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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > I rifiuti come risorsa

I rifiuti come risorsa

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RICERCA E CAMBIAMENTO A CUBO UNIPOL – Lo sviluppo delle bioraffinerie nell’ambito dell’economia circolare reintegra nel circolo produttivo i nostri scarti. Perché e come questo processo virtuoso può cambiare il mondo.

​​​«Con la bioeconomia possiamo via via sostituire le risorse fossili limitando il problema del surriscaldamento globale e le concentrazioni di anidride carbonica nell'atmosfera. Creare nuove opportunità di lavoro. Già oggi impiega 18 milioni di lavoratori a tempo pieno in Europa. Perché sì, aumentando la disponibilità locale di risorse energetiche e materie prime, possiamo anche provare a cambiare il mondo». La bioeconomia è la teoria formulata da Nicholas Georgescu-Roegen, secondo la quale ogni processo economico che crea merci materiali, finisce per ridurre le energie a nostra disposizione nel futuro, con il risultato di rallentare le prossime produzioni.

Da qui la strada dell'economia circolare per rendere la nostra società ecologicamente e socialmente più sostenibile di cui si è discusso nel corso dell'evento "Aspettando la Notte Europea dei Ricercatori 2018", tenutosi il 25 settembre a Bologna presso il museo d'impresa CUBO del Gruppo Unipol. In Italia uno dei massimi esperti è il professor Lorenzo Bertin, associato presso il dipartimento di Ingegneria civile, chimica, ambientale e dei materiali dell'Università di Bologna. Da anni studia l'uso delle biotecnologie in ambito ambientale e industriale per ridare vita ad acque reflue, suoli, fanghi di supero e rifiuti solidi per trasformarli in composti chimici, biomateriali e biofuels gassosi. Magari usando e rinnovando le tecniche impegnate nelle cosiddette bioraffinerie. «Siamo agli inizi – dice - ma credo il percorso sia ben avviato», dice Bertin che alla Notte dei ricercatori parlerà dei benefici di questa strategia. 

Secondo Bertin, in Italia, «i principali esempi virtuosi fanno riferimento al riciclo di specifiche frazioni di rifiuti urbani mediante raccolta differenziata alla fonte». Ma ora la prossima sfida è rendere non soltanto economicamente più sostenibili le bioraffinerie, forse la prima forma industriale di economia circolare, «nate per la produzione di combustibili usando come materia prima colture dedicate a basso costo (colture zuccherine come cereali e canna da zucchero o oleaginose come girasole o soia), dove la grande disponibilità di acqua e territorio lo consentisse». Da qui il matrimonio con i materiali di risulta di tutti i giorni. «Le bioraffinerie di seconda generazione si sono quindi focalizzate sull'impiego di scarti organici, a partire dalle frazioni lignocellulosiche non utilizzate dalle biomasse coltivate e da silvicoltura fino alla frazione organica dei rifiuti solidi urbani». In questo modo si riducono i volumi di rifiuti in circolazione e si ottengono nuovi prodotti in ottica "zero-waste"

 Non sempre la qualità dei materiali di risulta è funzionale allo scopo e ancora alti sono i costi logistici e gli ostacoli burocratici. Eppure – ricorda Bertin –già oggi possiamo ottenere «molti prodotti identici o con caratteristiche simili a quelli ottenuti industrialmente da risorse fossili, tra cui biocombustibili liquidi o gassosi (biodiesel, bioetanolo, biogas ricco in metano o idrogeno), prodotti chimici tra cui monomeri e polimeri per l'industria dei materiali (molto si sta studiando sullo sviluppo di bioplastiche), biomolecole di interesse per i settori cosmetici, farmaceutici, nutrizionali e nutraceutici. Senza contare che l'interesse a queste tecniche legato alla loro diffusa accettazione da parte della società». In Italia abbiamo impegnati giganti come Novamont ed Eni-Versalis, mentre il governo ha già lanciato una "Strategia Italiana per la Bioeconomia". «Eppoi a livello accademico sono stati prodotti moltissimi studi a partire dai primi anni del 2000, vi sono molti gruppi che vi lavorano con risultati eccellenti».

Intanto sta per cadere la Notte dei ricercatori. «Il nostro ruolo è triplice: creare conoscenza innovativa e di alto spessore scientifico; divulgare i risultati del proprio lavoro non solo presso la comunità scientifica ma anche verso le realtà produttive; formare generazioni preparate a livello universitario alle nuove sfide che la crescita demografica e il depauperamento delle risorse impongono. Credo che il nostro lavoro possa essere aiutato in diversi modi: incentivando i finanziamenti privati e aumentando quelli pubblici, limitando la burocrazia, ma soprattutto favorendo incontri col grande pubblico dove discutere delle nostre ricerche per creare interesse e curiosità».​

 

 

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