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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Le aziende sono pronte per gli ESG?

Le aziende sono pronte per gli ESG?

Environment

I criteri di sostenibilità hanno rivoluzionato la gestione aziendale. Come le imprese stanno affrontando al meglio le opportunità e i rischi.

​All'alba dell'avvento del web, qualche visionario si era prodotto in profezie del tipo: le aziende che non saranno su internet, nei prossimi anni di fatto non esisteranno. In pratica è andata così. Ora siamo all'avvento dell'era della crisi climatica, annunciata da decenni ma che solo oggi, con biblico e colpevole ritardo, sta entrando in circolo e producendo anticorpi, o almeno reazioni, nel mondo del business. Sperando che non sia troppo tardi e che, dopo tante parole, si assista finalmente in questi anni 20 del XXI secolo a un decennio di azione per rispondere all'emergenza climatica, ci si può lanciare in quella che non si può più definire una profezia ma semplicemente un'interpretazione di fatti, rivolta però al futuro: le aziende che non si attrezzeranno per gestire l'impatto della crisi climatica sul proprio business, soccomberanno. Come ha detto chiaramente a più riprese, fra i tanti, anche l'ormai ex-governatore della Banca d'Inghilterra, Mark Carney (a fine gennaio 2020 la chiusura del suo mandato), oggi inviato speciale dell'Onu su finanza e cambiamenti climatici: per chi non si adatta, c'è un concreto rischio di estinzione, ha detto intervenendo all'ultimo World economic forum a Davos.

Anche se rappresentano con tutta evidenza le più urgenti, le questioni collegate alla crisi climatica sono però solo una parte di quelle che le imprese devono affrontare quando si parla di sostenibilità a 360 gradi. Un campo vastissimo, complesso e interrelato. Che il mondo del business cerca di osservare, analizzare e comprendere in particolare attraverso la lente dei fattori ESG (ambientali, sociali e di governance). Misurando e misurandosi, valutando, gestendo e pianificando la progressiva integrazione di questi fattori nel modo di fare impresa: trasversalmente, capillarmente, concretamente e, questo è l'obiettivo di fondo, efficacemente.

Si può allora parlare di "ESG readiness" di un'impresa, cioè di quanto un'impresa sia pronta a gestire al meglio le opportunità ma soprattutto i rischi ESG connessi alla propria attività. Per restare sul mercato in modo competitivo, o più semplicemente per restarci. E per attrarre gli investitori, che ormai hanno definitivamente abbracciato gli ESG nell'orientare le proprie scelte e quindi esigono dalle imprese investite o investibili sempre più dati, informazioni, in sostanza conferme sulla loro ESG readiness, specialmente sui temi ambientali e climatici. Emblematiche al riguardo - anche se sono attese alla prova dei fatti - le dichiarazioni di inizio anno di BlackRock, il più grande fondo d'investimenti al mondo, che ha posto la sostenibilità al centro delle proprie strategie. Affermando ad esempio che "il rischio climatico è il rischio d'investimento", che "siamo sull'orlo di una completa trasformazione della finanza" e che "ogni azienda deve fronteggiare il cambiamento climatico". Negli Stati Uniti lo scorso anno gli afflussi di capitale in fondi focalizzati sui temi ESG sono quasi quadruplicati rispetto all'anno precedente.

Le aziende sono pronte per la rivoluzione ESG? Provare a dare una risposta universalmente valida sarebbe a dir poco azzardato, per non dire privo di senso, data la vastità ed eterogeneità dei soggetti e dei temi interessati. Occorre restringere un po' il campo, con carotaggi su platee e tematiche più circoscritte. Ma prima di tutto serve chiarirsi su cosa debba effettivamente intendersi per ESG readiness: «Non bisogna guardare tanto al reporting, ai dati, comunque importanti - dice Marisa Parmigiani, responsabile Sostenibilità e Stakeholder engagement in Gruppo Unipol e direttrice di Fondazione Unipolis -, quanto invece al processo: è da lì che si vede se l'azienda ha gli strumenti e la capacità di gestire il rischio ESG». A questo scopo all'inizio del 2020 in Gruppo Unipol è stata costituita una Task-force ESG, che riunisce le varie funzioni tecniche competenti sull'argomento e valuta i rischi ESG connessi in particolare alle attività core. «Quando tre anni fa abbiamo iniziato a lavorare specificamente sui rischi ESG - spiega Parmigiani - siamo partiti con un approccio micro focalizzato sui rischi operativi. Funzionava in termini di accountability ma sarebbe stato difficile utilizzarlo per ridefinire i processi, che è la vera sfida. Allora abbiamo ribaltato la logica, ponendo il focus sulle relazioni tra rischi ESG, rischi reputazionali e rischi emergenti, come sono appunto quelli derivanti dalla crisi climatica o dalle crescenti disuguaglianze socio-economiche. Abbiamo individuato e analizzato, scoprendo aree importanti di sovrapposizione e interconnessione, i principali rischi ESG subiti e generati, coinvolgendo direttamente il Comitato Rischi oltre al Comitato Sostenibilità. E abbiamo poi lavorato per integrare questo processo nei modelli di analisi di rischio al fine di "trasferirlo" nelle attività caratteristiche del Gruppo più esposte a quei rischi». Un ulteriore elemento di complessità è dato dalla comunicazione, perché comunicare in modo sintetico, chiaro ed efficace un lavoro di questa portata è impresa a dir poco ardua: «Stiamo pensando - conclude Parmigiani - a far "parlare" i nostri prodotti, ma come e con che efficacia è ancora arduo da dire».

