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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Finanza sostenibile, the new normal in Europa

Finanza sostenibile, the new normal in Europa

Environment

In un documento di una ventina di pagine l'Unione europea ha gettato le basi per cambiare volto alla finanza, per arruolarla definitivamente nella lotta ai cambiamenti climatici.

​​Una finanza più green e più in generale al servizio della transizione verso un modello economico più sostenibile. Comunicato a inizio marzo e presentato nell'ultima decade dello stesso mese in un grande convegno a Bruxelles, il "Piano d'azione per finanziare la crescita sostenibile" della Commissione europea illustra le direttrici di fondo ed elenca le misure concrete da attuare per far sì che il mondo degli investimenti svolga un ruolo centrale, com'è del resto indispensabile, nel raggiungimento degli obiettivi fissati dall'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e degli Obiettivi di Sviluppo sostenibile (SDGs) dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Il Piano d'azione si fonda sull'importante lavoro svolto lo scorso anno dal Gruppo di esperti di alto livello sulla finanza sostenibile (High-level expert group, Hleg) che la stessa Commissione Ue aveva costituito a fine 2016 e a cui aveva chiesto di indicare appunto quali erano i punti cruciali su cui intervenire per mettere finalmente la sostenibilità al cuore del sistema finanziario europeo, a un decennio dallo scoppio della grande crisi del 2007-08. Dopo un report provvisorio pubblicato la scorsa estate, a fine gennaio Hleg ha prodotto il report finale con una serie di raccomandazioni che sono state poi tradotte dalla Commissione di Bruxelles nel Piano d'azione.

In quali direzioni dovrebbe cambiare il volto della finanza in Europa? Il Piano d'azione indica tre macro-obiettivi, che in estrema sintesi si potrebbero tuttavia riassumere in uno solo: far uscire una volta per tutte la finanza sostenibile dalla nicchia e renderla, per il futuro, non solo mainstream ma addirittura the new normal. Come dire che occorre abituarsi, perché ce n'è assoluto bisogno, a una finanza che o è sostenibile, o non è.

Il primo obiettivo generale del Piano d'azione riguarda la necessità di riorientare i flussi di capitali verso investimenti sostenibili. Il secondo, il miglioramento della capacità di gestire i rischi finanziari che derivano da quelli che vengono di solito indicati come mega-trend, vale a dire innanzitutto i cambiamenti climatici ma anche l'esaurimento delle risorse, il degrado ambientale, le questioni sociali. In terzo luogo, si punta la lente sull'importanza di promuovere più trasparenza nelle attività economico-finanziarie e soprattutto una visione di lungo termine, in contrapposizione allo short-termismo e alle pericolose distorsioni che esso produce. «Le decisioni di investire - si legge ad esempio nel documento - di norma si fondano su diversi fattori, ma spesso quelli inerenti alle considerazioni ambientali e sociali non sono sufficientemente presi in considerazione, poiché tali rischi possono concretizzarsi in un orizzonte temporale più lungo. È importante riconoscere che tenere conto degli interessi di sostenibilità sul più lungo termine è ragionevole dal punto di vista economico e non comporta necessariamente un ritorno inferiore per gli investitori».

Ognuno di questi macro-obiettivi viene declinato nel Piano d'azione in una serie di puntuali misure, con tempistiche già piuttosto ben definite, palesando in modo piuttosto chiaro una volontà di procedere speditamente nella realizzazione di quanto previsto. In vista dell'obiettivo del riorientamento dei flussi di capitale nel senso della sostenibilità, che dovrebbe aiutare l'Europa a colmare il gap attuale di 180 miliardi di euro annui di investimenti supplementari (necessari per conseguire gli obiettivi dell'Accordo di Parigi fra cui la riduzione del 40% delle emissioni di gas serra al 2030), una delle misure fondamentali che si vogliono introdurre è una classificazione finalmente condivisa delle attività che si possono considerare sostenibili. Al riguardo la roadmap per l'attuazione del Piano d'azione prevede, già nella seconda metà di quest'anno, che la Commissione Ue presenti una proposta legislativa per l'elaborazione della tassonomia. A questo scopo, sempre dalla Commissione Ue verrà istituito un gruppo tecnico di esperti di finanza sostenibile - fino a trenta, come recitava la call for application lanciata al riguardo - incaricato di definire una prima versione della tassonomia (attesa nel primo trimestre 2019), che si concentrerà in particolare sulle attività di attenuazione dei cambiamenti climatici per poi estendersi a quelle di adattamento e ad altre attività ambientali.

