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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > La sostenibilità diventa storia

La sostenibilità diventa storia

Society 3.0

La gestione attiva degli indici di finanza sostenibile e responsabile (SRI) racconta l’impegno ambientale e sociale di un’azienda. E può diventare una potente arma reputazionale e strategica.

​​La crisi epocale innescata nel 2007 ha giocato sicuramente un ruolo decisivo nell'obbligare la finanza a rivedere almeno in parte le sue logiche e meccanismi di funzionamento. E va riconosciuto l'impatto che una serie di recenti avvenimenti di portata globale hanno avuto nello stimolare la maturazione di un approccio sostenibile nell'ambito degli investimenti finanziari: si pensi, nel 2015, all'enciclica ambientale di Papa Francesco Laudato si', al varo da parte delle Nazioni Unite degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs, Sustainable development goals), allo storico Accordo di Parigi per il contenimento delle emissioni climalteranti nell'ottica della lotta ai cambiamenti climatici.
I frutti che si stanno raccogliendo oggi derivano però anche da una serie di iniziative che per almeno due decenni hanno pazientemente arato il terreno nella comunità finanziaria, preparandola alle accelerazioni di questi ultimissimi anni. Un posto speciale in tal senso è occupato dagli indici di Borsa di finanza sostenibile e responsabile (Sri).

Gli indici Sri hanno fatto la loro comparsa pionieristica all'inizio degli anni '90, negli Stati Uniti, ma è verso la fine di quel decennio che hanno cominciato ad assumere un ruolo rilevante. Sono indici che inseriscono nei loro panieri i titoli di società quotate con performance sociali e ambientali, oltre che economiche, particolarmente elevate. Performance che vengono valutate sulla base di modelli di analisi detti rating etici o, con termine più tecnico, rating Esg (dall'inglese environmental, social and governance).
Fra gli indici Sri più conosciuti figurano il Dow Jones Sustainability Index (Djsi), introdotto nel 1999, e il Ftse4Good, lanciato nel 2001. In realtà si tratta di famiglie di indici, che contengono al loro interno una serie di indici, che si differenziano ad esempio per area geografica considerata (un Paese, una macro-area come l'Europa, il mondo), tipo di attività finanziaria cui si riferiscono (azioni, obbligazioni), settore economico su cui si focalizzano (energie rinnovabili, immobiliare, tecnologia).

Negli anni gli indici Sri si sono attirati anche critiche per le società che hanno incluso o escluso e perché i modelli di analisi che utilizzano, al di là della condivisione di alcuni principi di fondo, possono differire non poco. Tuttavia hanno continuato a proliferare, al punto che ormai è difficile trovare una Borsa valori che non proponga un indice Sri, considerato una sorta di biglietto da visita. «Gli indici di sostenibilità – ha detto a Changes Francesco Bicciato, segretario generale del Forum per la finanza sostenibile, organizzazione che dal 2001 promuove in Italia gli investimenti sostenibili e responsabili – sono una realtà consolidata. Il punto, però, non è il loro numero, né la loro attendibilità come struttura, ma quante sono le aziende che vi rientrano e soprattutto perché vengono usati. La presenza in un indice, cioè, spesso viene considerata dalle imprese come un punto di arrivo, non la tappa di un percorso: ciò che conta, invece, è soprattutto la capacità dell'impresa di essere pro-attiva rispetto all'indice. Ad esempio, per un'impresa che fa parte di un gruppo, adoperandosi per influenzare le altre società del gruppo. O anche nei confronti della filiera».​

Sostenibilità: perché conta essere messi all'indice

Per le imprese quotate, essere presenti o meno in un indice Sri sta diventando sempre più importante, perché può influenzare positivamente immagine e reputazione. E perché aiuta ad essere oggetto di attenzione da parte degli investitori sostenibili e responsabili, platea in continua e forte crescita a livello mondiale. La vera sfida, però, non è tanto nell'avere o meno un "bollino" da apporre, bensì nel riuscire a far leva sulla presenza in un indice Sri per alimentare il racconto di una strategia di sostenibilità.

«Unipol lavora sulla sostenibilità da vent'anni – dice Marisa Parmigiani, Csr manager di Gruppo Unipol -, ma all'inizio il riferimento primario erano i suoi interlocutori tradizionali. Negli ultimi anni lo sviluppo e la formalizzazione di questi temi sono cresciuti moltissimo a livello internazionale, per cui è stato doveroso interrogarsi sull'opportunità che il nostro approccio strategico alla sostenibilità venisse riconosciuto anche al di là degli stakeholder diretti, formalizzando impegni e processi nel consesso internazionale. Un'attività di estrema utilità anche in termini di benchmarking e apprendimento continuo». Proprio a inizio anno, ad esempio, Unipol ha aderito ai Pri, i Principi per l'Investimento responsabile lanciati dall'Onu nel 2006. Poco prima, a dicembre 2016, era arrivato l'ingresso negli indici Ftse4Good. Un anno fa, attraverso Fondazione Unipolis e insieme all'Università di Roma Tor Vergata, Gruppo Unipol aveva promosso la nascita di Asvis-Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile, realtà costituitasi per mobilitare le energie del nostro Paese in un percorso finalizzato agli SDGs.

Rispetto a vent'anni fa, però, quando gli indici Sri muovevano i primi passi, è cambiato il mondo, non solo la finanza. È lecito attendersi l'avvio di una sorta di fase 2.0 per questi strumenti? Michele Calcaterra, amministratore delegato di Ecpi Group, che nel 1999 battendo sul filo di lana lo stesso Djsi lanciò il primo indice etico europeo, Ethical Index Euro – oggi anche quella di Ecpi è una numerosa famiglia di indici -, è fra coloro che hanno vissuto l'intera epopea degli indici di sostenibilità: «All'inizio – spiega - hanno creato curiosità intorno al tema della sostenibilità in finanza. Però, basandosi prevalentemente sulle esclusioni di determinati settori considerati controversi (tipicamente armi, tabacco, alcol, gioco d'azzardo, ndr), hanno costituito anche un freno», ha detto Calcaterra. «Gli indici sviluppatisi successivamente hanno infatti esaltato gli aspetti legati alla positività dell'approccio Sri: più che sull'esclusione, si sono basati sulla selezione delle aziende dai comportamenti più virtuosi dal punto di vista sociale, ambientale e di governance, in altre parole le aziende più solide. La fase 2.0 è quella che stiamo vivendo già oggi, poiché l'approccio positivo è ormai dominante. E credo si proseguirà su questa strada».​

 

 

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