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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Industria 4.0: servono filosofi

Industria 4.0: servono filosofi

Society 3.0

Al centro del World Economic Forum 2019 ci sono le soft skills che possono consentire di tenere il passo con l’automazione e i robot.

​​​​​Una crisi senza precedenti. E una tendenza che ripone modeste aspettative anche sui lustri di là da venire. La crisi dell'umanesimo nell'era dell'informatica appare un fenomeno ormai cristallizzato. Nel 2018 non più del 5% degli iscritti agli atenei americani risultava immatricolato in facoltà quali filosofia, storia, lingue e letteratura. Per la prima volta negli ultimi 20 anni, nel 2017 il numero di ventitreenni neolaureati in discipline umanistiche non ha superato le 100 mila unità negli Stati Uniti. Rispetto al 2007, corsi di laurea come quello in storia hanno subìto un calo d'immatricolazioni del 45%, secondo il Dipartimento Istruzione USA. E nelle prime 30 università a stelle e strisce, il numero di laureati in una singola disciplina come l'informatica supera spesso la somma dei titolari di lauree in storia, letteratura, lingue, filosofia, linguistica e religione.

La tendenza è chiara: gli studenti stanno abbandonando i corsi di laurea in discipline umanistiche, rivolgendo le loro attenzioni a titoli considerati in grado di generare sbocchi professionali più appaganti. Del resto risuona periodicamente l'eco degli amministratori delegati delle più importanti aziende tecnologiche mondiali, che spesso non trovano manodopera sufficiente, per carenza di laureati in discipline informatiche. Un fenomeno diffuso anche a casa nostra: migliaia di posti di lavoro disponibili, ma pochi laureati con le competenze richieste. Mentre nel 2017 le università italiane avrebbero licenziato poco meno di 8 mila laureati "informatici", nel 2018 il fabbisogno delle aziende italiane sarebbe stato fra i 12.800 e i 20.500 laureati, secondo l'osservatorio Aica, Anitec-Assinform, Assintel e Assinter Italia, con il supporto di Cfmt, Confcommercio, Confindustria e il patrocinio di Miur e Agid.

Non c'è futuro per le facoltà umanistiche nell'era della Rete? Il tema sarà al centro anche del World Economic Forum 2019 di Davos, in Svizzera, dove saranno presenti, tra gli altri, il Premier Giuseppe Conte, il presidente di Cdp Massimo Tononi, il ceo di Unipol Carlo Cimbri, il ceo di Enel Francesco Starace, il ceo di Eni Claudio Descalzi, la presidente di Eni Emma Marcegaglia, il ceo di Generali Philippe Donnet, il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina, il ceo di Mediobanca Alberto Nagel, il ceo di Banca Ifis Giovanni Bossi, i presidenti di Saipem Francesco Caio, di Geox Mario Moretti Polegato, di Illycaffe' Andrea Illy, di Technogym Nerio Alessandri e di Ariston Thermo Paolo Merloni. Tra le oltre 350 sessioni di lavoro del summit, la questione del capitale umano sarà centrale, nell'ottica della "rivisitazione della nozione di lavoro, per prendere le distanze da consumismo e materialismo a favore di un focus più umanistico".

Eppure il fenomeno dell'abbandono delle facoltà umanistiche si sarebbe accentuato proprio dopo la crisi economica del 2008 e nonostante le critiche piovute dalle più alte istituzioni al modello finanziario rappresentato simbolicamente da banche fallite come Lehman Brothers. «Anziché assistere ad un ritorno agli studi umanistici, dopo la crisi finanziaria la fuga dalle lettere si è accentuata, per il rinnovarsi della paura del mercato del lavoro. Prosperano invece infermieristica, ingegneria, informatica e biologia. E i dati sembrano riflettere le nuove priorità degli studenti», ha scritto Benjamin Schmidt, docente di Storia alla Northeastern University di Boston, negli Stati Uniti. «Gli studenti sembrano aver spostato la loro attenzione su ciò che dovrebbero studiare per trovare lavoro. Ma è una dinamica fuorviante, che non tiene conto dei fattori davvero rilevanti. A incidere sullo stipendio spesso non è la tipologia del titolo di studio. Negli Stati Uniti i laureati con una laurea in studi umanistici guadagnano sempre più delle laureate in qualsiasi altra disciplina, ingegneria a parte. È il sesso a fare la differenza, non aver studiato informatica anziché storia», ha spiegato Benjamin Schmidt, dati alla mano.

A cosa servono gli studi umanistici? «Latino e storia sono meno importanti delle competenze correlate che si sviluppano studiandole. Scrivere un ottimo elaborato di storia significa soprattutto dimostrare di essere in grado di tenere assieme efficacemente diversi punti di vista, saper rappresentare cronologicamente un avvenimento e riproporlo in pubblico con elementi fattuali a supporto della propria tesi. Non è importante la disciplina in sé, la storia, quanto le competenze sviluppate come pensiero critico, capacità di documentazione e abilità di confrontarsi pubblicamente», ha scritto Anna Moro, docente di Linguistica presso il Department of Linguistics and Languages del Centro Studi McMaster nell'Ontario, Stati Uniti.

Peraltro le cosiddette soft skills potrebbero consentirci anche di tenere il passo con l'automazione e i robot. È quanto sostiene RBC Royal Bank, che nell'ultimo studio sul mercato del lavoro in Canada, ha previsto 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020, rappresentando la richiesta specifica di competenze trasversali quali pensiero critico, lavoro di squadra, capacità d'ascolto, di risoluzione di problemi e di comprensione delle nuove tendenze nella società. «Un sacco di lavori legati all'informatica verranno automatizzati. Pensiamo agli sviluppatori che scrivono codice per programmare le app dei nostri smartphone. Nell'era digitale saranno richieste soprattutto competenze trasversali, mentre presto alcune competenze settoriali potrebbero essere replicate dalle macchine», ha spiegato Anna Moro. Lo diceva anche Steve Jobs: «La tecnologia di per sé non è mai abbastanza. È la combinazione tra tecnologia, scienze sociali e discipline umanistiche ad accendere i nostri cuori».

 

 

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