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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Guerra al carbone

Guerra al carbone

Environment

La decarbonizzazione è possibile e vantaggiosa. Ma è solo la punta dell'iceberg di un movimento verso il disinvestimento dalle fonti fossili. Ecco perché.

​Muoiono come mosche. Oltre 50 centrali a carbone hanno chiuso i battenti negli Usa sotto l'amministrazione Trump fino ad oggi, più di quante ne siano state spente durante la presidenza di Barack Obama. Eppure l'attuale inquilino della Casa Bianca è uno strenuo difensore del carbone e ha dato al re dei combustibili fossili tutte le forme di sussidio possibili e immaginabili. A dispetto dei suoi annunci trionfali ("We are putting coal back to work", ha twittato recentemente), però, Trump non riesce a mantenere in vita un'industria che non è più competitiva con le altre forme di energia, verso le quali il sistema elettrico americano e mondiale è in piena transizione, qualunque sia l'accanimento terapeutico messo in atto dalle autorità locali.

Nel 2019 il carbone ha fornito il 25% dell'energia elettrica americana, contro il 35% nel 2015, e la sua quota nel mix degli Stati Uniti è destinata a declinare precipitosamente, grazie alle chiusure che si susseguono senza sosta. In totale, 289 centrali a carbone sono state spente dal 2010, contro 241 impianti ancora in funzione. La produzione di carbone degli Stati Uniti è diminuita di un terzo dal suo picco nel 2008 e da allora ad oggi più della metà di tutte le miniere ha dato forfait. Un trend analogo, se non più marcato, si sta verificando in Europa, dove invece la chiusura delle centrali a carbone è fortemente perseguita dai governi, con appositi piani di dismissione, per favorire il taglio continentale delle emissioni di gas a effetto serra, di cui questi impianti sono considerati i principali responsabili. Delle trenta unità a carbone ancora funzionanti in Germania, 8 chiuderanno entro il 2022, 11 entro il 2028 e altre 11 entro il 2035-38. A quel punto Berlino avrà spento definitivamente tutta la sua potenza elettrica a carbone, una delle più imponenti d'Europa. A livello globale il declino è più lento, grazie alla tenuta dell'Asia, ma inesorabile: nel 2019 c'è stato un calo del 2,5% dell'energia elettrica mondiale prodotta con il carbone.

La fuga dal carbone coinvolge ormai un po' tutti, a partire dalla finanza, molto sensibile al tema degli "stranded assets", quei cespiti che improvvisamente perdono valore e non sono più monetizzabili a causa della concorrenza di tecnologie più competitive. BlackRock, il più grande gestore mondiale di fondi, ha incluso recentemente l'uscita dal carbone fra le sue priorità, unendosi così a un movimento globale di disinvestimento che coinvolge ormai più di mille istituzioni. In particolare, BlackRock sta rimuovendo dal suo portafoglio tutti i titoli azionari e obbligazionari delle compagnie che ottengono oltre il 25% dei propri profitti dalla produzione di carbone, obiettivo che il gestore vuole raggiungere entro metà 2020. Con l'accelerazione della transizione energetica globale, spiega BlackRock nella sua lettera agli investitori, "non crediamo che sia ragionevole dal punto di vista economico continuare a investire in questo settore sul lungo termine". Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, ha ammonito che tutti i governi, le società e gli investitori devono confrontarsi con l'emergenza climatica e prepararsi a una profonda redistribuzione dei capitali investiti.

La fuga dal carbone è solo la punta dell'iceberg di un generale movimento verso il disinvestimento dalle fonti fossili. In base ai dati diffusi a fine 2019 da 350.org, la voce d'informazione ambientalista fondata da Bill McKibben, più di mille istituzioni in tutto il mondo tra banche, fondi sovrani, assicurazioni, fondi pensione e così via, si sono già impegnati a disinvestire circa 11.000 miliardi di dollari dai combustibili fossili, con una crescita del 22.000% in confronto al 2014, quando l'impegno ammontava complessivamente a una cinquantina di miliardi. I motivi in generale non sono ideologici, ma di pura convenienza economica: la fuga dai fossili è una fuga dal rischio. In base alle rilevazioni del think tank londinese Carbon Tracker, le compagnie petrolifere di tutto il mondo potrebbero andare incontro a perdite di svariati miliardi di dollari nei prossimi anni a causa di progetti non più remunerativi, resi obsoleti dalla rapida espansione delle risorse rinnovabili. Le perdite potrebbero toccare i 2.200 miliardi di dollari al 2030, una cifra enorme che deriva dall'ostinazione con cui molte major petrolifere continuano a investire nell'estrazione di nuovi idrocarburi, malgrado i segnali crescenti di un imminente picco della domanda, destinata poi inesorabilmente a calare.

