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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Il tempo e lo spazio sono diventati social

Il tempo e lo spazio sono diventati social

Society 3.0

Accanto alla vita reale convivono almeno altre due esistenze: virtuale e aumentata. Il futuro? Derrick de Kerckhove racconta a Changes che dipenderà dalle domande che ci poniamo, sempre meno dalle risposte.

​​​​​​​​​​​​​​Smartphone, tablet, computer, ma anche antenne paraboliche, tv on demand, orologi intelligenti sono ormai diventati un pezzo consistente della nostra​​ vita e hanno creato una forte discontinuità con il passato, generando azioni che, solo una decina di anni fa, erano impensabili. Accanto alla vita reale convive ormai da tempo una realtà virtuale fatta di tecnologie che sono entrate a far parte della quotidianità. Questo cambiamento ha mutato per sempre la dimensione del tempo: possiamo essere online 24 ore su 24, guardare film o leggere online, digitare mappe per orientarci e cercare ristoranti e sapere in qualsiasi momento cosa accade nel mondo, comunicando con chiunque tramite mail, WhatsApp, social network.
Il tempo al tempo di Internet è una variabile indefinita che si è quasi annullata, così come lo spazio fisico. Nell’era dell’iperconnessione le barriere sono cadute, tutto è diventato social, motivo di condivisione con gli altri, e non ci sono più confini tra lavoro, tempo libero, famiglia quando si ci immerge nel digitale. La conseguenza? I tempi lunghi innervosiscono, e un solo secondo di più per fare le cose diventa intollerabile. 
«Internet non ha cambiato il concetto dello spazio e del tempo, ha proprio cambiato il tempo e lo spazio che ci circondano», ha detto a Changes Derrick de Kerckhove. I concetti seguono sempre l’esperienza ed esistono già: si chiamano tempo reale e spazio virtuale. «Siamo passati dall’attesa all’immediatezza, la rete ci dà tutto, passato e futuro si confondono nel tempo reale e ci fanno vivere un presente quasi atemporale».
Per il sociologo erede di Marshall McLuhan, lo spazio virtuale si aggiunge allo spazio reale nella cosiddetta realtà aumentata. «Adesso noi viviamo in tre spazi che si incrociano e sono​​​ indipendenti, lo spazio reale, lo spazio mentale e lo spazio virtuale. Dobbiamo imparare a gestire ognuno in un suo tempo» ha sottolineato.  Nella società iperconnessa, quindi, il tempo reale è diventato solo un termine tecnico per definire come ciascuno di noi reagisce a una richiesta, dando una misurazione alla risposta. «Tempo virtuale non ha alcun significato, Virtual Time è un gruppo di musicisti, un band di Vicenza», ha detto De Kerckhove.

Il passato sparirà, vivremo tutti in un eterno presente​

Quali sono gli effetti a lungo termine delle tecnologie sul nostro rapporto con il tempo? McLuhan aveva predetto che l’elettricità, secondo lui la vera fonte della cultura attuale, riuniva tutti i tempi nel presente, il cosiddetto “NOW”. Adesso siamo andati molto oltre. «Il problema sarà che sparirà il passato», ha sottolineato De Kerckhove. «Saremo tutti come bambini che vivono sempre in un tempo reale, senza un senso vero del passato né personale né sociale, e senza temere un futuro che è già presente».
In questo eterno presente a cui, in qualche modo, l’innovazione ci condanna, il mondo si divide tra chi sostiene che la tecnologia ci accorcia la vita e chi, invece, dice che la dilata. Per De Kerckhove, tutto dipende da quale vita si tratta. «Sulla rete si moltiplicano esperienze, connessione, offerte diverse che sembrano allungare la vita», ha aggiunto il sociologo. «Ma nello spazio reale, dove ogni tanto torniamo, il tempo normale continua la sua corsa irreversibile e, spesso, non sappiamo goderla fino in fondo la vita vera». La domanda che bisognerebbe porsi è se il tempo vissuto on line arricchisce o impoverisce il senso della vita e, anche in questo caso, secondo De Kerckhove, dipende tutto dalle scelte personali. «Non partecipare a una conversazione faccia a faccia perché, anche quando si è in compagnia, siamo obnubilati dal nostro telefonino, potrebbe essere un danno, che si può recuperare se online si instaurano delle relazioni soddisfacenti», ha sottolineato il sociologo. «Ma questo accade solo se si è diventati emigranti dallo spazio reale a quello virtuale».



È innegabile che, migranti o no, l’iperconnessione ci porti a essere sempre presenti ovunque attraverso smartphone e tablet, la dimensione dello spazio fisico si è quasi annullata, in qualsiasi momento e luogo possiamo vedere o sapere cosa accade altrove, comunicare con qualcuno. E questo cambia il valore che oggi diamo al tempo. «È sparito dal pensiero, in una frammentazione costante che può diventare intollerabile», ha detto De Kerckhove. «Per ritrovare il senso del tempo, serve la meditazione o qualche sport. Dovremo tutti quanti praticare il Shabbat digitale per tornare sani. Concedersi almeno un giorno libero». Sparire, ogni tanto, fa bene per non essere inghiottiti nel buco digitale della nostra vita e per ridare una dimensione alle cose. Con Internet, infatti, prima ci apparivano lontane e ora, invece, sembrano tutte vicine. Accade anche con le persone attraverso i social media e questo ha cambiato per sempre il nostro modo di comunicare. «Lo ha meravigliosamente cambiato», ha detto convinto De Kerchkove. «Adesso possiamo rimanere in contatto con tutti, creare nuovi collegamenti, tenerci al corrente delle notizie di tutti altri via social senza limite di distanza. Possiamo comunicare emozioni e notizie senza sforzo». Il rischio è la superficialità delle relazioni che però per De Kerckhove, semplicemente, non esiste. Perché la rete permette di moltiplicare amici potenziali, capire se la relazione valga la pena di essere approfondita o lasciarla dormiente c’è sempre e lascia, eventualmente, la possibilità d’incontrare le persone dal vivo. La vera conseguenza è che la socializzazione ad ogni costo ha cambiato la privacy delle persone e, in parte, i confini etici. «Privacy is over» diceva Mark Zuckerberg. «Ha perfettamente ragione e non è colpa della socializzazione. È colpa dell’elettricità che ci porta naturalmente a scoprirci ben oltre le nostre conversazioni, perché Internet ha già costruito mille profili di ciascuno di noi senza nemmeno che lo sappiamo e senza chiedere il nostro permesso», ha detto De Kerckhove. «I confini etici sono tutta un’altr​​a faccenda perché presuppongono che ci si comporti in privato come se si fosse in pubblico».
Ognuno deve fare i conti con il suo doppio digitale che vive online e che lascia un quantità infinita di tracce, quasi sempre incancellabili. È questo il futuro con cui dobbiamo confrontarci, secondo De Kerckhove. «Siamo arrivati a un salto quantico con i Big Data. La nuova era dell’intelligenza dipenderà delle domande e non pi​ù da​​​lle risposte». Chi non usa Google sbaglia.​​​

Testo a cura di Roberta Caffaratti

 

 

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