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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > La felicità è nel Dna umano

La felicità è nel Dna umano

Society 3.0

In tempi di pessimismo cosmico e disperato, presi nella morsa del populismo, qualunque cosa voglia dire questa parola che non amo, e della disillusione impotente, una lettura di Blueprint di Nicholas Cristakis ha il potere di cambiare segno alle visioni.

L'ho sparata grossa, ma lo credo davvero: Blueprint di Nicholas Cristakis è un libro di quelli che il segno lo lasciano proprio. Blueprint già è difficile da tradurre. Forse, varrebbe la pena di provare con impronta genetica, ma serve pure dare l'accezione di progetto e trama.

Christakis, premessa doverosa, è professore di Social e Natural Science all'Università di Yale, e indaga nel suo volume una questione di cui si parla da sempre ma che, in effetti, per lo più ha preso una deriva distopica: gli esseri umani, quando trovano una propria identità in un gruppo, finiscono con il generare solo disastri e tragedie sociali? 1984 di George Orwell valga da monito, ma infiniti altri sono gli esempi letterari di un topos abbastanza condiviso dai tempi del buon Hobbes: se l'uomo si comporta verso gli altri uomini come una bestia mossa da istinti violenti, la tendenza ad aggregarsi con altri simili è solo difensiva, per mitigare insomma questa ferocia. E in sé porta ahinoi il germe del conflitto e della violenza come motore delle società umane.

Christakis, pazientemente e, bisogna dirlo, con un incredibile lavoro di raccolta di evidenze empiriche, risultato di esperimenti fatti nel suo centro di ricerca ma realizzati anche da molti altri studiosi, cerca invece, come accennato all'inizio dell'articolo, di cambiare segno. L'uomo è un animale sociale che sceglie la condivisione e l'identificazione in un gruppo come tratto distintivo del suo Dna e dei suoi geni. Ma questa impronta, premiata dalla selezione naturale, è ispirata in positivo a un fatto per l'appunto spesso dimenticato: gli esseri umani, a qualunque latitudine longitudine altitudine e pressione atmosferica, condividono alcuni tratti universali.

Per banale che sia, a me pare che la tesi sviluppata nel libro sia davvero dirompente: perché non cerchiamo di metterci nelle condizioni di riconoscere la nostra umanità? Gli homo sapiens cercano istintivamente di associarsi in gruppi e, altrettanto istintivamente, sono accomunati da alcuni comportamenti che vanno a costruire quella che Christakis chiama una social suite, un pacchetto software completo di tratti distintivi che possiamo trovare pre-installato ovunque nel mondo: tra di essi l'amicizia, l'amore per il partner e la cura per gli anziani, il senso di dolore e condivisione che nasce quando dobbiamo affrontare la morte, l'istinto ad aiutare e a cooperare con chi riconosciamo come membro del nostro gruppo.

Su quest'ultimo punto, la domanda che si pone l'autore è ancora una volta positiva: è possibile condividere un'identità con chi fa parte del nostro gruppo senza arrivare a odiare chi non ne fa parte? La risposta è chiara e supportata da evidenze che vanno dalle tribù di caccia e raccolta della Tanzania fino ai guru della Silicon Valley: sì. La strategia cooperativa e fondata sull'amicizia (Aristotele avrebbe usato la parola philia, ma il concetto è proprio quello) è connaturata al genere umano, come un'impronta genetica, appunto. E i geni non solo modificano la struttura del nostro corpo e dei nostri comportamenti, ma pure la struttura e il funzionamento delle nostre società.

Christakis si serve di una metafora molto efficace per dire che, certamente, ci sono differenze tra gruppi ma non è il punto su cui concentrare l'attenzione. È vero che a Seattle e a Los Angeles c'è un tempo atmosferico diverso (se volete, contestualizziamo l'esempio con Milano e Palermo). C'è una temperatura diversa, c'è un'intensità del vento diversa, i livelli di precipitazione sono chiaramente distinti e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, le condizioni meteorologiche diverse sottendono a un clima le cui leggi fisiche sono le stesse, qualunque siano le coordinate su cui concentriamo la nostra attenzione.

Il dna umano ha selezionato evolutivamente caratteristiche universali che fanno dell'homo sapiens una creatura tesa, strategicamente, alla cooperazione. Già, perché aiutarsi e costruire relazioni amicali si rivela, di fatto, una strategia efficiente. E allora, in tempi di massima polarizzazione politica e di disuguaglianza economica al top da decenni, forse concentrare l'attenzione sulla costruzione di dinamiche sociali giuste è il modo più utile di progettare il futuro.

Di cambiare segno, appunto, alla visione distopica per avvicinarla non necessariamente all'utopia, ma a una più robusta realtà supportata dall'evidenza. Questo non vuol dire che gruppi di esseri umani non possano produrre comportamenti sociali disastrosi: esattamente come gli atomi del carbonio possono dare luogo al diamante come al carbone in funzione delle connessioni che creano tra loro, così le strutture sociali degli esseri umani possono produrre comportamenti sociali nefasti come comunità funzionali.

Viene citato un libro del 1841, del giornalista scozzese Charles Mackay: Extraordinary Popular Delusions and the Madness of Crowds. In esso, la folla viene descritta come un sistema caotico il cui comportamento può diventare irreversibile e tradursi, appunto, in tragiche conseguenze. Una frase dall'opera sia da monito: "Gli esseri umani impazziscono in branco, mentre rinsaviscono lentamente, ad uno ad uno". L'opera di Christakis mostra tuttavia, attraverso anche i risultati di esperimenti condotti su scala enorme con l'uso di social networks e delle reti online, come ciò sia vero ma come sia vero anche che nell'individualità c'è il germe di un'umanità felice. È un'impronta genetica, cominciamo a riconoscerla.

 

 

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