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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > I paradisi dei Big Data

I paradisi dei Big Data

Technology

I dati sono la moneta corrente dell’economia digitale. Per questo sono nate nuove isole, non solo fiscali, in cui stanziarli che creano nuovi rischi. Changes ne ha parlato con Giovanni Buttarelli, garante europeo della Privacy.

​​I paradisi fiscali esistono praticamente da sempre. Ma da quando i dati, nella nuova economia digitale sono diventati la principale moneta corrente, ecco che si parla sempre più spesso di paradisi dei dati.
In un recente report della Banca Mondiale, si pone l'accento su alcuni paradisi fiscali che si sono adattati alle nuove potenziali aree di business, per un mercato dei dati che nel 2020 varrà, nel mondo, circa 200 miliardi di euro, e che in Italia già ha un giro di affari di 2,3 miliardi di euro: a Monte Carlo, nelle British Islands, a Gibilterra o sull'Isola di Man ci sono molti più server pro-capite che in ogni altro posto al mondo.

E il fenomeno desta non poche preoccupazioni. Tanto che, lo stesso presidente dell'Autorità garante italiana per la protezione dei dati personali, Antonello Soro, ha appena sottolineato come ci sia «da considerare l'impatto geopolitico e sull'assetto e la trasparenza del mercato di simili sistemi commerciali, con aziende localizzate prevalentemente al di fuori dell'Unione europea e in veri e propri paradisi dei dati, assai più sfuggenti e sommersi di quelli fiscali». Per Soro i nuovi paradisi di dati «sono anche più pericolosi di quelli fiscali, se si considera che nella dimensione digitale si dispiegano oggi le ostilità tra soggetti, tra Stati e tra blocchi di nazioni e poteri».

Certo, con il nuovo regolamento Ue GDPR sulla protezione dei dati personali, entrato in vigore nel maggio del 2018, la localizzazione extra-europea di aziende che gestiscono e trattano i dati degli utenti dell'Ue non è ostativa all'applicazione del GDPR, poiché è sufficiente che l'offerta di beni o servizi sia destinata a persone che si trovano nell'Ue. Perciò tali società possono essere oggetto di istruttorie e nel caso anche sanzionate dalle Autorità di protezione dati europee. Ma, come racconta Soro, «resta tuttavia l'innegabile difficoltà dell'esecutorietà di tali provvedimenti, rispetto a soggetti verso i quali, in caso di inadempimento, risulta alquanto problematico non solo ricorrere alle sanzioni penali previste in caso di inosservanza, ma anche più banalmente realizzare efficacemente attività ispettive».

Protezione internazionale

È quindi indispensabile, per il garante italiano alla privacy, «il riconoscimento, a livello internazionale, del diritto alla protezione dei dati personali e delle garanzie necessarie per assicurarne l'effettività. In un contesto globale come quello della rete, fondato sull'interdipendenza e sul superamento di confini e frontiere, la tutela dei diritti non può che essere altrettanto globale e basata su livelli omogenei di garanzia».

In tema di riconoscimenti internazionali un po' di risposte le può fornire Giovanni Buttarelli, garante europeo della protezione dei dati e uno dei massimi esperti mondiali in materia. «Effettivamente -spiega Buttarelli - i paradisi dei dati sono stati per molto tempo una realtà che sfuggiva a ogni tipo di regolazione, con dati raccolti in Europa ma gestiti extra Ue, e con una impenetrabilità assoluta dei sistemi. Qualcosa, però, è cambiato già nel 1995, con una norma Ue sulla privacy applicabile all'interno della Ue. Un cambiamento, lo ammetto, piuttosto timido». La vera rivoluzione è partita il 25 maggio 2018, con l'entrata in vigore del regolamento GDPR, poiché, come detto sopra, la norma non tiene più conto del concetto fisico e territoriale, ma si applica a chiunque offra beni e servizi nella Ue, anche se si è stabilito al di fuori della Ue.

«Peraltro, al momento, tutti i big tipo Google, Facebook, Amazon, Apple, Netflix e i vari over the top hanno stabili organizzazioni all'interno della Ue e sono quindi soggetti alla GDPR. Altri grandi gruppi, invece - prosegue Buttarelli - non hanno ancora fatto il loro ingresso nella Ue, e in particolare alcuni colossi della Cina. Mentre con i big del Giappone è già stato stretto un accordo commerciale con la Ue». Ma è vero che, pur essendo soggette alla GDPR, ci sono molte organizzazioni che poi sono difficilmente sanzionabili? «Devo dire che in effetti ci sono alcune realtà con le quali non è facile rendere eseguibile la sanzione - risponde Buttarelli - e fare attività ispettiva. Peraltro chi non opera nella Ue deve comunque nominare un suo rappresentante nella Ue, e questo favorisce una certa eseguibilità della sanzione. Ovvio che ci sono luoghi in cui è meno semplice ottenere attività ispettive. Ma devo dire che l'autorità italiana ci è riuscita spesso, anche negli Usa, con strutture americane che hanno accettato di farsi sottoporre a diverse audit».  Insomma, secondo Buttarelli, il fenomeno dei paradisi dei dati non va sottovalutato, «ma rispetto a qualche anno fa ci sono più strumenti per contrastarlo».

Non bisogna tuttavia cadere nel tranello di pensare che i paradisi dei dati siano esclusivamente delle nazioni con regole meno severe. Perché «i paradisi dei dati che più mi preoccupano sono grandi gruppi, realtà alla Facebook che magari accettano le regole, ma le applicano al minimo sindacale, continuano nel loro modello di business, lavorando borderline, ai confini della norma».

E poi c'è la Cina: «Il vero 5G e il 6G saranno di marca cinese - ricorda Buttarelli - con tutte le conseguenze del caso in termini di infrastrutture sulle quali correranno i dati di tutto il mondo, e di protezione degli stessi. Tuttavia - conclude il garante Ue - il regolatore europeo ha ancora un po' di tempo per capire meglio un contesto che si espliciterà in tutta la sua forza solo nel 2021-2022».

Senza mai dimenticare che la protezione dei dati ha un valore economico, ma pure democratico, soprattutto in un 2019 nel quale, in Europa, ci sarà il rinnovo del Parlamento Ue (26-29 maggio), e poi si voterà in Belgio (locali e federali, 26-29 maggio), Bulgaria (amministrative), Croazia (presidenziali, a dicembre), Danimarca (generali, a giugno), Estonia (nazionali, marzo), Finlandia (nazionali, aprile), Grecia (rinnovo del Parlamento, a ottobre, e amministrative), Irlanda (amministrative, il 24 maggio), Lettonia (presidenziali, a giugno), Lituania (presidenziali, 12 maggio), Malta (presidenziali, ad aprile), Paesi Bassi (amministrative e rinnovo del Senato, 26 maggio), Polonia (rinnovo Parlamento), Portogallo (parlamentari, ottobre), Regno Unito (amministrative, 2 maggio), Romania (presidenziali, novembre-dicembre), Slovacchia (presidenziali, marzo) e Spagna (nazionali, 26 maggio).

 

 

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