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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Il Natale della sostenibilità

Il Natale della sostenibilità

Society 3.0

La più grande domanda di sostenibilità ambientale arriva dai giovani e dai bambini. Un mondo in cui abbigliamento e giocattoli hanno ancora tutto da ri-fare.

​​La sostenibilità è in cima alle priorità dei top manager di tutto il pianeta, e non solo nei Paesi sviluppati, ma persino in quei mercati in via di sviluppo in cui più si è disposti a chiudere un occhio sull'ambiente in cambio di una crescita veloce ed elevata.

Nel contesto della sostenibilità sono tre le modalità in cui ancora si sbaglia:

  • Si utilizzano ancora materiali che producono molto danno all'ambiente (la plastica e la filiera dei derivati degli idrocarburi);

  • Si realizzano ancora prodotti che prevedono una quota importante di scarto;

  • Si fabbricano prodotti in eccesso senza prevederne il consumo in quantità ragionevoli.

 

La spinta dei giovani consumatori

Materiali inquinanti, produzioni che generano tanto scarto e produzioni in eccesso sono i difetti connaturati all'economia che abbiamo visto fino ad oggi, ma sono particolarmente accentuati nel mondo dei consumatori giovani, proprio quelli che sono in prima fila nella battaglia per l'ambiente.

Quella di Greta Thunberg, secondo il giornalista australiano Andrew Bolt, è la prima generazione con l'aria condizionata, la tv in ogni stanza, che fa un grande ricorso ai beni di consumo, l'elettronica in cima a tutti. È vero però che sono i giovani e i bambini a concentrare il consumo in alcuni dei settori che più incidono sulla (poca) sostenibilità.

Come è cambiato il mercato dei giocattoli

Il mercato più vicino al mondo dei bambini è ovviamente quello dei giocattoli, dove i grandi player sono Hasbro, Lego, Mattel, Jakks Pacific e Namco Bandai. Si tratta di un grande giro d'affari annuale, che nel 2018 ha sfiorato i 90 miliardi di dollari, e che ruota intorno a un momento importante della nostra vita, in cui avviene la prima crescita, in cui si manifesta il divertimento insieme ai genitori, e ci si avvia verso uno sviluppo indispensabile al futuro.

Un contesto dove però la sostenibilità non può dirsi a suo agio, e anzi è messa costantemente in discussione da due fattori dei tre che abbiamo visto prima:

  • I materiali (i giocattoli sono "l'impero" della plastica);

  • L'obsolescenza, quindi lo scarto.

I 6 colossi che abbiamo citato sono pienamente consapevoli di trovarsi su una zattera pronta ad affondare, e si attrezzano.

Lego, per prima, ha lanciato una serie di mattoncini sostenibili, puntando al 2030 come anno in cui ottenere la produzione piena con materiali ecologici e modificando le proprie strategie per limitare gli sprechi e scegliere il riciclo.

Sono poi previste scelte importanti anche per gli altri grandi operatori, come Hasbro – produttore americano famoso per le linee di personaggi della Marvel – che ha appena annunciato che comincerà ad eliminare la plastica, almeno dal packaging, per terminare definitivamente di utilizzarla dal 2022.

Abbigliamento e food: cosa indossiamo e cosa mangiamo

La maggiore difficoltà di intervento in questi settori è data anche dalla lunghezza della catena di fornitura, che non garantisce al prodotto la possibilità di essere controllato dall'inizio fino alla fine del suo percorso di consumo.

Il consumatore sta infatti affinando sempre più le sue capacità di controllo sul prodotto, ma può fare poco di fronte ad alcuni di questi contesti (pensiamo che in Italia il 50% dei giocattoli proviene dalla Cina).

Anche nell'abbigliamento e nella moda – due altri settori sensibili ai giovani – ci sono enormi spazi di miglioramento.

L'intervento sui materiali è possibile con l'individuazione di composti alternativi, come il cotone organico (coltivato, raccolto, prodotto e lavorato con standard agricoli biologici), e con la limitazione dell'utilizzo di prodotti chimici pericolosi.

C'è anche molto spazio per il riutilizzo degli scarti di produzione così come per l'abbigliamento usato, e si sta facendo un po' di strada anche nel rispetto dei lavoratori, evitando lo sfruttamento e puntando a livelli di retribuzione adeguati.

Lo stesso ci si aspetta dal settore del food, contesto in cui la richiesta di sostenibilità da parte del consumatore è forse arrivata per prima, e in cui l'intervento più massiccio di sta tentando proprio nel packaging.

La speranza è che seguiranno dei cambiamenti sempre più capillari, che toccheranno magari il primo anello della filiera produttiva, là dove ancora lo sfruttamento del lavoro non riesce ad essere completamente eliminato, e se non si vede, arriva nel piatto in cui mangiamo o in ciò che vestiamo ogni giorno.

Foto: Getty Images

 

 

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