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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Siamo noi, non il lavoro, a dover cambiare

Siamo noi, non il lavoro, a dover cambiare

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Il 2021 è stato un anno di cambiamenti e nuove strategie nell’organizzazione del lavoro. Il nuovo numero di Changes Magazine porta la riflessione al Premio Ischia Internazionale di Giornalismo.

​​Nove marzo 2020, una data che nessuno dimenticherà più. Un giorno che ci ha cambiato la vita, per sempre. Non solo per le note vicende legate all’emergenza sanitaria, ma soprattutto per le nostre abitudini di vita che non torneranno più esattamente come prima. Anche nel mondo del lavoro. Certo, l’home working quotidiano sarà ben presto un lontano ricordo, salvo recrudescenze del virus, ma molte delle abitudini lavorative con cui abbiamo convissuto in questi terribili mesi rimarranno con noi.  Utilizzo delle piattaforme digitali per riunioni, trasferte di lavoro ridotte solo allo stretto necessario. Modelli organizzativi più agili con ridefinizione degli spazi negli edifici aziendali. Insomma, una bella rivoluzione copernicana nel modo di lavorare, con lo sdoganamento definitivo dello smart working, rimasto per un lungo periodo di tempo in una sorta di limbo indefinito. Imperativo categorico un modello di lavoro ibrido, dove devono convivere modelli tradizionali e strumenti innovativi.

In questo numero di Changes dedichiamo a tutti questi aspetti un approfondimento bilanciando, come da tradizione, pareri accademici e analisi di esperti qualificati del settore. Cercheremo anche di rispondere alla domanda su cosa occorre fare per garantire una solida crescita economica a questo Paese, da troppo tempo assente e che vede i giovani essere le prime vittime della stagnazione. Sempre con il nostro stile che sa andare anche controcorrente, poiché pensiamo che solo dal confronto di idee ci possa essere una crescita per tutti gli stakeholders.

Ecco, proprio partendo da questo punto, vorrei condividere con voi questa riflessione: siamo sicuri che un modello organizzativo basato essenzialmente sullo smart working sia il più efficace ed efficiente per lavoratori e imprese? Chiariamolo subito: non ho alcuna intenzione di mettere in discussione il futuro del modello organizzativo ibrido del lavoro dove accanto al modello tradizionale si possa contare su smart working, video call, ecc.  L’accento lo sposterei piuttosto sulle opinioni che sono espresse dalla gran parte dell’opinione pubblica dove quasi in versione manichea viene considerato buono lo smart working e cattivo il lavoro in ufficio. Una visione troppo semplicistica. Certo, il lavoro agile migliora spesso la qualità di vita dei lavoratori, consente un miglior equilibrio tra lavoro e vita privata, permette ai​ pendolari di guadagnare ogni giorno molto tempo. Eppure anche il lavoro in ufficio consente dei vantaggi indiscutibili come quel fecondo scambio di idee, magari davanti alla macchina del caffè, che consente di trovare nuove soluzioni all’impresa. Avere una distinzione netta tra lavoro e casa. Senza dimenticare una folta schiera di lavoratori che preferisce comunque lavorare in ufficio.

Forse ciò di cui non si è parlato ancora abbastanza è che occorre una maggiore flessibilità, anche all’interno di una stessa azienda, nell’adozione di un modello di lavoro rispetto ad un altro. Stiamo finendo, come al solito, nella regolamentazione rigida di uno strumento organizzativo che potrebbe fare la differenza se utilizzato in maniera corretta. Si può affermare che ci possono essere aree aziendali sempre in smart working e altre mai? Magari la proposta è u​n po’ troppo distruptive. Ma in fondo è l’insegnamento che ci ha dato il Sars Covid2: non si può ragionare più con i vecchi schemi

 

 

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