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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Il lato oscuro della condivisione

Il lato oscuro della condivisione

Sharing

Poche regole, scarse garanzie per i lavoratori, risibile contributo all’economia e al welfare. Il libro di Riccardo Staglianò racconta l’altra faccia della società dei “lavoretti”.

L'economia della condivisione è un fenomeno in rapida crescita che secondo le previsioni di PwC toccherà in termini di fatturato la stratosferica cifra di 335 miliardi di dollari nel 2025. Soltanto nel 2004 eravamo a quota 14 miliardi. Un fiume di denaro che secondo il comune sentire promette di diffondere benessere per gli anni a venire inaugurando un nuovo tipo di capitalismo dai risvolti sociali positivi. La condivisione e la libertà rappresenteranno, secondo i sostenitori della sharing economy, il fulcro di un nuovo equilibrio economico fatto di esperienze comuni e soprattutto di scelte libere da costrizioni sia per il consumatore sia per il lavoratore che adesso, finalmente, è padrone del suo tempo. In poche parole questo nuovo modello di sviluppo presenta e presenterà soltanto vantaggi per tutti. Ma è davvero così?

Non sono pochi coloro i quali hanno iniziato a ravvisare in alcuni servizi o piattaforme che ricadono nella definizione socialmente accettata di sharing economy, degli aspetti oscuri. E c'è anche chi ha deciso di dedicare un libro al tema come ha fatto Riccardo Staglianò, inviato de La Repubblica e autore con Einaudi di Lavoretti, che fornisce una lettura inedita del fenomeno partendo innanzi tutto da un aspetto puramente semantico. Per Staglianò, infatti, bisogna distinguere fra i servizi di car o bike sharing in cui diversi utenti usufruiscono di uno stesso mezzo, ovviamente a pagamento, rinunciando spesso alla proprietà di una vettura o di una due ruote, e fenomeni come Uber o Airbnb. «Gli autisti di Uber che ho conosciuto io a San Francisco dormono nei parcheggi attorno all'aeroporto – racconta - perché soltanto in questo modo possono accaparrarsi i clienti migliori. Difficile individuare elementi di condivisione in questo caso. Né mi illudo che la spinta di mettersi un estraneo in casa, mi riferisco ad Airbnb, sia legata alla volontà di fare amicizia e conoscere persone nuove. Chi lo afferma lo fa in malafede: si tratta di servizi alberghieri a tutti gli effetti che però forniscono uno scarso contributo all'economia perché non assumono personale. Il coach-surfing, al contrario, rappresenta una forma reale di socializzazione e di vera condivisione».

Ma c'è un altro aspetto, più profondo, che emerge da questa analisi. La diffusione di piattaforme che forniscono servizi a prezzi ribassati grazie a un'offerta enorme, sta istituzionalizzando impieghi sottopagati e privi di diritti con gravi ripercussioni future - ma non troppo lontane nel tempo - sullo stato sociale così come siamo abituati a conoscerlo. «Per questo motivo – spiega Staglianò - parlo di gig economy, economia dei lavoretti, in cui il grosso dei guadagni va nelle mani di pochi che mettono a disposizione la piattaforma dove domanda e offerta si incontrano, mentre a coloro i quali si assumono il rischio di impresa, come gli autisti che investono tempo e denaro per l'acquisto delle auto, o i riders che vediamo sfrecciare per le strade delle nostre città in sella alle bici, rimangono solo le briciole».

La gig economy, sostiene il giornalista, produce degli effetti sul nostro presente e ne produrrà anche sul nostro futuro se non si interviene: «Innanzitutto pensiamo ai fattorini che guadagnano qualcosa come 3,60 euro netti a consegna e che difficilmente riescono a recapitare due pasti in un'ora. Per non parlare del fatto che queste applicazioni hanno introdotto una dimensione di controllo del lavoro millimetrica, molto più invasiva rispetto al passato visto che sono in grado di monitorare in tempo reale al decimo di secondo l'attività di chi le usa. Ma l'aspetto che più mi interessa sottolineare è che si istituzionalizza l'idea che si possa tornare a una forma di lavoro a cottimo».

I lavoretti ci renderanno tutti più poveri 

Il giudizio di Staglianò si fa più critico quando si guarda al domani. «Questo sistema ci renderà tutti più poveri perché le piattaforme pagano in tasse soltanto una minima parte di quanto fatturano grazie a schemi sofisticatissimi. Per esempio, nel caso di Uber appoggiandosi all'Olanda, in quello di AirBnB sfruttando una triangolazione fra Irlanda e Jersey. Tutto legale intendiamoci ma alla fine soltanto un'aliquota microscopica del fatturato finisce in tasse. Se continuiamo su questa strada dovremmo presto fare i conti con un ammanco di cassa importante: e si tratta di denaro che servirà sempre di più per pagare assistenza e pensioni in un continente che invecchia a una velocità sorprendente».

Qualcosa, però, sembra si stia muovendo nella direzione di un aggiustamento di queste derive provocate dalla sharing economy. Si pensi al lungo dibattitto sulla web tax: il 21 marzo la Commissione Europea ha presentato il suo piano per creare una tassa europea sui guadagni delle grande aziende di internet, soprattutto Google, Amazon, Facebook e Apple ma non solo: se applicata con un'aliquota del 3 per cento da pagare sul fatturato questa tassa potrebbe essere in grado di generare qualcosa come 5 miliardi di euro di entrate aggiuntive.

Qualcosa sta cambiando anche sul fronte del riconoscimento dello status dei lavoratori di alcune piattaforme. «Il Tribunale del lavoro di Londra – continua - ha definito gli autisti di Uber workers e non degli autonomi riconoscendo loro il diritto al festivo e a un salario minimo. Si tratta di un passo avanti non da poco. Dobbiamo pensare a salvaguardare il nostro futuro facendo in modo che il welfare sia sostenibile: in Uk il ministro conservatore delle finanze, Philip Hammond, ha lanciato l'allarme sostenendo che se non si interviene velocemente sul fronte del pagamento delle tasse da parte delle aziende della gig economy mancheranno all'appello, da qui al 2020, qualcosa come 3,5 miliardi di sterline. Il governo di Theresa May ha dimostrato di aver preso sul serio il problema. Ma forse è necessario anche diventare maggiormente immuni alle facili fascinazioni infantili nei confronti di tutto quanto proviene dalla Silicon Valley, in maniera acritica, come ho visto spesso accadere nel nostro Paese».​

 

 

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