Questo scenario si sta già verificando nel mondo dell'auto, un mercato parallelo a quello petrolifero. Dieci anni fa l'industria automobilistica prevedeva di toccare i 100 milioni di auto vendute nel 2020, invece le vendite si sono fermate a 95 milioni nel 2017, per poi scendere fino a 90 milioni nel 2019, in base alle stime di Lmc Automotive, che prevede un ulteriore calo per quest'anno. Negli Stati Uniti, in base a una serie di rilevamenti, il picco del mercato dell'auto sarebbe già stato raggiunto nel 2004. Nel Regno Unito nel 2008 e anche in altri Paesi, come la Francia, la Germania, la Svezia, il Giappone e l'Australia, si osservano consistenti riduzioni. In Cina e India le vendite sono ancora in aumento, ma calano nelle metropoli, anche perché le autorità cinesi investono molto nei trasporti pubblici e hanno introdotto delle restrizioni al numero di auto immatricolate nelle parti più ricche del Paese, per evitare colossali ingorghi.

Il progressivo inurbamento della popolazione mondiale è una delle ragioni principali del fenomeno: ormai oltre il 50% dell'umanità è cittadina e nel prossimo decennio un altro miliardo di persone si trasferirà in città, dove il cambiamento è ancora più rapido. Il traffico in entrata a Londra è calato del 28% dall'introduzione della Congestion Charge nel 2004. L'auto ha perso la sua immagine di status symbol, tanto che una ricerca di McKinsey ha appurato una marcata preferenza per il car-sharing fra i Millennials. Fra i diciottenni americani di oggi solo il 60% ha la patente, mentre alla fine degli anni Settanta i diciottenni patentati erano l'86%. A Parigi e a New York, meno del 50% degli abitanti possiede una macchina. In tutte le città dove i trasporti pubblici funzionano bene e dove c'è una buona offerta di car sharing, possedere una macchina è diventato un peso inutile.

A sostenere il mercato dei veicoli endotermici e dei combustibili fossili resta, però, l'altra metà dell'umanità, quella che è rimasta in campagna e vota Donald Trump, detesta la carbon tax e non vuole cambiare abitudini, sia per motivi anagrafici che di portafoglio. "La grande isteria del 2019 contro i combustibili fossili è notevole, tanto per la rapidità con cui si diffonde, quanto per le conseguenze a lungo termine che potrebbe provocare", scrive ad esempio Bill Virgin sul Seattle Business Magazine, tacciando da "imbroglione" chi promette un Green New Deal e definendo la "corsa a decarbonizzare l'economia" come un "prodotto delle eco-star e delle élites che svolazzano in giro per il mondo facendo la morale alle masse sul tragico destino che le attende a causa dei cambiamenti climatici". Virgin, da tipico alfiere di una visione "old-economy" alla Donald Trump, si lancia poi nella difesa a spada tratta delle centrali a carbone del Nord Ovest, tra cui il colosso di Centralia, inaugurato nel 1971 con due unità identiche da 1340 megawatt complessivi e condannato alla chiusura nel 2011 dall'allora governatrice democratica dello Stato di Washington, Christine Gregoire, madre fra l'altro della legge sui matrimoni gay, entrata in vigore nel 2012.

L'impianto di Centralia, che produce da solo il 10% dei gas a effetto serra dello Stato di Washington, chiuderà entro quest'anno la prima unità e la seconda entro la fine del 2025. "Per lo Stato di Washington - tuona Virgin - questo significa bollette più care e la distruzione di uno dei suoi vantaggi competitivi", derivato dalla presenza dell'industria carbonifera, che aveva il suo epicentro proprio nella miniera di Centralia, cittadina al confine con il Canada nata alla fine dell'Ottocento come centro minerario. La miniera, un girone dantesco a cielo aperto che produceva 5 milioni di tonnellate di carbone all'anno al suo picco, ha chiuso i battenti nel 2006, come decine di altre miniere di questo tipo, condannate dallo sviluppo di fonti più competitive. TransAlta, la società canadese che controllava la miniera e la centrale, nel frattempo sta investendo 55 milioni di dollari in una serie di progetti rinnovabili, fra cui la centrale solare più grande dello Stato di Washington, che coprirà una parte dell'ex-miniera, e un campo eolico da 137 megawatt, che entrerà in funzione quest'anno. Con la chiusura della miniera, che ora è oggetto di bonifica e riforestazione, sono andati persi 600 posti di lavoro, un buon argomento per i fautori del trumpismo. Ma la perdita è stata assorbita dallo sviluppo delle nuove fonti e i cittadini della contea di Lewis, di cui Centralia è la città più grande, hanno continuato a votare solidamente a sinistra, eleggendo sempre rappresentanti democratici al Congresso.

La storia di questo piccolo microcosmo sembrerebbe dimostrare che la decarbonizzazione è possibile e in molti casi vantaggiosa, non solo per le élites newyorkesi e per gli "imbroglioni" del Green New Deal, ma anche per gli abitanti dell'America profonda, che grazie alla transizione energetica respirano meno polveri sottili e lavorano nelle nuove fonti di energia.


 

 

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