Nell'ambito del medesimo obiettivo, un'altra delle misure probabilmente più interessanti dell'intero Piano d'azione riguarda l'introduzione di norme e marchi per prodotti finanziari sostenibili. Con riferimento prioritario ai green bonds, le obbligazioni "verdi", e guardando in particolare all'esigenza degli investitori al dettaglio di poter distinguere e riconoscere, cosa oggi assai complicata a volte addirittura per gli stessi addetti ai lavori, i prodotti che effettivamente soddisfano determinati requisiti di sostenibilità. In questo senso c'è l'ipotesi di ispirarsi al quadro di riferimento rappresentato dal regolamento sul marchio Ecolabel Ue.

Fra le misure da attuare per centrare il secondo macro-obiettivo, cioè l'integrazione della sostenibilità nella gestione del rischio, si parla di fiduciary duty: è il dovere fiduciario, in capo agli investitori istituzionali e ai gestori di investimenti, di operare nel miglior interesse dei loro investitori finali e/o beneficiari. Un'interpretazione conservativa del fiduciary duty è stata per molto tempo, e in larga misura lo è ancora oggi, uno dei maggiori ostacoli all'integrazione della sostenibilità nell'attività d'investimento finanziario. Al riguardo la Commissione Ue è intenzionata a presentare entro fine giugno 2018 una proposta legislativa, con una duplice finalità: imporre agli investitori istituzionali e ai gestori di integrare gli aspetti di sostenibilità nel processo d'investimento; e aumentare la loro trasparenza, imponendo di comunicare ai rispettivi clienti se e come effettuano questa integrazione e quindi quanto sono esposti a rischi di sostenibilità.

La "lotta" allo short-termismo, di cui si accennava, è il fulcro delle proposte legate al terzo macro-obiettivo del Piano d'azione. Qui viene chiamato in causa direttamente il governo societario delle imprese: «Nonostante gli sforzi profusi da numerose imprese europee - si legge nel documento -, le indebite pressioni a breve termine del mercato possono ostacolare un allungamento dell'orizzonte temporale nel processo decisionale. È possibile che i manager delle società siano diventati eccessivamente concentrati sulle prestazioni finanziarie a breve termine, trascurando le opportunità e i rischi risultanti dalle considerazioni connesse alla sostenibilità ambientale e sociale». Come intende intervenire la Commissione Ue su questo punto? Valuterà se vi è la necessità di imporre ai consigli di amministrazione l'elaborazione e divulgazione di una strategia di sostenibilità, compresa una due diligence sulla catena di fornitura. E, anche, se vi è la necessità di chiarire le norme che impongono agli amministratori di agire nell'interesse a lungo termine dell'impresa. Inoltre, le autorità europee di vigilanza, in particolare l'Esma (l'autorità responsabile della vigilanza sui mercati finanziari europei), saranno chiamate a raccogliere informazioni sull'«indebita pressione a breve termine» esercitata dalla finanza sulle imprese, insomma sull'economia reale, andando ad esempio a verificare i periodi di possesso delle azioni da parte dei gestori di attività.

Stando alla roadmap delineata nel Piano d'azione, tutte le misure previste saranno quanto meno avviate entro la fine del 2019, con qualcuna che per allora dovrebbe già trovarsi in stato avanzato di realizzazione. Questo e il prossimo, anche considerando le elezioni europee di fine maggio 2019, saranno dunque anni decisivi per vedere se si riesce effettivamente a cambiare il volto della finanza nella direzione della sostenibilità. E per verificare se l'Europa ha la forza quanto meno di stimolare tale cambiamento non solo al suo interno ma anche nel resto del mondo.

 

 

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