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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Il sociale è un investimento

Il sociale è un investimento

Society 3.0

C’era una volta la filantropia che oggi è diventata strategica e punta alla costruzione di progetti integrati, efficienti, e che garantiscano benefici di lungo termine per aziende e persone.

​In Italia il comparto della filantropia muove 9,1 miliardi di euro all'anno in elargizioni, di cui 7,2 miliardi da donazioni individuali e 1,88 miliardi da fondazioni e imprese. La Penisola si colloca quindi al terzo posto in Europa, dietro alla Gran Bretagna (25,3 miliardi di euro) e alla Germania (23,8 miliardi), ma va anche segnalato che nella classifica mondiale relativa all'indice del World giving, l'Italia è solo all'84esimo posto, in peggioramento anno dopo anno.

A guidare le graduatorie di elargizioni private, come spiegano bene i documenti di Fondazione Lang Italia, ci sono, naturalmente, gli Stati Uniti, con 353 miliardi di dollari (305 miliardi di euro) all'anno, dei quali circa 112 miliardi (96,8 miliardi di euro) arrivano direttamente dai patrimoni personali dei grandi ricchi americani. I maggiori filantropi di sempre sono infatti Bill e Melinda Gates, che finora hanno donato complessivamente 92,5 miliardi di euro, seguiti da Warren Buffet (85,6 miliardi), Michael Bloomberg (21 miliardi di euro) e George Soros (circa 10 miliardi).

Ora, tuttavia, possiamo solo provare a immaginare se imprenditori e finanzieri geniali del calibro di Bill Gates o di Warren Buffett si accontentino di regalare un po' dei loro soldi qui e là, senza controllare che fine facciano né verificare l'impatto sociale dei progetti filantropici da loro sostenuti. Per questo, nel mondo anglosassone in primis e ora pure nell'Europa continentale, si va affermando un nuovo approccio filantropico, la cosiddetta filantropia strategica, in cui, per spiegare il tutto con un concetto semplice, «non ci si limita a dare i pesci agli affamati, ma si insegna loro a pescare. E non solo: si insegna alle persone sazie a insegnare a pescare». Perciò la nuova filantropia non si ferma alla elargizione di fondi, ma spinge per la costruzione di progetti integrati, efficienti, e che garantiscano benefici di lungo termine in ambito sociale. Si arriva addirittura ad alcune forme filantropiche in cui il filantropo alloca parte del proprio patrimonio in fondi che gestiscono un impatto sociale e consentono di ottenere pure un ritorno finanziario.

Insomma, si prova ad andare oltre la relazione univoca tra donatore e ricevente, creando invece una partnership magari con altri donatori, e sviluppando un flusso di informazioni (decisamente più ricco nel nuovo mondo digitale) in grado di tenere sotto controllo l'avanzamento del progetto e il suo impatto sociale o ambientale.

Quando poi il progetto filantropico è riconducibile a una impresa, tra gli obiettivi della "donazione" ci sono, ad esempio, il miglioramento della reputazione aziendale o del brand; il tentativo di sviluppare le doti di leadership dei dipendenti o dei futuri eredi del patrimonio; il miglioramento del recruiting e della retention dei dipendenti; una differenziazione rispetto alla concorrenza. Tutti obiettivi che difficilmente si possono raggiungere e misurare con un approccio filantropico vecchio stampo. E infatti, come potrebbero ben spiegare le azioni filantropiche di Fulvio Bracco o Riccardo Catella, di Fondazione Agnelli, di Ernesto Illy, di Fondazione Micheli, della famiglia Moratti, della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo o della Fondazione Rovati, «non basta fare il bene, ma bisogna anche farlo bene».

Non è tanto importante, quindi, spiegare solamente come si usano i fondi elargiti in progetti filantropici, ma quanto indicare l'impatto che hanno avuto. Ad esempio, se c'è una iniziativa per rieducare delinquenti abituali, non è importante quanti ne rieduco, ma quanti su 100 non reiterano il delitto, perché solo in questo modo si valuta il benefico impatto che ne deriva alla società.

Colossi come Bill & Melinda Gates Foundation o The Rockefeller Foundation forniscono ai loro progetti non solo fondi, ma pure consulenza strategica, esperienza, in un mix di filantropia e di social impact investing che, a volte, può assicurare anche ritorni finanziari sul capitale investito. 

Poi ci sono advisor come Fondazione Lang che, in Italia, spingono verso la filantropia strategica e provano a migliorare le iniziative già in atto. Tanto per fare qualche esempio, la Chiesi Foundation aveva lanciato un progetto per ridurre la mortalità neonatale in Benin, Burundi e Burkina Faso. Ma, come spiegano da Fondazione Lang, «elargiva risorse economiche a partner che non avevano un forte presidio a livello organizzativo, di verifica dei risultati e di contesto locale». Con l'aiuto di Fondazione Lang, allora, si è fatta una analisi del contesto, dei bisogni, si sono definiti bene i confini dell'intervento, le azioni da implementare verso un certo numero di portatori di interesse pubblici e privati locali, e si sono individuati gli indicatori di monitoraggio per effettuare, dopo tre anni, una valutazione dell'impatto sociale.

Reale Foundation, in relazione ai suoi progetti filantropici, aveva invece procedure di intervento molto diverse a seconda del paese, con una frammentazione eccessiva delle risorse su molti progetti di piccole dimensioni. Dopo l'advisory di Fondazione Lang, si sono definite le aree prioritarie, le procedure interne, individuando gli indicatori di perfomance (KPI) migliori per selezionare e monitorare tutti i progetti sostenuti, valutando l'impatto sociale attraverso il Social return on investment.

Infine, Fondazione Piero e Lucille Corti stava sostenendo il Lacor Hospital in Uganda, ma era assente una solida modalità di identificazione e rendicontazione del valore generato dai progetti filantropici. Grazie a Fondazione Lang si è invece introdotta la misurazione del ritorno socio-economico dell'iniziativa sia per i donatori, sia per il territorio, andando a calcolare il valore sociale in euro prodotto da ogni euro donato dalla Fondazione per quel progetto.

Insomma, filantropia strategica nel senso di elargizione monitorata e valutata in termini di benefici sociali o ambientali prodotti, e pure strategica nel senso di effetti positivi che lo stesso donatore può ottenere. Se di filantropia strategica ne parla il cinico e spregiudicato finanziere Bobby Axe Axelrod della serie tv Billions, c'è infatti da scommettere sui margini di guadagno. E, d'altronde, quando Pierre Omidyar lancia azioni filantropiche nel settore della microfinanza e del mobile banking nell'Africa sub-sahariana, lo fa perché ha un cuore d'oro o perché è il fondatore di eBay? Lo stesso dicasi per le iniziative di charity promosse da Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, attraverso la sua Chan Zuckerberg Initiative: l'organizzazione non ha una struttura di fondazione no profit, ma è una normale srl. Perciò può investire in altre società, fare donazioni ai politici, e avere benefici in termini fiscali. Insomma, Zuckerberg prova a essere generoso, ma continuando a mantenere il controllo su ciò che dona, attendendosi anche dei benefici, con un grande ritorno sull'investimento soprattutto in termini di relazioni pubbliche. Una filantropia valutata negli stessi termini con i quali un Ceo valuta qualunque altro investimento. Pure questa è filantropia strategica. 

 

 

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