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La natura come must

Society 3.0

Dopo anni di scambi digitali e di rapporti virtuali si va sempre più affermando il desiderio di vivere immersi nel verde. Il ritorno dell’ecosofia si scontra con la mancanza di alfabetizzazione ecologica.

​​​Secondo una ricerca dell'agenzia parigina PeclersParis, che anticipa umori e tendenze in più di 40 paesi al mondo, è il momento del mood ecosofico: un approccio ambientalista le cui radici affondano nei principi dell'ecosofia, una corrente di pensiero nata più di 60 anni fa, che pone l'uomo all'interno di un ecosistema planetario. Dopo anni di scambi digitali e di rapporti virtuali, dunque, si va sempre più affermando il desiderio di vivere immersi nella natura, anche se nel concreto questa aspirazione si traduce nel coltivare la terra in spazi urbani (con gli orti condivisi), nell'allevare animali da aia in appartamento (galline in testa) o andare a "respirare" nelle foreste nel weekend. Il trend ha già contagiato numerosi ambiti: dai libri (con i bestseller internazionali La vita segreta degli alberi e la saggezza degli alberi del tedesco Peter Wohlleben), al beauty (con la linea Green me, appena lanciata da Kiko a Pupa Natural Side), dalla moda in fibre ecologiche (nuovo must per Balenciaga) fino al cibo, con le bottiglie di gelatina di amido di riso che si sciolgono appena vuotate (brevetto dell'inglese Maria Idicula Kurian) e i manicaretti vegani dell'influencer chef Tonya Papanikolov. I consumatori, anche in Italia, si stanno adeguando: secondo una rilevazione condotta da Astra Demoskopea su un campione di 1.000 persone rappresentativo della popolazione tra 14 e 79 anni, l'88,4% degli acquirenti mostra un "notevole apprezzamento nell'offerta di prodotti ecologici nei super/ipermercati", l'89,6% degli intervistati si dichiara "disposto ad impegnarsi in prima persona" nella salvaguardia dell'ambiente acquistando prodotti ecologici e il 54,2% afferma di acquistarli e utilizzarli abitualmente.

Certo anche nel settore non mancano i furbetti, che vogliono guadagnare assecondando la tendenza: dato che biologico, ecologico e a km zero sono di moda, «A volte è molto difficile distinguere il vero impegno verde di un'azienda dalla "fuffa": marchi e certificazioni possono essere di aiuto» spiega Mario Salomone, professore di Sociologia dell'ambiente e del territorio all'università di Bergamo. «In generale, occorrerebbe molta più alfabetizzazione ecologica per aiutare i cittadini-consumatori a discernere e a fare le scelte migliori». Oltre agli acquisti, sono soprattutto i comportamenti a fare la differenza: «Su Internet si trovano molti software semplici e divertenti che aiutano a capire l'impatto dei propri comportamenti sull'ambiente e a intervenire su quelli», suggerisce il docente. «In generale, è bene preferire i mezzi pubblici, mangiare stagionale e locale, non sprecare l'acqua, usare o installare fonti di energia rinnovabile danno, specie se messi tutti insieme, un buon risultato. Occorrono continuità e fantasia, sapendo che anche piccoli gesti fanno la differenza, se ripetuti regolarmente e compiuti da tante persone».

Il problema è che, per quanto vada crescendo la consapevolezza che il nostro modello di sviluppo è dannoso per il pianeta, tuttora si tende a ritenere i comportamenti ecologicamente virtuosi come un capriccio di chi "se lo può permettere". Come spiega il filosofo Jason W. Moore nel saggio Ecologia. Mondo e crisi del capitalismo (Ombre corte), il fatto è che da secoli siamo abituati a pensare l'uomo come il "legittimo" padrone della natura, anziché come un essere vivente tra altri, un elemento che fa parte e vive nella natura. Dunque, in molti non capiscono perché dovremmo comportarci diversamente, se non per snobismo o per posa. La verità, invece, scrive Moore, è che il capitalismo non si limita a essere un'economia-mondo, ma è un'"ecologia-mondo", un'ideologia che esprime un rapporto di dominio dell'uomo nei confronti delle risorse naturali del pianeta, che nel tempo si è fatto sempre più spietato. Un esempio di questa intensificazione dello sfruttamento naturale viene dai tempi degli allevamenti intensivi: in questi contesti la durata media della vita dei polli è passata dai 73 giorni del 1955 ai 42-45 giorni del 2005 ed è ulteriormente in riduzione, mentre l'eterogeneità biologica è stata azzerata facendo coincidere il pollo allevato con un solo tipo, il broiler, frutto di un'approfondita selezione genetica.

Il problema? È che questo modello di produzione non funziona: come scrive Moore, "sono finite le nature a buon mercato". E così le soluzioni proposte dal sistema, come gli OGM, gli allevamenti intensivi, il disboscamento per far posto a colture intensive, scontentano sempre più persone non tanto per motivi etici, quanto perché insufficienti. La denutrizione riguarda ancora milioni di persone, i cambiamenti climatici ne spaventano altrettanti, il consumo sconsiderato di acqua rischia di generare la guerra del terzo millennio. Insomma, per citare la lettera Laudato si' di Papa Francesco, «siamo cresciuti credendoci autorizzati a saccheggiare il pianeta. E oggi la crisi ambientale è crisi antropologica, legata al modello di sviluppo: bisogna eliminare le cause strutturali di un'economia che non rispetta l'uomo». 

Allora, se nel ricco Occidente oggi i consumatori si orientano verso scelte più sostenibili, sarà anche perché "possono permetterselo", ma anche per la constatazione dei danni prodotti a livello globale da quel modello. E così, paradossalmente, il vero rischio, spiega Salomone, è che delineare il loro stile di vita come "l'ultima moda" come fanno il citato PeclersParis, ma anche le case di moda, i giornali o il cinema, finisca per «diluire notizie e sfide fondamentali per la qualità della nostra vita e per la sicurezza del nostro futuro e delle nostre società nel grande mare del flusso informativo che passa veloce senza lasciare traccia». Se si vuole agire da ambientalisti, insomma, occorre mettersi in testa di farlo per convinzione e per sempre, non perché il verde ora va molto di moda.

 

 

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