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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Formazione a prova di virus

Formazione a prova di virus

Society 3.0

La sperimentazione sul campo dell’educazione digitale per insegnanti e alunni di scuole e università italiane sta accelerando la trasformazione tecnologica e rimette al centro il ruolo sociale della formazione.

​Scuole chiuse, ma didattica attiva.  È questa l'indicazione emanata lo scorso 6 marzo per tutte gli istituti italiani di fronte all'emergenza Covid-19 e subito recepita da quelle scuole e docenti che da anni sono impegnati nell'insegnamento con il digitale. Non tutti però erano attrezzati: «Al contrario, da sempre la scuola è uno degli ambienti più conservatori» spiega Luca Raina, insegnante di scuola secondaria prezzo l'Ict Toscanini di Casorate Sempione (Varese), autore presso Pearson sull'utilizzo dei linguaggi e delle nuove metodologie didattiche (e professore di Storia e geografia nel programma tv Il Collegio). «Le ragioni sono in parte economiche, perché innovare costa, in parte ideologiche perché gli insegnanti si arroccano su modi di lavorare e posizioni loro abituali. Inoltre, la formazione digitale, promossa dalla riforma della Buona scuola del 2015, è rimasta affidata alla volontarietà dei singoli. Perciò le realtà che erano già all'avanguardia sono le sole che hanno saputo approfittare dei finanziamenti disponibili con la riforma, accrescendo il divario tra gli istituti. Non è tanto questione regionale, quanto di poli trainanti e di aree in ritardo».

I dati lo confermano: secondo Educare digitale, un'analisi datata febbraio 2019 dall'AGCOM che si basa su dati del Miur riferiti all'anno scolastico 2016/2017 circa istituti principali e plessi scolastici di scuole primarie e secondarie, le scuole connesse a internet in Italia sono il 97%, di cui però solo l'11,2% si collega alla rete a una velocità superiore ai 30 Mbps. Il che genera ulteriori differenze: perché nelle scuole genericamente connesse il 47% dei docenti utilizza quotidianamente strumenti digitali mentre il 5% non ne fa uso mai. Nelle scuole dotate di una connessione a banda ultra-larga, invece la media dei docenti che utilizza tutti i giorni strumenti digitali sale al 51%. Un caso da imitare, per esempio, è quello delle scuole medie Pepoli di Bologna, in cui i 460 alunni già abituati a lavorare sulla piattaforma Google education e sull'interfaccia digitale 'classroom', ora stanno sperimentando una interazione sincrona: 4 ore di lezioni in videoconferenza al giorno, a cui gli alunni sono tutti collegati con la possibilità di fare domande e intervenire, e poi su classroom i si possono trovare materiali, compiti e le lezioni da rivedere. E l'entusiasmo verso i nuovi metodi è tale che nelle ultime settimane i ragazzi hanno fatto registrare un boom di richieste alla biblioteca digitale della scuola, Lunetta Park.

Che l'emergenza attuale stia cambiando le cose lo denunciano comunque altri dati: come il boom di contatti di We school, la piattaforma di e-teaching frequentata da 100mila docenti italiani di medie e superiori su un totale di 440mila e gli altrettanti accessi ai webinar del Miur. «Mentre a livello universitario è molto valida l'offerta dei Mooc (Massive Open Online Courses, Corsi online aperti) che richiedono tuttavia agli studenti di possedere elevate competenze circa la gestione delle scadenze, la cooperazione, il lavoro di gruppo», spiega Raina.

Superato dunque il problema del supporto tecnologico, resta da vedere  come adattare le modalità di insegnamento alla lezione a distanza. «Il registro elettronico è già un primo passo rispetto all'invio dei compiti su whatsapp. Poi si deve modulare il tempo della lezione in modo da mantenere desta l'attenzione di chi sta dietro un video: format di massimo 40 minuti, con inserti musicali o video per supplire alla mancanza della parte istrionica dell'insegnamento, supporti interattivi per coinvolgere gli alunni» suggerisce Raina.  Quanto ai compiti, dato che, a meno di possedere i software antiplagio è impossibile capire chi sta davvero elaborando qualcosa, «una soluzione può essere quella di sostituire ai lavori più nozionistici, la missione di formulare un testo alternativo a quello dato, arrivare a una seconda conclusione rispetto a quella proposta dallo stesso o far discutere online di ciò che si è scritto, come si fa durante le tesi, di modo che l'insegnante possa accertarsi di chi ha svolto un certo compito». Insomma, i docenti devono sperimentare forme nuove di interazione, imparando a piccoli passi cose l'uso di strumenti finora ignorati. «Oltre ai supporti gratuiti offerti grazie alla solidarietà digitale, è importante 'far rete' per costruire una struttura di esperti cui ogni docente può chiedere aiuto».

Un valido supporto è quello realizzato, nei primi 3 giorni della chiusura delle scuole, da docenti e dirigenti delle scuole del Veneto e della Lombardia hanno creato il sito La mia scuola differente che raccoglie materiali, metodologie, esperienze, strumenti per la scuola, una sorta di "ti faccio vedere che cosa puoi fare, con quello che hai", che mette a frutto le competenze del personale, che spesso è più avanti delle politiche ministeriali. E anche altrove la reattività dei docenti non può che essere ammirata: secondo le ultime rilevazioni dell'Osservatorio Scuola a Distanza del sito Skuola.net poco meno di 9 studenti su 10 sono "rimasti" a scuola grazie allo smart learning. E se solamente 1 docente su 4 ha già sperimentato interrogazioni o compiti in classe da remoto, anche qui probabilmente è solo questione di tempo, perché in una sola settimana la percentuale è quasi raddoppiata.

Ma quando l'emergenza sarà passata, cosa resterà della scuola digitale? «Se ci saranno i necessari investimenti, tutti gli insegnanti potranno continuare a inserire questa modalità di apprendimento nelle ore di lezione» replica Raina. Dato che il ministro dell'istruzione Azzolina ha escluso un prolungamento del calendario scolastico, è possibile che, anche se la chiusura delle scuole dovesse prolungarsi, la didattica a distanza non renda necessario il recupero dei giorni di lezione persi per l'emergenza Coronavirus. Dal canto suo, Reina si augura che rimanga soprattutto un recupero del senso del valore sociale della scuola. «I genitori che oggi non sanno come staccare i figli dai telefoni o far svolgere loro i compiti, dovrebbero pensare a cosa ogni giorno fanno gli insegnanti in termini di costruzione del comportamento, di capacità di mantenere vive le relazioni, di coinvolgimento dei ragazzi. Da insegnante e soprattutto da padre di due figli, vorrei ricordare agli altri genitori che, se i nostri ragazzi non hanno voglia di studiare, quasi mai il problema dipende dalla scuola».


 

 

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