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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Fatica da pandemia

Fatica da pandemia

Well Being

Sfinimento, malinconia, frustrazione. C’è un virus nel virus. Una sindrome latente, che serpeggia sottotraccia e che per l’Oms potrebbe mutare in insofferenza. Un male antico descritto bene dagli autori greci e romani.

​​C'è un male di vivere che non compare nella curva dei contagi da Covid-19, ma si trasmette con una virulenza a cui cominciano a prestare attenzione gli stessi esperti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. È stata proprio l'OMS a suonare il campanello d'allarme: la Pandemic Fatigue potrebbe mutare. E da sindrome di stanchezza, potrebbe trasformarsi in insofferenza verso le regole che hanno compresso le nostre libertà. La voglia di autodeterminazione, così, potrebbe indurci a contravvenire alle norme di contenimento della Covid-19. Vanificando gli sforzi delle autorità, e quelli di miliardi di cittadini. 

Una circostanza inedita per l'umanità intera; o forse no? «L'angoscia e la depressione dei nostri giorni, anche e soprattutto a motivo della pandemia, coinvolgono fasce della popolazione di un'ampiezza preoccupante. Ma il mondo classico, anche quello latino, conosceva bene queste condizioni dell'esistenza. Quella che nelle lingue moderne va sotto la denominazione di depressione e male di vivere non è una patologia o uno stato d'animo che si può riferire solo ai nostri giorni», spiega a Changes Donatella Puliga, autrice de La depressione è una dea. I romani e il male oscuro (il Mulino, Bologna, 2017) e docente di Civiltà Classica e Lingua e Letteratura latina all'Università di Siena.

Un male antico come l'uomo

Romani e greci sapevano già tutto, insomma. E malinconia e male di vivere erano termini arcinoti già nell'antichità, fatte salve le varianti su diagnosi e rimedi proposti nell'antichità, rispetto al periodo storico che stiamo vivendo. «In Grecia, a partire dai testi medici del V secolo a.C., la depressione viene considerata per la prima volta nella storia dell'Occidente una patologia fisica, organica, dovuta ad un eccesso di bile nera: è questo il significato della parola melancholìa, la nostra malinconia. Nel passaggio dal pensiero greco al mondo latino, poi, la depressione non viene più riferita alla sfera del corpo, ma diventa una malattia dell'anima. E a raccogliere il testimone della melancholìa greca sono le epistole di Cicerone, i versi di Lucrezio e di Orazio, i dialoghi di Seneca. Testi che sembrano più vicini, in certa misura, a quella condizione di depressione da cause esterne che stiamo vivendo oggi. Così, mentre la terapia proposta dai Greci era legata più all'assunzione di veri e propri farmaci naturali (piante, passeggiate, disintossicazione del corpo), i rimedi proposti dai romani erano piuttosto la meditazione filosofica, oltre che la biblioterapia e la terapia della scrittura: che tornano tra le acquisizioni della moderna psicologia», ragiona Puliga. 

Del resto le ricerche sull'effetto della pandemia sugli stili di vita e il benessere si moltiplicano. Uno studio pubblicato il mese scorso su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) esamina l'impatto sui giovani. I ricercatori dell'Università di Pittsburgh si sono interrogati sulla salute mentale dei giovani, prima che le evidenze di cronaca potessero metterci davanti alla dura realtà: l'ingestibile malumore e depressione di adolescenti e preadolescenti. Dopo 3 anni di raccolta dati sull'attività fisica, il sonno e la salute mentale degli studenti dell'ateneo americano, lo studio dimostra una relazione tra il drammatico aumento dei sintomi depressivi e il crollo parallelo dell'attività fisica e dell'aumento del tempo trascorso davanti a uno schermo. Lo studio, che utilizza dati raccolti prima e durante la pandemia, rivela un notevole deterioramento della salute mentale degli studenti durante l'ultimo anno pandemico. I casi a rischio di depressione, infatti, nel semestre primaverile del 2020 sono aumentati del 90% rispetto al semestre primaverile dell'anno precedente.

