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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > La sostenibilità riparte dalle tasse

La sostenibilità riparte dalle tasse

Environment

La crisi da Coronavirus ha acceso i riflettori sulle imprese che non hanno un rapporto esemplare con il fisco. Ecco perché.

​​Che sia arrivata l'ora di aggiungere un'altra lettera all'acronimo Esg, che indica i fattori ambientali, sociali e legati alla governance che deve integrare nel processo d'investimento chi intende operare credibilmente nella finanza sostenibile? Ovviamente stiamo parlando della lettera "t" di tasse, che trasformerebbe l'acronimo in Esgt. Sì, perché la questione fiscale, rimasta sotto traccia per molto, troppo tempo, all'epoca della faticosa e complessa ripresa dalla crisi Coronavirus sta giustamente riemergendo come centrale nel discorso sulla sostenibilità. Probabilmente perché molto si è discusso, anche in Italia, di quanto sia opportuno o meno sostenere in questa fase con risorse pubbliche quelle imprese che nel modo di intendere il rapporto col fisco, usando un eufemismo, non brillano per trasparenza o quanto meno per fairness, per dirla all'inglese. Con una nutrita serie di Paesi che ha infatti annunciato di voler porre precise restrizioni in tal senso.

Il punto è che c'è una consolidata abitudine, e non solo in Italia, a considerare chissà perché la fiscalità un ambito marginale per non dire avulso rispetto a tutti quelli che rientrano invece prioritariamente nel discorso sulla sostenibilità. Ma la crisi Coronavirus ha drammaticamente posto in evidenza quanto siano decisivi, per il buon funzionamento e la salute - nel verso senso del termine, come dire primum vivere - della società e quindi anche delle imprese, gli investimenti che vengono fatti soprattutto dal soggetto pubblico in settori come la sanità al fine di garantire universalmente i servizi sanitari essenziali ai cittadini. Investimenti che ovviamente traggono la propria linfa dalle entrate fiscali dello Stato. Di conseguenza, prescindendo dalla maggiore o minore capacità del soggetto pubblico di investire quelle risorse nel più efficace ed efficiente dei modi per produrre il massimo vantaggio possibile per la collettività - tema enorme su cui ovviamente si possono spendere oceani d'inchiostro, ma non è questa la sede per farlo -, le imprese che non hanno un rapporto esemplare con il fisco sono finite nel mirino. In particolare, sotto la lente sono finite le crepe in termini di coerenza che tali imprese mostrano quando parlano di sostenibilità ma non approfondiscono se e quanto sia sostenibile l'impatto sulla società del loro modo d'intendere il rapporto col fisco.

A mettere in chiaro le cose al di là di ogni ragionevole dubbio è stato di recente il Forum per gli Investimenti Responsabili (Fir) francese. Cioè l'organizzazione rappresentativa del movimento o se si vuole dell'ecosistema della finanza sostenibile del Paese che in tale ambito è oggi all'avanguardia non solo in Europa ma nel mondo, dato che il Vecchio continente è l'area leader del pianeta in fatto di investimenti responsabili e la Francia è leader in Europa. È successo che a maggio il Fir ha presentato i dati della prima edizione di uno studio sulla conformità fiscale delle maggiori aziende, le società presenti nell'indice azionario Cac 40. Soprattutto, in base ai risultati dello studio, il Fir ha formulato una serie di raccomandazioni alle imprese, spiegando che su tali punti l'attenzione del Fir e quindi dell'intera comunità degli investitori responsabili francesi continuerà ad essere alta. A cominciare dalla stagione delle assemblee degli azionisti di quelle aziende, dove il Fir ha preannunciato di voler sollevare questioni legate al tema della conformità fiscale, come ad esempio quella del country by country report.

