato visto che il merito andava anche ad un regime dietetico ipocalorico, con poche proteine animali e ricco di nutrienti. Tuttavia, anche a Okinawa, come nel resto del mondo, le abitudini alimentari si sono ‘occidentalizzate’ con il risultato che è aumentata l’incidenza di tumori, diabete e malattie cardiovascolari».

Il segreto della longevità: geni e buone abitudini


Cibo, qualità dell’ambiente ma anche predisposizione genetica influiscono enormemente sull’aspettativa di vita e in Italia ci sono le condizioni per trovare il giusto bilanciamento fra questi elementi a patto di fare la giusta prevenzione. Ma la domanda che tutti si pongono è se la scienza, unita alle buone abitudini, consentirà di superare abbondantemente il secolo di vita. Per Ricciardi esiste un limite fisiologico, ovvero il corpo umano si è evoluto per raggiungere al massimo un determinato traguardo. «Tanto che, se è vero che la possibilità di raggiungere i 100 anni è in aumento, è altrettanto vero che quella di superarli è minima.  In un mondo dove tutto è globalizzato – spiega - anche i risultati delle scoperte scientifiche e della medicina possono e devono trovare un’applicazione globale, ma solo se andiamo nella direzione giusta: quella, da parte del cittadino, di adottare ‘buone abitudini’ – una corretta alimentazione, una costante attività fisica, l’abbandono dell’abitudine al fumo e all’abuso di alcol – e quella, da parte delle istituzioni competenti, di proporre campagne di prevenzione efficaci e di offrire a tutta la cittadinanza le stesse possibilità di accesso ai servizi sanitari e di cura». La prevenzione medica, però, sia strettamente legata alla corretta informazione. E in questi mesi il riferimento non può non andare alla campagna anti-vaccini che il presidente dell’Iss ritiene «un vero e proprio danno contro la collettività. Ancor più grave se promossa dalla classe medica che in questo che ha una responsabilità nei confronti della salute pubblica. La vaccinazione antinfluenzale è scesa dal 63,4% al 49% per gli ultrasessantacinquenni dal 2003 al 2015, e siamo dunque ben lontani dalla copertura del 75%, giudicata il minimo dal Piano nazionale prevenzione vaccinale, stilato in accordo con l’Oms».

 

 

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