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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > La liquidità del cambiamento

La liquidità del cambiamento

Society 3.0

Zygmunt Bauman ha aperto una nuova prospettiva su come interpretare il futuro. Dalla felicità alla nostra nuova vita digitale, sono tante le domande che avremmo potuto ancora fare al sociologo teorico della frammentazione.

​​​Il cambiamento è il processo col quale il futuro invade le nostre vite. Ma soffermiamoci sui suoi sinonimi e proviamo a farne una lista: cambiamento significa flessibilità, precarietà, incertezza, turbolenza, instabilità,  volatilità, transitorietà e liquidità. Liquidità? Proprio così: i liquidi, infatti, a differenza dei corpi solidi, non mantengono una forma propria. Essi sono sempre inclini a cambiarla e a muoversi con estrema facilità. Ed è questo concetto che ha reso Zygmunt Bauman​, scomparso il 9 gennaio 2017 all'erà di 91 anni, il padre del pensiero moderno e ha aperto una nuova prospettiva su come guardare il futuro prossimo. Per Bauman la nostra vita sociale è caratterizzata, diversamente dal passato, da profonda instabilità degli eventi, da mutamenti repentini e imprevedibili, da incertezza esistenziale degli individui, dalla frammentazione delle loro identità.

Liquidità significa  - soprattutto e appunto -  dissolvenza delle certezze di sempre e delle abitudini che ognuno di noi si costruisce per cercare di restare in equilibrio in questa vita. E mettere in discussione il proprio punto di vista non  è mai qualcosa di banale, tutt’altro.

In un’intervista virtuale con lui tante sarebbero state le domande da porgli. Per esempio avremmo potuto parlare con lui di felicità, del suo concetto di cosa sia  una  vita felice: una vita che non è avulsa dai problemi; piuttosto che deriva dal superamento dei problemi, dal risolvere le difficoltà, dall’affrontare le sfide. 

Avremmo potuto chiedergli se fosse riuscito a fare il grande salto e a superare la paura delle paure, quella paura ancestrale che deriva dalla consapevolezza della nostra mortalità e dall’impossibilità di sfuggire alla morte. Se fosse riuscito ad accettare che è proprio la nostra consapevolezza di essere mortali, e dunque la nostra perenne paura di morire, a renderci umani e a rendere umano il nostro modo di essere nel mondo.

Se avesse ancora senso di parlare di cultura, come qualcosa che da sempre ci ha aiutato a colmare l’abisso che separa il transitorio dall’eterno, il finito dall’infinito, la vita mortale da quella immortale; l’impulso a costruire un ponte per passare da una parte all’altra del precipizio; l’istinto di consentire a noi mortali di incidere durevolmente sull’eternità, lasciandovi un segno immortale del nostro pur fugace passaggio.

E cosa avrebbe risposto su come si sopravvive ad un mondo liquido, dove -  con la crisi del concetto di comunità - emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi, da cui difendersi. Come si fa ad accettare una cultura del nemico. Un mondo dove non c’è più rispetto per l’altro, la morte è diventata banale, tanto che uccidere è una modalità per risolvere un problema. Non c’è più il senso del mistero e del limite dell’uomo.

Avremmo parlato, naturalmente, di social network, di come hanno cambiato la protesta sociale, di come hanno cambiato noi e il nostro modo di fare relazione, di perché ci hanno “intrappolato” in una dimensione parallela. Come sarà domani? Quale peso avrà la nostra vita digitale? Baumann era uno dei pochi avrebbe saputo rispondere perché sapeva guardare lontano. Ecco cosa pensava Bauman del nostro essere diventati animali sociali su Internet.

«La questione dell’identità è stata trasformata in qualcosa a cui è stato dato un compito: è necessario creare la tua comunità. Ma non si crea una comunità, o ce l’hai o no; ciò che i social network possono creare è un sostituto. La differenza tra la comunità e la rete è che si appartiene alla comunità, ma la rete appartiene a voi. È possibile aggiungere amici e eliminarli, è possibile controllare le persone con cui siamo legati. La gente si sente un po’ meglio, perché la solitudine è la grande minaccia in questi tempi di individualizzazione. Tuttavia nella rete è così facile aggiungere o eliminare gli amici che non abbiamo bisogno di abilità sociali. Queste si sviluppano quando sei per strada, o sul posto di lavoro, e incontri persone con le quali devi avere un’interazione ragionevole. Devi affrontare le difficoltà di coinvolgerli in un dialogo. Papa Francesco, che è un grande uomo, ha dato la sua prima intervista a Eugenio Scalfari, un giornalista italiano che è un ateo auto-proclamato. È stato un segnale: il dialogo reale non è parlare con persone che la pensano come te. I social network non insegnano il dialogo, perché è così facile evitare le polemiche… Molte persone usano i social network non per unire e per ampliare i propri orizzonti, ma piuttosto, per bloccarli in quelle che chiamo zone di comfort, dove l’unico suono che sentono è l’eco della propria voce, dove tutto quello che vedono sono i riflessi del proprio volto. Le reti sono molto utili, danno servizi molto piacevoli, però sono una trappola».
Zigmunt Bauman

 

 

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