Le raccomandazioni sono sette ma si possono comunque considerare una sorta di "decalogo" della responsabilità fiscale delle imprese. Colpisce ad esempio il punto in cui si dichiara che la strategia fiscale deve essere integrata nella strategia di responsabilità sociale, di cui fa parte. Si chiede alle imprese di predisporre una carta della responsabilità fiscale; di pubblicare ogni anno un rapporto di responsabilità fiscale in cui dare conto dell'attuazione di ciò che si è statuito nella carta; in caso di presenza della società in paradisi fiscali, di dare conto della giustificazione economica dell'attività della società in tali giurisdizioni e, se tale giustificazione non viene data, di impegnarsi a ritirarsi dai suddetti paradisi fiscali. Uno dei punti forse più rilevanti è quello in cui si offre una sorta di definizione di ciò che debba intendersi per responsabilità fiscale: non basta non evadere e rispettare la legge (del resto è inscritto da sempre nel Dna della responsabilità sociale il concetto che è solo dal punto in cui terminano gli obblighi da assolvere per legge che si può iniziare a parlare di responsabilità, non certo prima), bisogna impegnarsi a pagare le tasse dove si produce valore economico, perché ciò costituisce un contributo alle finanze pubbliche ed è necessario al fine del raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo sostenibile (SDGs, o Global Goals) definiti dalle Nazioni Unite ormai quasi cinque anni fa, era il settembre del 2015, che rappresentano il quadro di riferimento universale per ogni ragionamento sui temi di sostenibilità.

La presa di posizione del Fir sulla rilevanza della questione fiscale nella prospettiva degli investimenti sostenibili è assai significativa ma non è l'unica, a testimonianza di come il tema sia entrato con decisione in agenda. Al riguardo si è attivato niente meno che PRI, i Principi per l'Investimento Responsabile lanciati in ambito Nazioni Unite nel 2006, che oggi rappresentano di fatto l'organismo planetario di rappresentanza e promozione della finanza sostenibile, con oltre 3mila firmatari (in rapida crescita anche quelli italiani) che insieme gestiscono circa 90 trilioni di dollari di asset (90mila miliardi di dollari).

Oltre a un lungo post sul PRI blog che riflette con abbondanza di dati sulle preoccupazioni degli investitori per il largo e opaco utilizzo da parte delle corporation di veicoli offshore (vengono chiamati in causa anche i celebri Panama Papers), PRI ha pubblicato un report sui risultati di un'attività di engagement collaborativo condotta negli ultimi anni sul tema, in generale, della trasparenza fiscale. Dove si dice tra le altre cose che non c'è allineamento tra le informazioni che gli investitori richiedono, sul tema, e quelle che le aziende offrono (la disclosure). E in particolare che c'è poca informazione, da parte delle società, su come si combinano le politiche fiscali con gli obiettivi strategici di sostenibilità.

Per fortuna ci sono anche esempi positivi di iniziative che si stanno imponendo come riferimenti a livello internazionale in materia: i Responsible Tax Principles promossi dai business leader internazionali riuniti nel B Team; il Tax Standard elaborato dal GRI (Global Reporting Initiative) per la rendicontazione sui temi fiscali; le linee guida sulle politiche di voto sui temi fiscali di cui si sono dotati alcuni grandi investitori istituzionali internazionali, come nel caso del grande fondo pensione francese Erafp, che raccomanda il voto contrario all'approvazione del bilancio di società protagoniste di politiche di ottimizzazione fiscale aggressiva e identifica la lotta a tali pratiche come una delle priorità della propria attività di engagement per il 2020. Oppure, ancora, la certificazione Fair Tax Mark lanciata anni fa nel Regno Unito (ambisce a diventare uno standard globale nei prossimi anni), assegnata alle aziende che gestiscono il capitolo tasse in modo equo e trasparente.

C'è ancora molto da scavare e da far emergere sulla responsabilità fiscale delle aziende. E molto da fare per conferire a questo tema l'importanza che merita all'interno di un approccio sostenibile e responsabile all'investimento e, più in generale, all'interno di un modo sostenibile e responsabile di intendere l'attività d'impresa. Va salutata positivamente, quindi, perché darà senz'altro man forte su questo fronte, la recentissima nascita di Tax Justice Italia, che porta anche fisicamente nel nostro Paese la rete internazionale Tax Justice Network, fra i protagonisti nel mondo nella lotta per una maggiore giustizia fiscale. «In questa fase dove le aziende chiedono aiuto allo Stato - si legge nel comunicato di lancio di Tax Justice Italia, con riferimento alla ripartenza dell'economia italiana dopo la crisi Coronavirus -, i finanziamenti devono andare in imprese fiscalmente responsabili, non ad imprese che usano i paradisi fiscali come vantaggio strategico per non pagare le tasse in Italia».​



 

 

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