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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Il ritorno delle comunità

Il ritorno delle comunità

Technology

Le onde della marea digitale hanno portato nuove connessioni che per tutti sono state virtuali e individuali. Ma ora la vecchia dimensione fisica è riemersa. Cosa farne?

​Le banche e le assicurazioni tornano ad investire sulla (centralità) della persona ed il rapporto diretto con il cliente. I partiti cercano nuove-vecchie modalità di tornare "sul territorio" e parlare con la gente. I centri commerciali scoprono la possibilità di offrire punti di aggregazione fisica. Da dove viene la voglia di ritorno alla comunità, al contatto fisico? Quanto durerà e a cosa porterà? La dimensione comunitaria non è scomparsa. Ma è stata ridimensionata e ha sofferto sotto i colpi recenti della spinta tecnologica.

La voglia di aggregazione è stata sballottata dalle onde dei mercati (ricordiamo "La solitudine del cittadino globale" di Zigmunt Bauman?), e tutte le forme sociali di contatto fisico sono state messe alla prova. Ha vinto l'individuo. Solo. La famiglia ne porta le cicatrici, con figli e giovani spesso alienati a una vita social e non più comunitaria.
I partiti vedono lontanissimi i tempi dei circoli con migliaia di iscritti che si incontravano, mobilitavano e traducevano un'idea comune in un'azione altrettanto comune. Ha vinto Twitter. Le grandi aziende, che accompagnavano i dipendenti alla gita al mare, o a cui mettevano disposizione le colonie per le vacanze, Escono confuse da anni di crisi e fusioni che ne hanno debilitato le strutture e cambiato i rapporti con la propria comunità di riferimento, anche territoriale.
I terremoti che hanno scosso le mura di tutte le forme di comunità più o meno grandi, sono la globalizzazione e il web. Ma se la prima sembra un fenomeno che abbiamo subito, il web si è trovato invece la porta spalancata: bisogna ammettere che l'abbiamo accolto con il desiderio, anzi con l'illusione che forse ci liberasse proprio da alcune forme di comunità, magari solo quelle che consideravamo oppressive.

Ma oggi, un passo per volta, è proprio il web a restituirci parole nuove, così stranamente somiglianti, nei significati, a quelle vecchie che abbiamo abbandonato. Social e community sono alcune di queste. E non possono certo rinnegare la loro eredità.
Prendiamo i centri commerciali, accusati di essere (non) luoghi privi di ogni relazione tra individui e dimensione comunitaria. Ora fanno nascere neologismi come "social hub", un tentativo di descrivere l'aggregazione e la socializzazione dei clienti che ci vanno per incontrarsi e anche fuggire l'isolamento, non più solo per fare acquisti.
Guardiamo le "social street", gruppi nati sui social network per incrociare la comunicazione tra cittadini che abitano vicini nelle grandi città, ma raramente si incontravano o si salutavano: oggi ci troviamo un tentativo di riportare a terra ed aggregare piccoli interessi di comunità. Ciò che era freddo, distante, immateriale, commerciale, professionale, sta maldestramente tentando di ristabilire i punti di riferimento della comunità.

La voglia di incontro fisico, relazioni aggregate da un interesse comune importante, che sia la parrocchia, l'asilo, la banca, la politica, non è un segnale debole, ma l'embrione di un segnale forte. I connotati materiali, stabili e continuativi che abbiamo anche volontariamente rifiutato e cancellato, stanno tornando. Li stiamo richiamando, anche se abbiamo perso gli strumenti per ristabilirli. Sorgono così nuove micro-forme di comunità deboli, ancora disordinate e spesso solamente locali, intorno all'ambiente (anche una semplice area cani o una piccola roggia da salvare dall'inquinamento), a un interesse magari sportivo, o al recupero della sicurezza notturna di un quartiere. In questo lento percorso di ritorno, forse di reflusso della forma comunitaria, i luoghi sono di nuovo il contesto per eccellenza. Sono il paese, la via, il parco giochi, l'edicola che chiude, l'ospedale che sposta il punto nascite. Non è un caso se diventa di massimo interesse il libro dell'economista indiano Raghuram Rajan, "Il terzo pilastro. La comunità dimenticata tra Stato e mercati".

La comunità è oggi la prima forma sociale che si propone come ricucitura delle aree di sottosviluppo dei Paesi avanzati, in cui si cercano soluzioni per far uscire la ricchezza dai luoghi in cui è creata per portarla verso le periferie. Cosa c'è di nuovo? Le banche, le grandi multinazionali, le grandi istituzioni, i grandi partiti, i giornali, tutti i grandi soggetti che cercano di fare affari, dialogare, ascoltare, rappresentare queste realtà, saranno costrette a studiarle di nuovo, entrarvi in contatto; per comprendere i loro nuovi interessi, gli spazi, le posizioni, i linguaggi e i loro tempi. Un percorso di ristrutturazione che è solo iniziato e non sappiamo dove porterà. Ma vale la pena attrezzarsi.


 

 

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