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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > La scienza non usa vocali WhatsApp

La scienza non usa vocali WhatsApp

Technology

Nei giorni del coronavirus un nuovo contagio ci minaccia: quello delle fake news. Contro infodemia, bufale, complottismi e visioni ascientifiche scendono in campo i fact checker e i debunkers.

​Pittsburgh, Stati Uniti 1995. Un uomo rapina due banche a volto scoperto e viene immediatamente intercettato e arrestato. Interrogato dai detective, confiderà la sorpresa di essere stato scoperto, nonostante si fosse cosparso il volto con del succo di limone. Alla base della sua illogica premura il consiglio di un amico, basato su un ragionamento altrettanto insensato: con del succo di limone in volto, aveva suggerito, ciascuno di noi si rende invisibile alle telecamere a circuito chiuso, visto che proprio quel succo è alla base della produzione dell'inchiostro simpatico.

La vicenda di McArthur Wheeler, questo il nome del rapinatore, da comica pagina di cronaca arrivò sulla scrivania di due psicologi criminali americani: David Dunning e Justin Kruger che diedero il via ad una serie di ricerche ed esperimenti sociali postulando il noto "Effetto Dunning-Kruger": "Meno sappiamo, meno riconosciamo la nostra incompetenza e siamo portati a credere più facilmente a false informazioni, in quanto non riconosciamo neppure l'incompetenza degli altri".

L'effetto Dunning-Kruger appare un meccanismo perfetto per spiegare l'esorbitante inondazione di bufale, fake news, teorie del complotto a cui assistiamo nell'infodemia di oggi, dove un coacervo di voci, opinioni, video, foto, meme si accalcano sui social, sulla rete e spesso anche sui giornali.

«Per ricercare il proprio equilibrio ogni essere umano cerca soluzioni facili, euristicamente semplici», ha spiegato a Changes Daria Grimaldi, docente esterno di Psicologia Sociale delle comunicazioni di massa presso l'Università Federico II di Napoli ​.   «Ognuno procede recuperando ciò che ha nella propria mente e quando si è in presenza di una dissonanza cognitiva si avverte la necessità di affidarsi a qualcosa di conosciuto, che ci dia conferme e così siamo portati a credere a notizie semplicistiche, magari poco approfondite, ma che in quel momento soddisfano i nostri bisogni».

Condividere ciò che riusciamo a comprendere ci consola, ma spesso questi contenuti sono semplicistici e dalle scarse o nulle basi scientifiche. Contro il proliferare di questa infosfera medico-scientifica ricca di menzogne, sta crescendo anche in Italia una rete di medici, specialisti, scienziati che hanno fatto della "caccia alle bufale" la loro missione.

Sono i cosiddetti debunkers, letteralmente demistificatori, che con le stesse armi degli affabulatori del web smontano fake news e teorie del complotto. Tra questi c'è il professore Alessandro Conte, direttore dell'Ospedale di San Daniele del Friuli e coordinatore del progetto di debunking "Dottoremaeveroche" del FNOMOCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri).

Sul sito www.dottoremaeveroche.it con dovizia scientifica e linguaggio comprensibile sono smontate le fake news più virali del momento: dagli studi senza fondamento sulla vitamina C, al potere taumaturgico delle bevande calde, dagli untori a 4 zampe dei nostri animali domestici, al farmaco russo Abridol che sarebbe la panacea del virus. Per tutte queste bufale il prof. Conte ha una soluzione: «Attenersi alle fonti ufficiali è sicuramente il primo passo - osserva su Changes – ma per capire se una fonte è affidabile dobbiamo sempre chiederci chi sta pubblicando la notizia? Con quali scopi? Quanti dati e studi sono utilizzati e su quanta popolazione? E poi, qual è la bibliografia riportata? Consigliamo sempre di utilizzare i motori di ricerca per scoprire la data di prima pubblicazione del contenuto e l'identità dell'autore e i suoi percorsi professionali. Infine: bisogna sempre leggere tutto l'articolo e mai limitarsi al titolo spesso clickbaiting (attrattore di click)».

Semplici regole per difenderci dall'inondazione-fake che viaggia anche sulle nostre chat. Negli ultimi giorni su Whatsapp e Telegram sono stati infatti denunciati audio-messaggi divenuti virali ma completamente falsi o impropriamente attribuiti ad autorità e medici. È il caso, per esempio, della disinfestazione aerea che avrebbe dovuto coinvolgere le nostre città, o del vocale in cui una sedicente cardiologa denunciava la presunta mala gestione dell'emergenza sanitaria 'Covid-19' all'interno del Niguarda di Milano.

«Mai credere agli audio messaggi o a alle catene di Sant'Antonio che diffondono falsità di ogni genere. La scienza – avverte il docente - non comunica con audio-messaggi anonimi in chat, ma lo fa sulle sue riviste scientifiche internazionali, che peraltro hanno aperto recentemente anche i loro archivi».

Ma perché condividiamo notizie senza accertarci della loro veridicità? «Ciascuno di noi ha bisogno di sentirsi parte di una rete – osserva la prof.ssa Daria Grimaldi -  Dinnanzi ad una comunicazione della paura potremmo essere portati a rifiutare l'informazione. Da qui le tante teorie del complotto che rifiutano le versioni ufficiali. Ma più di tutto ci terrorizza rimanere inermi, ecco perché condividendo le notizie, spesso senza approfondire, ci sembra di reagire. La condivisione diventa perciò azione: non sono fermo sul divano, condivido e nello stesso tempo non mi sento solo perché parte della rete».

La pandemia sviluppatasi nell'era della post-verità ha dato luogo ad un vero e proprio cortocircuito tra verità e falsità, tra realtà e finzione. Dinnanzi ad un nemico sconosciuto, come quello del nuovo coronavirus, la scienza non ha avuto risposte immediate e questo vuoto è stato colmato dagli spacciatori di menzogne digitali. Purtroppo qualcuno di questi è approdato anche sugli organi d'informazione giornalistica o pseudo tale. «Questo non vuol dire però che scienza e giornalismo siano nemici – avverte il prof. Alessandro Conte –. Il giornalismo è un alleato del fact checking. Scienza e informazione hanno spesso tempistiche ed esigenze diverse, ma lo sforzo deve essere quello di rendere più scientifica l'informazione e più comunicativa la scienza». Rispettandosi e conoscendosi, insomma, scienza e giornalismo possono scalfire la bolla di post-verità in cui navighiamo. Insieme, anche in questo caso, ce la possiamo fare. 




 

 

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