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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Jurassic Park: chi sono gli archeologi della biodiversità

Jurassic Park: chi sono gli archeologi della biodiversità

Environment

Ristabilire il vecchio equilibrio naturale ormai compromesso dall’uomo è la loro missione. Così strappano all’oblio antiche varietà di piante e cercano di riportare in vita razze animali estinte. Aiutando il Pianeta.

​​​​​Non assomiglia per nulla a Indiana Jones ma i punti di contatto con l’archeologo-esploratore nato dalla fervida fantasia di George Lucas sono davvero numerosi. Isabella Dalla Ragione, umbra doc, non porta il cappello e neppure la frusta ma anche lei va alla ricerca di tesori perduti, piante ritenute scomparse, e anche lei prima di lanciarsi all’avventura si documenta in maniera dettagliata seguendo le tracce contenute in polverosi testi o in splendide raffigurazioni pittoriche. Nella sua Umbria è conosciuta come «l’archeologa degli alberi». Più a Sud, a Benevento, in Campania, lavora invece Donato Matassino, presidente del Consorzio per la Sperimentazione Divulgazione e Applicazione di Biotecniche Innovative (ConSDABI). Anche lui a ben guardare ha ben poco dell’eroe hollywoodiano, anche se in questo caso l’accostamento cinefilo nasce quasi spontaneo perché lo scienziato si occupa di una missione che ha molti punti di contatto con la storia narrata nella notissima pellicola di Steven Spielberg, Jurassic Park. Il ricercatore, infatti, coordina il progetto europeo Tauros, per riportare in vita il papà dei bovini domestici, che si chiama Uro (Bos tauros primigenius), estinto nel 1627. Sia Dalla Ragione, sia Matassino perseguono quindi lo stesso obiettivo: salvaguardare la biodiversità, la prima vegetale, il secondo animale, per cercare di ricostituire un equilibrio che l’intervento umano ha compromesso.
Isabella Dalla Ragione, armata di forbici e coltello e di un buon paio di scarponi si avventura nelle campagne della sua terra alla ricerca di piante da frutto ormai scomparse, o ritenute tali. In trent’anni ha individuato quasi 500 esemplari di diverse specie di melo, pero, ciliegio, susino, fico, mandorlo in 150 varietà diverse. Queste rarità che si credevano cancellate dal territorio e dalla storia crescono adesso rigogliose grazie alle sue cure amorevoli in un angolo del podere di otto ettari di San Lorenzo, a un tiro di schioppo da Città di Castello, nel Perugino. Un destino già segnato quello di Isabella che fin da piccola scarpinava con il papà Livio, personalità forte e poliedrica, insegnante di disegno e intarsio su legno alla Scuola d’Arte di Anghiari e custode dell’antica cultura locale, per i boschi della zona. «Da qui nasce il mio amore per le piante – ci racconta – che poi metto a frutto laureandomi in Agraria. Da mio padre eredito la consapevolezza che il progresso sta allontanando i contadini dalla terra dissolvendo nel nulla un patrimonio di conoscenze agricole inestimabili che vanno salvaguardate». Una missione che ha del romantico e del pioneristico, ma di cui adesso si comprende sempre più il valore scientifico. Non a caso nel 2014 Dalla Ragione, insieme alla Fao, all’Università di Perugia e a Biodivesity International, ha creato la fondazione «Archeologia Arborea» con lo scopo di preservare questo scrigno di biodiversità. Strappare all’oblio varietà arboree ritenute scomparse non è un lavoro semplice: bisogna armarsi in primo luogo di tanta pazienza ed essere dotati di ottimo spirito di osservazione e di quello che gli archeologi condividono con i bravi giornalisti e gli investigatori: il fiuto. Ore e ore di ricerca in polverosi archivi alla ricerca di documenti agricoli o antiche ricette sono il primo passo soprattutto oggi che non si può fare più affidamento sulla saggezza dei vecchi contadini. Ecco perché una pista da seguire si può nascondere ovunque anche in un dipinto. «Sia nel Quattrocento sia nel Cinquecento – continua - i grandi artisti inserivano nelle loro opere frutti ai quali erano associati profondi significati simbolici. Si pensi a Piero della Francesca o al Mantegna. Ed è proprio da una splendida tela di un pittore perugino, Domenico Alfani, che sono riuscita a individuare una varietà molto rara, la Pera di Monteleone». Da lì ha inizio la ricerca sul campo che, come aveva insegnato papà Livio, si concentra in particolare nei poderi abbandonati di piccoli borghi ormai quasi disabitati, nei giardini parrocchiali o di antichi conventi. Ed ecco che un giorno nei pressi di Orvieto la pera di Monteleone salta fuori. Oggi anche questo pero si trova nel frutteto. 



Per Donato Matassino il chiodo fisso è, invece, l’Uro. Si tratta di un antico bovino dalle dimensioni gigantesche (era il mammifero europeo più grande dopo il mammut) estinto quasi 400 anni fa. È lui a coordinare il progetto europeo Tauros, che punta a ottenere «un animale simile geneticamente, fisicamente e nei comportamenti all'Uro, per ripopolare gli ambienti naturali dell'Europa Centro Settentrionale al fine di ricostruire gli antichi equilibri che sono stati alterati dall'uomo». Questo animale manteneva in equilibrio il suo ambiente e le risorse alimentari del pascolo perché lo calpestava e impediva ai cespugli di crescere. Finora nell'ambito del progetto sono nati più di 300 bovini, 100 dei quali già liberati in Ungheria in aree controllate. I ricercatori hanno analizzato il Dna di 38 razze bovine e lo hanno confrontato con la mappa del Dna estratto da una carcassa di Uro. I risultati, ha detto Matassino, indicano che le razze italiane Maremmana primitiva, Podolica (BovGrai), Chianina e la balcanica Busha sono le più simili geneticamente. Il prossimo passo sarà quindi incrociarle come in Jurassic Park utilizzando il taglia e incolla del Dna, ossia la Crispr: si tratterebbe di estrarre il Dna di questi animali estinti, selezionare alcuni geni cruciali, responsabili delle caratteristiche principali delle specie, e trasferirli nel Dna di un loro parente molto vicino. Non si tratta dell’unico esempio di de-stinzione. Con la stessa tecnica negli Stati Uniti si sta cercando di riportare in vita i piccioni migratori: dalla loro scomparsa, agli inizi del Novecento, le foreste del Nord America non sono state più le stesse perché le querce bianche per esempio hanno perso chi disperdeva i loro semi. Fantascienza? Non più.

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