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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Professione futurista

Professione futurista

Technology

Elaborare scenari attendibili, nell’era dei dati, resta cruciale per orientare le politiche aziendali. Changes ne ha parlato con Roberto Poli, titolare della prima Cattedra UNESCO sui “sistemi anticipanti”.

​​​«Il futurista parte dal riconoscere la differenza fondamentale tra fare previsioni e rendere visibili i futuri possibili. Si distingue perciò dagli altri consulenti perché si focalizza principalmente sui diversi modi in cui le cose si possono sviluppare». Consulenti per gruppi bancari e governi. Ma anche per case automobilistiche e - naturalmente - giganti della tecnologia. Il futurist è tra le professioni in assoluto più ambite (e remunerate). Elaborare scenari attendibili, nell'era dei dati, resta cruciale per orientare le politiche aziendali. Le osservazioni di Roberto Poli, ​titolare dal 2013 della prima Cattedra UNESCO sui “sistemi anticipanti" e fondatore della start-up Skopìa - impresa che usa i metodi dell'anticipazione strategica con aziende e pubblica amministrazione e che collabora con il Gruppo Unipol nell'ambito dell'Osservatorio Reputational & Emerging Risk - ​possono perciò rappresentare un punto di vista privilegiato, per leggere le coordinate del progresso tecnologico.

Una visione prevedibile della tecnologia sembra emergere peraltro anche da Lavorare con il futuro - Idee e strumenti per governare l'incertezza (Egea Editore, Milano, 2019, pp. 215). Eppure il testo del professor Poli interviene in uno scenario in cui i cicli tecnologici si rinnovano generalmente ogni 5 anni, l'arco temporale entro il quale, in media, analisti ed esperti pronosticano a vario titolo l'arrivo della prossima tecnologia dirompente, la cosiddetta “next big thing". Sulla base di quale metodo, perciò, il futurist ritiene di poter anticipare trend e scenari a lungo termine? «Fare previsioni, nel senso ordinario del termine, funziona benino quando ci sono situazioni sufficientemente stabili, ma gira a vuoto quando le cose cambiano troppo velocemente. Rendere chiaro lo spettro dei futuri possibili, invece, funziona bene proprio in queste ultime situazioni», spiega a Changes il professor Roberto Poli.

Di stanza all'Università di Trento, dove insegna Filosofia della Scienza, Poli è sociologo di formazione. E mentre i suoi libri raccontano, tra le altre cose, le sorti dei giganti (tecnologici) dell'economia di oggi, il professor Poli ha fondato anche -Skopìa, impresa che usa i metodi dell'anticipazione strategica con aziende e pubblica amministrazione. Una formazione eterogenea, legata da una volontà piuttosto chiara. «C'è un filo conduttore esplicito che lega tutti questi temi, apparentemente così diversi, perché in tutta la mia vita mi sono sempre concentrato su un unico problema: la teoria dei livelli di realtà e la loro analisi categoriale. Da circa 15 anni sto sviluppando la teoria e la pratica degli studi di futuro. E gran parte della mia ricerca si è concentrata sui temi dell'ontologia e della teoria delle categorie. Sia nella classica accezione filosofica, sia nella sua versione informatica», ragiona Roberto Poli.

I TIMORI DIFFUSI​

Nell'analisi dei futuri possibili rientrano a vario titolo timori diffusi - ancorché ingiustificati - e visioni positiviste - talvolta interessate. Paure e aspettative che trovano terreno fertile negli scenari di società dominate dalle macchine. «Non sono convinto del paragone uomo-robot. Le percezioni, le idee, le emozioni non sono nei neuroni. Sarebbe come dire che la gita fuori porta risiede nei pistoni della macchina che usiamo per uscire dalla città. Il cervello è il motore che rende possibile i processi cognitivi, nello stesso modo in cui la macchina rende possibile fare una gita. Così come possiamo usare diversi mezzi per andare in gita (bicicletta invece della macchina), ci possono essere diverse strutture che implementano le attività percettive e cognitive (il cervello dei pesci è molto diverso da quello dei mammiferi, ma anche loro esperiscono illusioni percettive come noi). Questo micro-esempio fa trasparire il potere della teoria dei livelli di realtà», dice Poli. 

Dopotutto l'uomo ha impiegato secoli di storia per costruire un'etica condivisa e fissare valori di riferimento. Le macchine, al contrario, non sembrano avvertirne alcuna necessità, poiché programmate semplicemente per completare singole mansioni. Eppure appare in ogni caso necessario dotare i robot di principi etici. Ragiona Poli: «Non tutte le etiche si esplicitano in regole o casistiche. Le regole possono essere una semplificazione utile per certi particolari scopi, ma hanno poco a che fare con un'autentica esperienza etica. Ciò detto, è comunque opportuno codificare i comportamenti dei robot che presentano rilevanze etiche, in particolare ove ci siano interessi/valori in conflitto. Siamo nella più pura casistica – utile, anzi necessaria, ma ben lontana dal piano dell'esperienza etica».

Ancorché fascinoso, perciò, il dualismo appare quantomeno ingiustificato. Eppure il fenomeno della sostituzione dei lavoratori con robot e braccia meccaniche - nonostante le serie storiche riflettano una crescita costante dell'occupazione a livello mondiale - non lascia indifferente Poli. «La disoccupazione di massa è una possibilità concreta, soprattutto se le strutture portanti dell'economia non cambieranno adeguatamente. La possibilità tecnica di ridurre drasticamente l'orario di lavoro è un tema in circolazione da almeno 90 anni. Pur di non cambiare, istituzioni e aziende hanno preferito condannare intere generazioni alla disoccupazione e a micro-lavoretti incapaci di fornire redditi adeguati. Gli sviluppi tecnologici in arrivo aumenteranno drasticamente la pressione sul mercato del lavoro. La tecnologia è un incentivo importante, ma non sarà lei a determinare l'esito conclusivo».

 

 

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