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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > L'uomo è buono o cattivo?

L'uomo è buono o cattivo?

Society 3.0

La domanda è un paradosso antico che divide il mondo in due. Richard Wrangham, dell'università di Harvard, ha pubblicato un saggio utile a far luce sull'evoluzione umana.

​Gli esseri umani sono intrinsecamente votati alla bontà o, piuttosto, geneticamente programmati per cedere al lato oscuro della Forza? Certi che, almeno una volta nella vita, vi siate posti la fatidica domanda, ci azzardiamo a considerare probabile che siate divisi in due squadre, a seconda delle vostre reminiscenze liceali.

Da un lato, quindi, i rousseiani convinti che, attratti dal mito del Buon Selvaggio, parteggiano per la natura squisitamente positiva degli homo sapiens allo stato brado, corrotti via via dalle istituzioni, la sete di potere, l'effetto della pressione sociale che scatena gli istinti più biechi.

Dall'altro, invece, i tifosi di Hobbes e dell'homo homini lupus, per i quali, senza l'intervento di un Leviatano, ovvero di uno stato organizzato che, per mezzo del controllo sociale, temperi la violenza intrinseca alla nostra specie, il nostro destino sarebbe una lotta perenne e sanguinosa. Gli studi nei secoli e nei decenni si sono alternati, ora facendo leva sull'una o sull'altra scuola di pensiero, ma ora un biologo e antropologo americano, Richard Wrangham, dell'università di Harvard, ha pubblicato un saggio, se non proprio definitivo, certo utile a far luce sulla questione: The paradox of goodness: la strana relazione tra virtù e violenza nell'evoluzione umana.

Wrangham ha studiato per decenni il comportamento dei primati e dei bonobo, allievo di Jane Goodall (se vi ricordate Sigourney Weaver in Gorilla nella nebbia, stiamo parlando di quelle ricerche là). A stretto contatto con i nostri lontani progenitori, negli anni si è addentrato nell'ancora più complessa giungla dei comportamenti umani e, forte dei risultati dei suoi studi, ha provato a spiegare in modo accattivante la sua teoria. Il libro comincia e finisce con alcune immagini, per l'appunto, paradossali: Hitler e la sistematica eliminazione di milioni di Ebrei e che pianse a dirotto per la morte del suo cane; Auschwitz orrendo simbolo di quali possono essere gli effetti nefasti di una strategia di cooperazione tra esseri umani votata allo sterminio tra simili.

Come è possibile che l'uomo sia al tempo stesso capace di lanciare una bomba atomica su città inermi e affrescare la Cappella Sistina? Wrangham comincia la sua disamina con una citazione non causale di Francis Scott Fitzgerald: «Il primo test per valutare l'intelligenza di una persona è la sua capacità di avere in testa due idee opposte. E di continuare a funzionare». Per domande complesse servono risposte altrettanto complesse, il che significa che hanno ragione sia Rousseau sia Hobbes. O, se preferite, entrambi torto. La natura umana, secondo Wrangham, è il frutto di una lenta strategia evolutiva, lunga diverse centinaia di migliaia di anni, in cui l'homo sapiens si è auto-addomesticato rispetto agli istinti delle sue origini da primate. E ha sviluppato due linee comportamentali opposte: da un punto di vista di aggressività reattiva, infatti, gli uomini sono la specie più tollerante, comprensiva e docile presente in natura (il che significa che, al di là di una zuffa verbale se qualcuno non rispetta la coda dal panettiere, è assai improbabile che finirete con il falciarlo a colpi di machete).

Se, invece, guardiamo all'aggressività pro-attiva, fredda e calcolatrice, allora gli esseri umani possono appunto deliberare scientemente una violenza sistematica che, appunto, si traduce su grande scala in Olocausto e Hiroshima. Queste due anime (termine che uso nell'accezione più laica possibile) convivono e sono appunto il frutto di una lenta casuale feroce e limpida strategia evolutiva. L'ipotesi è che, agli albori dei tempi, quando, per capirci, i primi uomini giocavano con le ossa in attesa del monolito di Kubrick, lo sviluppo del linguaggio comportò una modifica della traiettoria evolutiva.

All'interno delle piccole società pre-umane di allora, infatti, i maschi-beta tramarono cooperativamente per eliminare gli alpha dominanti e violenti. Contemporaneamente, però, essi svilupparono un senso morale che, basato sulla paura della non conformità, portò a spegnere gli entusiasmi della rissa a favore di discussioni più ragionate e placide. Nel giro di migliaia di generazioni, ciò si è tradotto in basso istinto violento intra-comunitario e predisposizione a lucida violenza in trasferta.

The paradox of goodness è straordinario nel descrivere le somiglianze di comportamento tra esseri umani a tutte le latitudini e nel tempo, attento anche a non trarre da un fatto scientifico (l'evoluzione) pericolosi suggerimenti per il futuro. Se è vero, infatti, che un sistematico ricorso ad esecuzioni capitali (quelle dei maschi alpha) concorse inizialmente a stabilire l'ordine e la pace all'interno di un gruppo, Wrangham ci tiene a sottolineare come, nel 2020, il ricorso alla pena di morte sia in realtà uno strumento piuttosto stupido, non giustificato da alcuna strategia evolutiva né da potenziali risultati attesi (riduzione del tasso di criminalità, ad esempio, cosa che non avviene affatto). Il paradosso della bontà è un libro che getta una luce nel pozzo oscuro del nostro passato, senza necessariamente illuminare anche il futuro, se non per fondarlo scientificamente su una solida base: l'evoluzione complessa di una specie vivente.

 

 

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