«Lucrezio nel De rerum Natura invitava a riflettere sul fatto che le cause più profonde del male di vivere non sono da rintracciare soltanto negli eventi esterni, per quanto funesti, ma nella propria struttura interiore, in quella postura esistenziale che va curata anche in tempi lontani da quelli dell'emergenza, e che può poi offrirci sostegno di fronte agli eventi più estremi. Tra i remedia a questo disagio del vivere, c'è l'ascolto di voci che non sono certamente le più altisonanti, l'invito a non farsi schiacciare dall'ansia dell'accumulo (che sia di denaro, di potere, di consensi, di like), a non cercare facili scorciatoie per la realizzazione di sé, prevaricando gli altri, anche i più vicini», spiega Donatella Puliga, che ha fondato e dirige il Laboratorio di ricerca sulla didattica dei Classici dell'Università di Siena.

A fornire una sorta di prontuario medico-spirituale per gestire la depressione fu invece il filosofo Seneca. «Il suo trattato Sulla tranquillità dell'Animo dovrebbe trovare posto non solo nella biblioteca, ma sulla scrivania di tanti uomini e donne dei nostri giorni. Da lui apprendiamo una metodica di gestione del male di vivere basata sulla consapevolezza di se stessi e dei propri limiti, la capacità di prendere le distanze da persone e situazioni ansiogene, la coscienza della propria fragilità che è forse proprio la prima cifra della solidità interiore. Che è un giardino da coltivare, nell'esercizio dell'attesa: una grande assente dal nostro tempo, in cui tutto è bruciato nell'istante, consumato nel presente», ragiona Donatella Puliga.

Angoscia vs paura

In una precedente intervista a Changes , nelle settimane del lockdown della primavera dello scorso anno, Umberto Galimberti propose una distinzione tra l'angoscia e la paura, a proposito dei risvolti della pandemia sulla nostra psiche. «La paura, quella che i Greci chiamavano phobos e i Romani metus, o pavor, è una reazione sana di fronte a qualcosa che si avverte come pericoloso. È sano che io abbia paura del vuoto, ad esempio, o che abbia paura di attraversare la strada senza fare attenzione: perché questo mi impedisce comportamenti avventati. L'angoscia, invece, è qualcosa che ha più a che fare con l'ignoto, con ciò che non si conosce e che produce un senso di soffocamento (angoscia deriva da una radice che significa stringere, soffocare, la stessa presente nel termine medico angina): e per tragica ironia della sorte uno dei tratti della malattia da covid-19 è proprio quella dell'insufficienza respiratoria. L'angoscia di oggi deriva soprattutto dal fatto che- diversamente da quanto accadeva agli antichi noi avevamo davvero esiliato dal nostro orizzonte mentale l'idea della fragilità, il senso di finitudine che era invece molto più presente nelle società del passato. E stiamo pagando proprio con l'angoscia l'entrata in crisi del nostro delirio di onnipotenza».

Dopotutto uno degli as​petti in assoluto più angosciosi, in particolare per la civiltà occidentale e in forma probabilmente inversamente proporzionale rispetto alle popolazioni orientali, appare la convivenza con le misure restrittive della libertà personale, funzionali al contenimento della pandemia. Anche nell'antichità, però, si ritrovano tracce del culto della libertà che sembra contraddistinguere oggi la civiltà occidentale. «Della mancanza di libertà, del senso di confinamento che dà origine ad una vera e propria patologia depressiva troviamo testimonianza, in antico, nelle opere dell'esilio di Ovidio (i Tristia e le Epistulae ex Ponto) in cui il poeta descrive il vero e proprio lutto seguito al violento strappo da Roma e dalla sua vita quotidiana, per essere relegato nella lontana terra dei Geti, sul Mar Nero. Oggi questo senso della relegatio si è rovesciato: noi soffriamo, paradossalmente, proprio il fatto di non poter essere lontani dalle nostre case: soffriamo di un eccesso di vicinanza ai nostri orizzonti, che si unisce però ad una totale assenza di autentica prossimità con gli altri. Non so se potrà aiutarci il fatto di sapere che quello che crediamo un male solo nostro, e solo del presente, ha in realtà una storia così antica».​

 

 

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