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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > La scienza della perfezione

La scienza della perfezione

Well Being

In una società in cui “imperfetto” è sinonimo di “incompiuto”, l’imperfezione resta il simbolo dell’evoluzione. E dove c’è perfezione, non c’è storia. Changes ne ha parlato con il filosofo evoluzionista Telmo Pievani.

​L'urgenza di cambiare colore agli occhi, sottoponendosi a interventi considerati fuorilegge, in Italia. Chirurghi costretti a dissimulare, di fronte a clienti armati di selfie di vip a cui vorrebbero somigliare. E feste private pubblicizzate direttamente come "Botox Party", in cui donne e uomini si ritrovano a gozzovigliare nelle pause tra una "punturina" e l'altra. In una società che anela alla perfezione, in cui "imperfetto" è sinonimo di "incompiuto", sarebbe un compito quantomeno arduo ribadire e sostenere il ruolo delle imperfezioni nella storia dell'umanità. Eppure è la tesi di Telmo Pievani, filosofo e divulgatore scientifico. Nella scienza l'imperfezione resta il simbolo dell'evoluzione. E dove c'è perfezione, non c'è storia.

Docente di Filosofia delle Scienze Biologiche all'Università di Padova, Telmo Pievani è in libreria con Imperfezione - Una Storia Naturale (Raffaello Cortina Editore, Milano, 2019, pp. 198).  L'autore si rifà all'evoluzionista Darwin per dimostrare che le imperfezioni e i tratti inutili - che connotano ad esempio DNA e cervello dell'uomo - tengono traccia dei cambiamenti passati e rappresentano la premessa di cambiamenti futuri. Il corpo umano è l'esempio delle imperfezioni di successo, caratterizzato com'è da ridondanze che ne garantiscono la funzionalità stessa. Le vertebre caudali, sotto il bacino, sono il residuo della nostra coda. L'appendice ciecale è un tratto dismesso a causa del cambio di dieta, ma potrebbe fungere da riserva di batteri che tornano buoni in caso di infezioni. E lo stesso bipedismo ci riserva alcuni svantaggi.

«L'ubiquità dell'imperfezione è la principale prova dell'evoluzione stessa. Al contrario la perfezione è, per definizione, compiutezza atemporale. Dove c'è perfezione, è già successo tutto. E le alternative sono finite», scrive Telmo Pievani. Tuttavia l'unica, autentica religione laica del nostro tempo appare la dottrina della perfezione. E sono proprio i documentari naturalistici, al contrario di quel che si può pensare, a rappresentare una delle ragioni per cui idealizziamo la natura e il corpo umano come simboli di una perfezione aleatoria. Dalle immagini televisive sembra quasi intuitivo pensare che il mondo vivente sia un grande sistema armonioso e in equilibrio, in cui ogni dettaglio abbia un senso e una funzione precisa, e ognuno giochi il ruolo che le leggi di natura gli hanno assegnato da sempre. «Il punto è che il ghepardo che corre sembra perfetto, ma di rado ci mostrano che dopo un minuto gli viene il fiatone e, se non ha addentato la preda alla carotide, si sdraia all'ombra esausto», scrive Pievani.

La natura invece è imperfetta e in continua evoluzione, così come l'uomo. Perfezione ed eleganza non sono semplicemente criteri propri della natura. «Basta che funzioni, è la norma», appunta Pievani, dal 2015 vicepresidente della Società Italiana di Biologia Evoluzionistica. E a dimostrarlo corrono in nostro soccorso due elementi costituenti di quel meraviglioso ingranaggio chiamato corpo umano. Il cervello dell'uomo, alla pari del DNA, rappresenta quella che l'autore definisce la "madre di tutte le imperfezioni". Non c'è niente di più sgraziato e fragile, e altrettanto ambivalente e imprevedibile, del nostro cervello. Solo 2,8 milioni di anni fa ebbe inizio la crescita dell'encefalo. Un'invenzione bellissima e costosa: brucia il 20% della nostra energia totale. Ciò che contraddistingue il cervello umano è la sua maturazione lenta, per quasi due decenni dopo la nascita. «Eppure il cervello è implicato in compiti fondamentali nei quali noi primeggiamo, come la gestione del corpo, l'integrazione visuale e spaziale, l'uso agile delle dita, la coordinazione occhio-mano, il tatto e la deambulazione», nota l'autore.

Il DNA è invece la seconda "madre di tutte le imperfezioni" del corpo umano (la matrigna, se vogliamo). L'elica che abbiamo imparato a conoscere trasmette il patrimonio genico, «ma se si riproducesse in maniera identica, clonandosi all'infinito, non sopravviveremmo in ambienti che cambiano. Le mutazioni casuali fanno sì che ogni individuo sia portatore di differenze uniche e che abbia maggiori o minori possibilità di sopravvivere e di riprodursi in un dato contesto ambientale», ragiona Pievani. Tuttavia le imperfezioni connaturate al DNA producono anche effetti indesiderati in natura.

Può così succedere che ogni tanto qualche bambino nasca con una piccola coda, un coccige molto allungato e da asportare. Addirittura possediamo ancora i resti archeologici di tre geni che negli antenati rettili permettevano la produzione del tuorlo delle uova. Inoltre un input genetico fa crescere ancora nei feti al sesto mese una fitta lanugine che non serve a niente. È un retaggio del pelo che abbiamo perso e infatti scompare un mese prima della nascita. Registriamo inoltre la nascita di balene provviste di zampe posteriori, del tutto inutili. Talvolta anche i serpenti escono dall'uovo con le zampette. Nell'antichità erano assai pregiati i cavalli che raramente nascevano con tre dita e altrettanti zoccoli. Merito dei cosiddetti geni dormienti/atavici, che fanno rispuntare caratteri andati perduti nel corso dell'evoluzione di una specie. Gli stessi famigerati denti del giudizio rappresentano una delle varianti ataviche del nostro patrimonio genico. E in alcune persone non crescono più perché non più necessari alla masticazione, come invece in alcune fasi della storia dell'umanità.

Nel volume Pievani dà spazio anche all'altra faccia della medaglia. E dopo aver esaltato il ruolo delle imperfezioni nella storia dell'umanità, non usa mezze misure per connotarne negativamente alcuni "effetti collaterali". Le disabilità fisiche e mentali, secondo Pievani, rappresentano una variante delle imperfezioni che caratterizzano la specie umana. Il filosofo è molto schietto: «L'imperfezione ci fa pagare il suo conto sotto le innumerevoli e tristi forme della sofferenza psichica. Schizofrenia e depressione non sono adattamenti ancestrali finiti male, sono problemi. Allo stesso modo, è possibile che le imperfezioni del nostro cervello plastico ed espanso contribuiscano ad aumentare la vulnerabilità a talune malattie degenerative». Sono alcuni dei drammi che connotano la specie umana ancora oggi. E su cui ritocchini e ansia da perfezione non possono nulla. 

 

 

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