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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Il manager lo voglio creativo, umile e sorprendente

Il manager lo voglio creativo, umile e sorprendente

Society 3.0

Fra 5 anni nel nostro Paese oltre il 40% delle competenze saranno obsolete. Per vincere le sfide del futuro le aziende cercano dirigenti con capacità di governo, divergenti e fuori dagli schemi. Nel nome dell’innovazione.


Industria 4.0, mercati sempre più liquidi, competizione globale. Un percorso a ostacoli che mette alla prova le imprese e rischia di compromettere quelle incapaci di individuare per tempo le nuove opportunità di mercato. Per uscire vincenti dalla sfida del secolo le aziende devono avere al loro interno manager dalla mente aperta e creativa che siano in grado di stupire senza fermarsi davanti alle difficoltà. «Dove c’è una mente aperta, ci sarà sempre una terra di scoperta», diceva l’ingegnere e inventore americano Charles F. Kettering agli inizi del secolo scorso. Concetto quanto mai contemporaneo a detta degli esperti del settore, proprio perché fortemente legato all’idea di innovazione. Ma tutt’altro che scontato. Basti dire che secondo i dati snocciolati durante l’ultima edizione di Expo Training, manifestazione dedicata alla formazione professionale, fra 5 anni nel nostro Paese oltre il 40% delle competenze manageriali sarà obsoleto. «L’innovazione spinge le imprese a ripensare ai modelli di leadership», spiega Laura Iacci, amministratore di Skill, società di consulenza nel campo della gestione delle risorse umane. «Un percorso impegnativo che vede i manager abbandonare il ruolo di potere per mettersi al servizio del gruppo, stimolare la nascita di nuove idee e agevolare l’integrazione delle risorse umane».

Oltre il problem solving

In questo contesto l’aggettivo smart, oggi tanto di moda, è già vecchio, come bene evidenziato dal workshop Leading in the digital era, organizzato da Impact Creative Change, agenzia internazionale indipendente. «I dirigenti di domani devono avere la capacità di risolvere i problemi in assenza di problemi, immaginare scenari al di là di quelli che già si conoscono», precisa Carmen Soru, managing partner di Core Consulting, società di consulenza direzionale e di formazione, che aggiunge: «Ciò non significa essere fantasiosi, piuttosto avere capacità di governo, essere divergenti e fuori dagli schemi», un po’ come lo sono stati i futurologi convocati da Steven Spielberg  tre mesi prima di iniziare le riprese del film Minority report, uscito poi nel 2002, perché immaginassero per lui un 2054 credibile. Tra loro c’erano anche esperti di biomedica, di software, di realtà virtuale provenienti dal Mit di Boston, che poi sono stati fonte di ispirazione per altri esperti di big data e apprendimento automatico dello stesso ateneo, che alcuni anni dopo hanno sviluppato un algoritmo in grado di trasformare in realtà alcuni scenari narrati nella pellicola, come i cartelloni intelligenti che cambiano pubblicità in base ai gusti di consumo del destinatario.

Generosità e condivisione

Del resto che il futuro si possa prevedere lo aveva dimostrato anche Stanley Kubrick nel suo film 2001 Odissea nello spazio, che nel 1968 mostrava tablet, video-chiamate e intelligenza artificiale. Insomma quello che serve alle aziende sono uomini e donne dalle menti geniali in grado di coltivare una leadership diffusa. Le persone, del resto, sono e saranno sempre di più, la risorsa più importante delle imprese,  l’unico asset aziendale capace di fare la differenza tra una società e l’altra in un contesto economico globalizzato. «Da qui la necessità di spostare la capacità individuale di generare nuove idee a una capacità di gruppo. Il potenziale innovativo del team è più alto di quello del singolo», dice Iacci. «Al manager il compito di saper scegliere le persone giuste, valorizzarle al meglio, motivarle, entusiasmarle, perché l’innovazione passa attraverso la capacità di far convergere le eccellenze di ciascun individuo del gruppo di lavoro». Un dirigente dalle mille facce, dunque, compresa quella da coach, perché deve saper raccontare, emozionare, coinvolgere, dare direttive chiare, essere fonte di ispirazione.

Formazione umanistica rivalutata

Tutte caratteristiche che porteranno a una rivalutazione da parte delle aziende degli studi umanistici, finora bistrattati dagli uffici del personale della maggior parte delle imprese, come evidenziato anche dall’Osservatorio ExpoTraining Il lavoro in Italia nel 2027 dove si scopre che per il 24% degli oltre 500 fra manager (di grandi, medie e piccole imprese), responsabili informatici ed esperti di comunicazione coinvolti, le materie letterarie ed umanistiche saranno tra quelle più richieste dalle imprese nei prossimi anni. Le competenze digitali resteranno ovviamente fondamentali, e quelle informatiche ed economiche continueranno ad avere un ruolo primario, anche se date sempre più per scontate. A fare la differenza saranno invece quelle che si affinano nelle facoltà universitarie di lettere, filosofia e storia. «E’ da sempre riconosciuto che lo studio di queste materie porta ad avere una maggiore apertura mentale e flessibilità, che saranno le armi vincenti del manager del futuro insieme alle conoscenze digitali», conclude Soru.  

 

 

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