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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Sul lavoro non conta l'orario

Sul lavoro non conta l'orario

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Lavorare meno, lavorare tutti è il nuovo mantra post Covid-19. Ma è la strada giusta? Changes ne ha parlato con Marco Magnani, docente di Monetary and Financial Economics per l’Università Luiss.

​​Lo ha garantito Deloitte: in Galles e in Inghilterra - negli ultimi 140 anni - il numero di occupati nel settore agricolo sarebbe crollato del 95%. Ma in soli 22 anni - dal 1992 al 2014 - il numero di assistenti sanitari sarebbe cresciuto del 909%, passando da 29 mila a 300 mila occupati. Lo ha ribadito il World Economic Forum: entro il 2022 l'automazione creerà 75 milioni di disoccupati in più nel mondo, ma contribuirà alla creazione di 133 milioni nuovi posti di lavoro, per un saldo positivo di 58 milioni di occupati. E lo si può leggere anche in Reinventing Jobs di Ravin Jesuthasan e John Boudreau: se dal 1985 al 2002 negli Stati Uniti i bancomat sono cresciuti da 60 mila a 352 mila unità, anche il numero degli sportellisti ha osservato una crescita tendenziale, passando da 485 mila a 527 mila per 42 mila lavoratori in più nel corso dello stesso arco temporale. 

Si può dire che la notizia della morte del lavoro fosse alquanto esagerata, parafrasando il celebre telegramma di Mark Twain all'Associated Press che aveva pubblicato il suo necrologio? «Nel corso della storia l'innovazione ha spesso scardinato equilibri consolidati, ma nel lungo periodo ha sempre avuto un impatto positivo sia sulla crescita sia sull'occupazione. Certo i beneficiari non sono generalmente stati gli stessi imprenditori e lavoratori che avevano perso attività e professioni tradizionali. Ma il saldo netto, in termini sia di crescita sia di occupazione, è sempre stato largamente positivo. Ci sono però elementi che inducono a non escludere che questa volta le cose potrebbero andare diversamente rispetto al passato. Il rischio di disoccupazione tecnologica esiste» spiega a Changes Marco Magnani, docente di Monetary and Financial Economics per l'Università Luiss e Senior Research Fellow alla Harvard Kennedy School.

Eppure alcuni elementi sembrano suggerire altre chiavi di lettura: gli Stati Uniti si piazzano alla posizione numero 6 nel mondo per penetrazione di robot nella forza lavoro, con 200 unità robotiche installate ogni 10 mila lavoratori. Ciononostante a gennaio 2020 il tasso di disoccupazione fermo al 3.6% ha quasi raggiunto il livello più basso degli ultimi 50 anni. Le previsioni catastrofiste in ogni caso abbondano, così come i pronostici sul destino comune all'umanità intera: disoccupazione di massa e reddito universale per tutti. Le macchine sembrano pronte a sconvolgere anche il lavoro intellettuale, in un salto di qualità rispetto all'introduzione delle braccia meccaniche.

Magnani suggerisce però una sorta di terza via, bocciando sia chi si oppone al progresso, sia chi prevede il reddito universale per la prima jobless society nella storia dell'umanità. «Bisogna accettare la sfida di una convivenza intelligente tra uomo e macchina. L'avanzata delle macchine diventa l'occasione per investire massicciamente in attività ad alta intensità di lavoro - come educazione, beni culturali, sanità e servizi alla persona - lasciando alla tecnologia quelle che richiedono alta intensità di capitale, come gran parte del manifatturiero. A livello di singola professione, la tecnologia fornisce all'uomo l'opportunità di concentrarsi sulle mansioni difficili da automatizzare, come empatia, creatività, capacità d'interazione e di dialogo», ragiona Magnani, in libreria con Fatti non foste a viver come ròbot (Utet, Milano, 2020, pp. 272).

Ma così come si assiste ormai ad uno scollamento tra valori di borsa e utili a bilancio per alcune tra le società più innovative al mondo, la rivoluzione digitale sembra aver imposto un cambio di passo ormai consolidato anche al rapporto tra crescita e occupazione. «La nuova dicotomia è tra valore di borsa di un'impresa e occupazione generata dalla medesima. Il motivo principale è che non è più scontato, come in passato, che la crescita di produttività si traduca in occupazione. Alcuni anni fa l'Economist rilevava che nel 1990 le Big Three dell'automobile - General Motors, Ford e Chrysler – capitalizzavano circa 36 miliardi di dollari, ne fatturavano 250 e impiegavano 1,2 milioni di persone. Nel 2014 i tre giganti della tecnologia - Apple, Google e Microsoft – pur avendo un fatturato analogo (circa 247 miliardi) capitalizzavano oltre mille miliardi e occupavano solo poco più di 227mila persone. Oggi ognuna delle tre Big-Tech ha una capitalizzazione attorno ai mille miliardi e gli addetti sono in aggregato attorno ai 360 mila. A parità di fatturato, nell'economia digitale viene creato molto più valore con molti meno dipendenti», spiega Magnani.​

Come uscire quindi dal tunnel? Nel dibattito pubblico si è imposta la redistribuzione ai lavoratori del surplus di produttività in arrivo dall'automazione delle mansioni lavorative. Eppure i piani industriali delle grandi banche sembrano suggerire il contrario: a fronte della distribuzione di utili ai soci, l'home banking sostituisce migliaia di bancari. «In un'economia delle macchine la produzione di ricchezza è sempre più indipendente dal lavoro dell'uomo e il rischio è che la ricchezza si concentri sempre più sui pochi che detengono il capitale, con conseguente aumento della diseguaglianza e contrazione della domanda aggregata. Più che un meccanismo di re-distribuzione della ricchezza prodotta, propongo un pacchetto di misure per un tentativo di pre-distribuzione dei mezzi che produrranno la ricchezza: istruzione di base gratuita e obbligatoria (per la scuola), prestito universale (per formazione universitaria o professionale) e capitale di dotazione (per il periodo lavorativo e della pensione). Viene costituito un fondo al quale sono conferite alcune quote del capitale delle attività economiche di futura costituzione e, almeno inizialmente, risorse liquide. Il fondo detiene partecipazioni e investe in tutti i settori dell'economia. Obiettivo del capitale di dotazione è distribuire a tutti una parte della ricchezza prodotta, così da ampliare la diffusione dei benefici dell'innovazione. Questa distribuzione di ricchezza avviene grazie ai rendimenti del fondo erogati ai beneficiari con un dividendo sociale», ragiona Magnani. Appunti per il futuro.​

 

 

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