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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Finanza sostenibile: questione di etichetta

Finanza sostenibile: questione di etichetta

Environment

Come funzionano le ESG labels che certificano la coerenza dei prodotti finanziari rispetto ai criteri di sostenibilità e mettono al riparo dal greenwashing.

​Dimmi chi ti certifica e ti dirò se sei, davvero, sostenibile. Si potrebbe metterla anche così per parlare dei "bollini" o più precisamente delle etichette per i prodotti finanziari sostenibili e responsabili, prima di tutto i fondi comuni d'investimento. Del resto non ci sarebbe nulla di strano poiché le certificazioni sono uno degli strumenti anche comunicativi, pur non esenti come tutti gli altri da critiche e da casi di mala gestio, a cui i consumatori più si affidano per capire se ciò che stanno acquistando vanta davvero le caratteristiche di sostenibilità che decanta. Sempre a rischio di auto-referenzialità e di greenwashing.

Il punto è che le certificazioni per la finanza sostenibile esistono, in alcuni casi da parecchi anni, ma non sono obbligatorie. Per cui si può ad esempio mettere sul mercato un prodotto denominandolo "sostenibile" senza di fatto doverne rispondere a nessuno, se non al mercato, vale a dire a coloro che sottoscrivendolo chiedono in cosa consista la sua sostenibilità: quali siano i principi e criteri, le analisi e le metodologie di valutazione che quei prodotti incorporano. Ma presto lo scenario potrebbe mutare radicalmente, almeno in Italia e nel resto dell'Unione europea.

Nell'ambito del Piano d'azione sulla finanza sostenibile che la Commissione Ue sta attuando, è infatti prevista l'introduzione di etichette che diano informazioni sul grado di sostenibilità dei fondi d'investimento. La fonte d'ispirazione è il modello Ecolabel, l'etichetta ecologica che da una trentina d'anni in Europa informa sulla qualità ecologica dei prodotti e servizi. E a fondamento dell'etichetta ci sarà la ormai famosa tassonomia delle attività economiche sostenibili che sta al cuore del Piano d'azione, su cui si è raggiunto un faticoso compromesso a livello europeo, dove le attività economiche vengono valutate come sostenibili o meno in base al grado con cui possono contribuire alla transizione green del modello di sviluppo. In particolare, al contrasto alla crisi climatica attraverso mitigazione e adattamento.

In attesa che l'etichetta europea arrivi sul mercato, però, la situazione non si può certo definire all'anno zero, tutt'altro. Perché da anni esistono esperienze, anche molto importanti, di etichette di sostenibilità per i prodotti d'investimento.

Quella più importante arriva dalla Francia, non a caso cioè dal Paese che, forse anche per iniziative come questa, oggi è il più avanzato in Europa - come mercato e come iniziative normative e regolamentari poste in essere per promuoverlo - sul fronte della finanza sostenibile. Chissà se in Italia, dove la certificazione non c'è, la sua introduzione potrebbe far aumentare ancora la massa di risorse, comunque significativa, gestita dai fondi classificati come sostenibili da Assogestioni, che valgono nel nostro Paese 31 miliardi di euro di asset.

In Francia nel 2016 è stata lanciata la Label ISR, sostenuta in prima persona dal governo transalpino e fondata sull'esperienza precedente della Novethic SRI Label promossa dal centro di ricerca Novethic. Come spiega in dettaglio il sito dedicato, si tratta di una certificazione rivolta ai fondi d'investimento. Viene rilasciata da enti di certificazione indipendenti. Fra i criteri che prevede, raggruppati intorno a sei aspetti, vi è ad esempio l'indicazione degli obiettivi ESG (sociali, ambientali e di governance) dell'investimento, insieme a quelli finanziari; la trasparenza nella gestione dell'investimento; la definizione di una politica di engagement (dialogo e confronto) con le società in cui il fondo investe. Viene rilasciata per un periodo di tre anni, rinnovabile. La cosa forse più immediatamente interessante e utile, specie per il piccolo risparmiatore che vuol saperne di più su come fare per investire in modo sostenibile e responsabile, è che una volta che la certificazione viene rilasciata, il fondo che ne è oggetto viene incluso nella lista dei che fa capo al ministero delle Finanze: più ufficiale di così si muore, insomma. Il risultato è che chiunque può prendere visione via web della lista dei fondi certificati, che a fine ottobre dell'anno scorso avevano superato in Francia i 360, offerti da 65 società di gestione, con 140 miliardi di asset di euro interessati.

Un'altra iniziativa importante è quella di Luxflag, un'agenzia indipendente e non profit costituita in Lussemburgo nel 2006 (di recente, prima in Europa, ha ottenuto la certificazione ISAE 3000). Anche in questo caso fra i fondatori figura il governo nazionale, insieme fra gli altri alla Banca Europea per gli Investimenti e al Luxembourg Stock Exchange. Quelle attivate da Luxflag negli anni sono in realtà una famiglia di certificazioni, che spaziano fra investimenti in microfinanza, verdi, climatici, green bond. E poi c'è la label per gli investimenti ESG, che dura un anno: a dicembre dello scorso anno, la lista dei fondi che potevano fregiarsi del label Luxflag ESG superava i 100.

Mettendo insieme anche altre iniziative di certificazione a livello continentale, come il Quality Standard in Belgio o FNG Siegel nei Paesi di lingua tedesca, è stato di recente calcolato in circa 800 il numero di fondi sostenibili certificati in Europa. Numero che probabilmente crescerà e non di poco, anche per ragioni di mercato, quando andrà a regime l'etichetta allo studio della Commissione Ue, destinata non a sostituire ma a integrare e a dare uniformità alla certificazione dei prodotti di finanza sostenibile. I cui obiettivi sono di tutta evidenza: dare informazioni, trasparenza, visibilità, garanzie e sicurezza al mercato dei prodotti di finanza sostenibile. In una parola, regolamentarlo per spingerlo. Con qualcuno che ci mette la faccia per dire che un prodotto sostenibile lo è davvero in base a criteri predefiniti, condivisi e verificabili.

Resta tuttavia un dilemma di fondo, che anche nel mondo delle certificazioni migliore possibile non avrebbe probabilmente soluzione. Per qualsiasi bollino o etichetta, cioè, c'è il rischio che chi cerca di ottenerlo lo faccia più per il desiderio, o l'esigenza, di essere certificato che per quello di essere veramente sostenibile nel prodotto o servizio che offre. Che cioè si guardi al dito, vale a dire il bollino, e non alla luna, vale a dire a offrire un prodotto o servizio che aiuti realmente a finanziare la transizione, urgentemente necessaria, verso un modello economico autenticamente sostenibile. Che è poi il senso ultimo e più vero, nel senso di originario, della sostenibilità applicata alla finanza.

Può sembrare una questione di lana caprina, invece è fondamentale. Il motivo è che il diavolo si nasconde nei dettagli e che anche fra le maglie delle certificazioni si possono celare comportamenti opportunistici o quanto meno differenze, anche importanti, tra prodotto certificato e prodotto certificato. I consumatori, in questo caso gli investitori, devono tenerlo ben presente: ben venga la certificazione, che può dire e fare molto e per certi versi è indispensabile. Ma è altrettanto indispensabile essere attivi o, meglio, attori delle proprie scelte, prima di tutto assumendosi la responsabilità di informarsi il più a fondo possibile prima di scegliere, al di là di qualsiasi bollino. Serve, insomma, una generazione di risparmi-attori affinché il potenziale della finanza sostenibile certificata possa esprimersi al meglio.


 

 

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