La ESG readiness dunque non è solo reporting. Ma dai dati e dalle informazioni, e da come vengono comunicati, non si può prescindere, almeno per iniziare a valutare se un'azienda si è attrezzata col cruscotto adeguato per lanciarsi in un percorso di miglioramento continuo sulla sostenibilità. Non a caso c'è chi parla degli esperti contabili come dei nuovi "eroi del clima", perché l'adozione su scala internazionale di principi contabili condivisi che integrassero compiutamente fattori, rischi, costi legati ai cambiamenti climatici (a cominciare dal prezzo delle emissioni di CO2), sarebbe un'arma potentissima per obbligare automaticamente ogni impresa a muoversi nella direzione che serve.

Restringendo il campo alle aziende italiane cui si applica la Direttiva Ue sulla Dichiarazione Non Finanziaria, i dati dell'Osservatorio DNF costituito dal Csr Manager Network con l'Università di Siena (in due anni ha raccolto oltre 400 report non finanziari) dicono che il tema della sostenibilità appare in effetti come sempre più centrale nelle aziende, coinvolgendo i board. Ma è ancora scarsa l'adozione di un approccio strategico alla sostenibilità. In particolare, sono rari i casi di esplicita definizione degli impegni presi sulla sostenibilità. In assenza dei quali diventa evidentemente difficile capire quanto un'azienda sia pronta a fra propria la sfida degli ESG.

Uno studio analogo di KPMG, sempre partendo da un campione di aziende italiane che effettuano una rendicontazione non finanziaria, ha analizzato a che punto è nello specifico la rendicontazione dei rischi climatici. Un ambito nel quale il punto di riferimento internazionale è costituito dalle raccomandazioni elaborate dalla Task-force on Climate-related Financial Disclosure (TCFD) costituita dal Financial Stability Board. Anche in questo caso, si rileva nello studio come il tema delle emissioni e dei cambiamenti climatici sia sempre più nel mirino delle aziende. Ma sia ancora troppo esiguo il numero di quelle (11) che in Italia supportano le raccomandazioni TCFD, o di quelle (6) che effettivamente illustrano le modalità di gestione dei rischi climatici.

Sostanzialmente allineati i dati anche dell'ultimo CDP Italy Report, secondo i quali aumenta lo sforzo delle imprese italiane (come pure delle amministrazioni pubbliche) nella disclosure su temi e rischi ambientali e climatici. Ma nel complesso l'azione è ancora insufficiente: solo due delle maggiori cento società quotate italiane hanno fissato obiettivi di riduzione delle emissioni allineati con quello che dice la scienza (science-based) a riguardo degli sforzi che sono necessari per centrare gli obiettivi dell'Accordo di Parigi.

Lasciando per un momento l'ambiente e il clima, concentrandosi sulla diversity e in particolare sulla parità di genere, e allargando lo sguardo all'Europa e al mondo, secondo il Gender Diversity Index dell'associazione European Women on Boards, le donne continuano a essere molto penalizzate quando si tratta di assumere ruoli apicali. Prendendo a riferimento le società dell'indice Stoxx Europe 600, risulta che i Ceo donna non vanno oltre il 5%. E che solo nel 7% dei casi c'è una donna fra i membri del Consiglio di Amministrazione. Se si guarda a un altro ambito sociale, quello - delicatissimo - del rispetto e della promozione dei diritti umani nelle attività di business, l'ultimo ranking CHRB (Corporate Human Rights Benchmark) dice che la maggioranza delle duecento società mondiali analizzate, in alcuni dei settori a più alto rischio di violazioni dei diritti umani, mostra performance inadeguate. Si migliora ma i riflessi non sono ancora pronti, insomma.

Non mancano però le imprese che hanno ben compreso, stante l'urgenza della crisi climatica, come la ESG readiness e in generale l'impegno sulla sostenibilità siano questioni, come si accennava, di vera e propria sopravvivenza. Tanto per le singole imprese, quanto per il modello di sviluppo complessivamente inteso, il che vuol dire per tutti noi. A impegnarsi su obiettivi particolarmente sfidanti sono state ad esempio 500 B Corp internazionali che nei giorni della COP25 di Madrid hanno dichiarato l'intenzione di voler accelerare la riduzione delle emissioni di CO2 per raggiungere la carbon neutrality ancora prima di quanto fissato nell'Accordo di Parigi. Il loro messaggio è chiaro: alla sfida della sostenibilità bisogna farsi trovare pronti, certo. Ma già non basta più, perché si è perso troppo tempo. È arrivato il momento di gettare il cuore oltre l'ostacolo.


 

 

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