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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > La miglior cura è dormire

La miglior cura è dormire

Well Being

In un mondo perennemente connesso alla Rete, il sonno sta diventando un’emergenza per la salute e per l’economia. E una petizione vuole farlo diventare patrimonio dell’umanità.

​​​​Il sonno è un luogo di libertà non fosse altro perché è l'unico momento della nostra vita ormai soltanto nostro, lontano dal caos e immune dal consumismo. Il 16 marzo  2018 si celebra la giornata mondiale dedicata al sonno, un evento che s​i tiene ormai da 10 anni. Liborio Parrino, direttore della scuola di specializzazione in neurologia dell'Università di Parma è alla guida del Centro di medicina del sonno dello stesso ateneo emiliano, ricorda quando nel 2007 come membro del Wasm (World Association of Sleep Medicine) propose di chiedere all'Unesco l'istituzione di una giornata all'anno per celebrare il sonno come dono al mondo: «Quest'anno vogliamo fare un passo in più con una petizione che vuole rendere il sonno patrimonio dell'umanità, come sorgente e motore dello stare bene».

In un mondo connesso 24 ore alla Rete, dove si può circumnavigare il mondo in aereo in 40 ore di volo e dove i supermercati e le librerie sono aperti stabilmente anche di notte, il sonno sta diventando un'emergenza. «La National sleeping foundation ha fatto uno studio, indicando che dopo i 18 anni si deve riposare almeno 8 o 9 ore. Invece la maggior parte della popolazione dorme, quando va bene, intorno alle 6 ore», ha detto Parrino. «Tutti incuranti che nei tempi deputati al sonno, si deve soltanto dormire. Vedo invece campagne per ridurre al minimo i tempi del sonno: due o tre ore al giorno, da accompagnare con pisolini durante la giornata. Ed è soprattutto una questione economica: più stiamo svegli e più consumiamo, più mangiamo, più teniamo accese la luce e la televisione. Il tutto in contraddizione con un momento storico, nel quale ci si chiede di essere più ecosostenibili, di risparmiare risorse».

Complice la globalizzazione e commerci sempre più internazionali, nell'ultimo trentennio si dorme in media due ore in meno. Eppure i numeri di quest'emergenza sono chiari. Gli ultimi studi sono concordi nell'affermare che più del 40% della popolazione mondiale soffre di disturbi del sonno. Come avviene in Italia a 12 milioni di persone. «Nel nostro paese circa il 16% è soggetto a problemi di insonnia. Esistono 89 patologie del sonno: le più famose sono la sindrome delle apnee ostruttive nel sonno, la sindrome delle gambe senza riposo, l'epilessia notturna, il sonnambulismo o la narcolessia», ha spiegato Parrino. «Quando ho iniziato a lavorare, il 5% della popolazione soffriva della cosiddetta sindrome da apnee notturne. Adesso superiamo abbondantemente il 10%. Di questi, stando a uno studio recente, il 24% sono uomini e il 48% donne. Il 49% del campione, poi, lamenta sopra i 65 anni una forma lieve della malattia». 

Tanto che il neurologo parmense non fa fatica a concludere che è in corso un'epidemia. «Chissà perché negli indicatori della qualità della rientrano i trasporti e l'ambiente, ma non si mette mai il sonno. Purtroppo non entra mai nei ragionamenti di chi fa governance sanitaria. Anzi, è considerato un'appendice secondaria, è una questione, un problema che nessuno vuole mai affrontare», ha aggiunto.

I rischi per la salute e per l'economia

Si dorme meno, non soltanto per divertirsi maggiormente, ma proprio per lavorare di più. Christopher Barnes, professore di management Foster School of Business dell'Università di Washington, ha accusato le aziende di non tenere in conto che «la maggior parte degli orari di lavoro sono in netto contrasto con i ritmi del sonno dei propri addetti». Senza contare che il sonno «non è soltanto importante per i benefici alle aziende e agli individui che producono, ma perché riduce la probabilità che si verifichino eventi negativi sul posto di lavoro». Ma gli effetti sulla nostra vita sono più ampi e incidono in maniera esponenziale innanzitutto sul nostro stato di salute. «Dormire meno riduce l'attenzione, la concentrazione, la memoria. Aumentano la pressione, l'ipertensione, le malattie cardiovascolari, c'è discreto rischio di diabete ed è stato registrato un collegamento anche con i casi di ovaio policistico» ha detto Parrino. «Per esempio, il corpo della donna è un orologio perfetto, e con meno sonno si sballa anche la produzione di ormoni. E poi ci sono ripercussioni anche sulla mortalità: di notte, per esempio, si verificano il numero maggiore di incidenti stradali, nonostante il traffico sia inesistente».

I limiti dei farmaci e le sfide della tecnologia

L'Istituto superiore di sanità ha calcolato che non curare a monte le malattie del sonno spinge il nostro welfare a spendere circa cinque miliardi di euro per affrontare i sintomi causati dal dormire poco o male come le apnee croniche ostruttive. Al riguardo il professor Parrino ci tiene a precisare: «Uno studio dello scorso anno ha evidenziato che i farmaci garantiscono un'evidenza scientifica molto debole», ha sottolineato. «Devo dire che l'interesse verso i farmaci sta scemando: si prescrivono soltanto in casi estremi, perché prima si spiega al paziente come fare a dormire in maniaca adeguata, con una terapia comportamentale mirata».

Dall'America intanto è partita un'industria – con giro d'affari mondiale intorno ai 50 miliardi di dollari - che ha provato a unire medicina e tecnologia per lanciare gadget e App per aiutarci a dormire: la pallina Sense, che monitora i parametri dell'aria e della luce della camera da letto; la fascia Dreem, che si indossa sulla fronte e usa le onde sonore per indurci ad addormentarci; e poi il cuscino refrigerante, le lampadine intelligenti e decine e decine di App, che vogliono sostituire quello che un tempo era il contare le pecorelle. Ma i risultati non sempre sono soddisfacenti. «I gadget tecnologi sono degli aiuti da usare in modo cauto e intelligente. Ma non possono essere considerati sostitutivi del medico» ha detto Parrino. «La comunità scientifica dovrebbe affiancare queste aziende. Ci guadagneremmo tutti, anche perché potremmo ottenere maggiori risorse per studiare il sonno non soltanto in laboratorio, ma anche a casa, in camera da letto, dove si dorme». 

 

 

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