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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > COVID -19 e inquinamento: molti fatti e una domanda

COVID -19 e inquinamento: molti fatti e una domanda

Environment

Scienza ed economia attestano che potremmo avere più sviluppo e più benessere con un’economia che rispetta l’ambiente e quindi la salute. Possiamo tornare alla normalità se era il problema?

​Con il Coronavirus sono emersi dall'indifferenza generale una serie di fatti che ci costringono a correlare settori all'apparenza distinti. La perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici aumentano il pericolo di epidemie: si sapeva, ma lo attesta nuovamente il recente Rapporto del WWF “Pandemie, l'effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi" pubblicato in marzo. Ma si riscoprono anche fatti che riguardano l'Italia da molto vicino, lasciando ipotizzare che l'inquinamento atmosferico può aumentare la letalità o il contagio. L'osservazione che i primi punti caldi dell'epidemia siano stati la Cina, la Corea del Sud, Teheran e la Pianura Padana, fra le zone più inquinate al mondo, sembrerebbe corroborare questi sospetti. Si indagano due meccanismi per cui l'inquinamento potrebbe interagire con l'infezione: peggiorando la mortalità dei contagiati a causa della vulnerabilità di coloro che sono esposti cronicamente ad alti livelli di inquinamento; e aumentando i contagi poiché gli aerosol atmosferici potrebbero essere un substrato su cui i virus aderiscono, riuscendo a trasmettersi con maggiore velocità e a più grande distanza rispetto al contagio diretto da persona a persona. Quest'ultimo aspetto è corroborato dall'ancor più recente ritrovamento di COVID-19 sulle particole inquinanti.

Allarmante, ma sembra che tutto il resto che già sapevamo non fosse altrettanto preoccupante. Si stima che l'inquinamento atmosferico, sia ambientale che domestico, causi circa 7,2 milioni di morti all'anno, ovvero 5,6 milioni di morti per malattie non trasmissibili e 1,6 milioni per polmonite. Comunque, nove pe​rsone su dieci, in tutto il mondo, respirano comunemente aria inquinata, e anche in questo ambito si ripropone la crudele consonanza fra degrado ambientale e ingiustizia: il 90% circa delle morti correlate all'inquinamento si registra in regioni a basso o medio reddito, principalmente in Africa e Asia, seguite dalla zona del Mediterraneo orientale e infine dal resto dell'Europa e delle Americhe. Non che da noi la situazione sia rosea: nella sola Unione europea sono 400.000 le morti premature ogni anno legate all'inquinamento atmosferico, e ciò determina la perdita di 3.848.000.800 “anni di vita" per il particolato, 682.000 per il biossido di azoto e 149.000 per l'ozono.

La cosa riguarda da vicino soprattutto noi italiani. Circa 90.000 di questi decessi avvengono in Italia, con 17 città italiane fra le 30 più inquinate d'Europa secondo le analisi dell'Agenzia Europea dell'Ambiente (EEA) del 2019, basate sugli indicatori TERM (Transport and Environment Reporting Mechanism): un'Italia da record, con il maggior numero di morti premature per biossido di azoto,  14.600; e seconda solo alla Germania per particolato, con 58 600 decessi anticipati ogni anno. E non tutti in Italia soffrono allo stesso modo: secondo l'Agenzia Europea per l'Ambiente vivono in pianura padana quasi tutti i cittadini europei che sono simultaneamente esposti a concentrazioni oltre i limiti di tre inquinanti atmosferici: ovvero, su 2.5 milioni di europei che respirano aria che contiene concentrazioni di ben tre inquinanti, 2 vivono in pianura padana.

L'impatto più immediato e significativo dell'inquinamento è ovviamente sul sistema respiratorio: un apparato particolarmente sensibile agli inquinanti perché interamente rivestito da una membrana mucosa  - il cui compito è proteggere e lubrificare la superficie di polmoni, trachea, bronchi, alveoli - che cattura con estrema facilità i composti tossici presenti nell'aria respirata. Secondo la teoria prevalente, le sostanze ossidanti e pro-ossidanti negli inquinanti ambientali - in particolare polveri sottili di diverse dimensioni, ozono e ossidi di azoto - formano radicali liberi di ossigeno e azoto, che a loro volta inducono un pericoloso stato infiammatorio diffuso.

E ancora: l'esposizione agli inquinanti interferisce con lo sviluppo dei polmoni durante l'infanzia; è correlata all'insorgenza di asma, declino della funzionalità polmonare in tarda età, insorgenza di broncopneumopatia cronica ostruttiva e allo sviluppo del carcinoma polmonare. Ma tutta la nostra salute è messa a rischio, non solo i polmoni. L'esposizione agli inquinanti concorre ad arteriosclerosi, irritazioni cutanee e degli occhi, anomalie nella pressione sanguigna, infarto, aritmie, ischemie, e aggrava pesantemente un vasto ventaglio di condizioni patologiche pre-esistenti. Diversi studi hanno evidenziato un aumento dei ricoveri e delle morti legate a problemi cardiaci nelle aree metropolitane particolarmente inquinante; gli inquinanti sembrano inoltre avere effetti infiammatori sul cuore, che provocano disturbi cardiovascolari cronici. Tutto a prescindere dalla già citata possibile correlazione fra inquinamento e diffusione, gravità e letalità delle epidemie virali, venuta alla ribalta con la crisi del Coronavirus.

Questi sono i dati, e la crisi COVID-19 li porta sotto i riflettori. Rimane la domanda: di tutto questo sapere, vecchio e nuovo, che ce ne facciamo? Giustifichiamo il nostro stile di vita, quello che produciamo, quanto e come lo facciamo in nome del benessere e dello sviluppo: il fine giustifica i mezzi? La morte è un prezzo equo da pagare per un'illusione di confort e abbondanza? Scienza ed economia attestano che potremmo avere più sviluppo e più benessere con un'economia che rispetta l'ambiente e quindi la salute. Possiamo dimenticarcene ora che si tratta di ricominciare? Possiamo tornare alla normalità, se la normalità era il problema?


 

 

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