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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > La finanza sostenibile è disruptive

La finanza sostenibile è disruptive

Environment

Per le aziende è diventata mainstream, obiettivo che non troppi anni fa pareva irrealizzabile. Adesso è atteso il salto di qualità: fare in modo che diventi uno strumento al servizio della costruzione di un modello di sviluppo diverso.

​​​La considerazione di elementi anche ambientali, sociali e di governance (Esg) è ormai entrata stabilmente nel modo con cui si guarda agli investimenti, specie da parte dei grandi investitori istituzionali ma sempre di più anche nella prospettiva dei risparmiatori individuali, millennials in testa. In una parola, la finanza sostenibile è diventata mainstream, obiettivo che non troppi anni fa pareva irrealizzabile. Ma proprio ora che questo è stato raggiunto, altri e ancora più ambiziosi obiettivi sembrano affacciarsi all'orizzonte, producendo quel fermento di cui si diceva. Quali? Si possono sintetizzare così: far sì che la finanza sia realmente uno strumento al servizio della costruzione di un modello di sviluppo sostenibile.

Un notevole contributo al fermento che lo Sri sta vivendo è arrivato a fine 2016 dalla Commissione europea. Bruxelles ha infatti istituito un gruppo di esperti, l'High Level Expert Group on Sustainable finance (HLEG), a cui ha affidato il compito di dare indicazioni, in pratica, su come orientare le dinamiche dell'intero sistema finanziario europeo nel senso della sostenibilità. A luglio l'HLEG ha pubblicato un Interim report (quello conclusivo entro fine anno) e se anche solo alcune delle raccomandazioni che propone trovassero concreta attuazione, ci troveremmo di fronte a innovazioni che non pare esagerato definire radicali. Una su tutte riguarda il concetto di fiduciary duty, cioè il dovere da parte di chi gestisce soldi per conto di altri di farlo con prudenza e lealtà, come dire con la diligenza del buon padre di famiglia. Un'interpretazione conservativa del fiduciary duty, schiacciata esclusivamente sull'attenzione al rendimento finanziario, ha di fatto costituito l'ostacolo forse maggiore all'integrazione di fattori Esg nella valutazione degli investimenti. HLEG chiede invece in modo netto, rivolgendosi prima di tutto ai regolatori, che si chiarisca una volta per tutte che interpretare correttamente il fiduciary duty significa tener conto di considerazioni legate alla sostenibilità. Il fatto che si stia pensando di avviare esperienze simili a HLEG anche in altre parti del mondo, ad esempio in Canada, la dice lunga su quanto la scossa innescata in Europa si sia propagata a livello internazionale.

La grande vivacità del momento per lo Sri è confermata se si passa da Bruxelles a Berlino. Nella capitale tedesca si è svolto a fine settembre l'incontro annuale di PRI (Principles for Responsible investment), l'iniziativa promossa dalle Nazioni Unite nel 2006 per promuovere la finanza sostenibile. Cresciuto negli anni, PRI in Person, questo il nome dell'evento, è oggi il principale evento internazionale sulla finanza Sri, senza nulla togliere alla Sri Conference che si terrà a San Diego ai primi di novembre e che non ha eguali come tradizione (è alla 28a edizione). È proprio a Berlino che i maggiori player finanziari del mondo che si dichiarano impegnati sul fronte della sostenibilità si sono visti rivolgere quasi una provocazione da Christiana Figueres, ex-Segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) che a dicembre 2015 riuscì nel "miracolo" dell'Accordo di Parigi sul contenimento delle emissioni di Co2 nell'ottica del contrasto al climate change. I firmatari dei PRI sono più di 1.800 e insieme gestiscono asset per circa 70 trilioni di dollari (70mila miliardi di dollari): a loro Figueres ha chiesto quello che in un certo senso si potrebbe considerare un altro miracolo, ossia dirottare l'1% degli asset verso investimenti green, cioè in energie rinnovabili e in tecnologie amiche dell'ambiente. Si tratterebbe di una piccola percentuale per colossi di quel calibro, ma di un grande segnale per l'intero mercato: 700 miliardi di dollari potrebbero abbandonare asset a basso tasso di sostenibilità (le fonti fossili di energia, per dire) e colorarsi di verde.

Per stare in casa nostra, di iniziative potenzialmente e simbolicamente dirompenti si è parlato anche durante il Salone della CSR e IS che si è svolto la settimana scorsa all'Università Bocconi di Milano. Segnatamente all'incontro #diSRIptive, dove ha tenuto banco anche la campagna per il disinvestimento dalle fonti fossili di energia che proprio in quei giorni ha messo a segno un risultato clamorosamente positivo, con 40 istituzioni e organizzazioni cattoliche di tutto il mondo (fra cui il Sacro Convento di Assisi e la Conferenza episcopale belga) che hanno annunciato la loro adesione al divestment. Fra le proposte messe sul piatto al Salone, c'è ad esempio l'ipotesi di coinvolgere le università per definire un modello di valutazione condiviso del grado di sostenibilità degli investimenti. Un tema da sempre particolarmente sentito, quello della disomogeneità nei modelli di rating di sostenibilità che vengono utilizzati e talora addirittura della stessa terminologia di cui si fa uso, e rispetto al quale un network di università che vi si dedicasse potrebbe costituire un soggetto con caratteristiche di terzietà e trasparenza particolarmente spiccate. Un'altra proposta "disruptive" di cui si è discusso è la realizzazione di un green bond per la Terra dei fuochi, che nel dibattito è stata non solo apprezzata ma giudicata tecnicamente fattibile. Del resto, nei giorni scorsi alla Camera, è stata la stessa Consob, per voce di un suo commissario, a parlare della possibilità per lo Stato italiano di emettere dei BTP green. E a definire quello dei green bond un fenomeno che può diventare di massa.​ 

C'è poi il tema degli SDGs, gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile (o Global goals) lanciati dalle Nazioni Unite nel 2015. Da più parti vi si guarda come a un nuovo possibile quadro di riferimento su cui innestare metodologie di analisi e valutazione della sostenibilità degli investimenti. A Berlino diversi grandi investitori istituzionali, fra cui il gigantesco Calpers (il fondo pensione dei dipendenti pubblici della California, con asset per oltre 300 miliardi di dollari), hanno parlato del lavoro che stanno sviluppando in questo senso. Ma la grande novità a questo riguardo è arrivata da New York, proprio nei giorni in cui si celebravano i due anni dal lancio degli SDGs. Si tratta del lancio della World benchmarking Alliance, che vede fra i promotori gli inglesi di Aviva e la UN Foundation: ha l'obiettivo di sviluppare un modello di valutazione delle imprese sulla base del contributo offerto al raggiungimento degli SDGs. Con informazioni rese pubbliche, a chiunque accessibili e soprattutto comprensibili. I primi risultati potrebbero arrivare tra un paio d'anni. E per allora forse si sarà già iniziato a parlare non più di finanza Sri o Esg, ma di finanza SDGs. Il fermento, insomma, continua.​

 

 

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