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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Fallisco dunque sono

Fallisco dunque sono

Society 3.0

La cultura dell’errore si fa strada anche in azienda, ma in Italia è ancora un tabù. Eppure si può trasformare l’insuccesso in un punto di forza.

​«Nella mia carriera ho sbagliato più di 9.000 tiri. Ho perso quasi 300 partite. Ventisei volte, mi hanno dato la fiducia per fare il tiro vincente dell'ultimo secondo e ho sbagliato. Ho fallito più e più e più volte nella mia vita. È per questo che ho avuto successo». A parlare è l'ex cestista Usa Michael Jordan oggi principale azionista e presidente della squadra di pallacanestro degli Charlotte Hornets. 

Da un po' di tempo a questa parte la cultura dell'errore, la rivalutazione del fallimento, si sta facendo sempre più strada, specie nei Paesi anglosassoni. A muovere i primi passi in questa direzione è stata nel 2010  Melanie L. Stefan, docente della Scuola di Scienze Biomediche dell'Università di Edimburgo, che in un suo articolo pubblicato  sulla rivista Nature, esortava i lettori ad accompagnare il classico C.V. con uno dei propri fallimenti professionali.
Sei anni dopo a cogliere la provocazione è stato Johannes Haushofer, assistente docente di Psicologia alla Princeton University, che nel 2016 riprese l'idea lanciata dalla Stefan e decise di creare un documento a parte inserendo insuccessi scolastici e professionali (come articoli rifiutati, fondi per la ricerca non concessi e borse di studio non assegnategli), accompagnandolo al suo cv ufficiale. Obiettivo? Dimostrare come accanto a evidenti successi ci siano stati anche tanti sforzi andati a vuoto. Dopo di lui anche Bradley Voytek, PhD all'università di San Diego, decise di inserire all'interno del cv i suoi fallimenti, lì in bella mostra nero su bianco al fianco dei suoi successi, a disegnare un normale e umano percorso professionale. 

In Italia il fallimento è ancora un tabù

Ma diciamolo: in Italia non è ancora arrivato il tempo di mettere in evidenza i propri passi falsi professionali. Anzi, addirittura da noi la parola "fallimento", quando si parla di lavoro, è vissuta come un tabù, tanto che molti utilizzano erroneamente il termine "errore" come sinonimo, perché più soft. Quando in realtà sono due cose completamente diverse, «l'errore è lo strumento che porta al risultato del fallimento», afferma Domenico Piano, Head Hunter partner di Arpa consulting e Amministratore delegato di Op Solution, società specializzata in Outplacement, per il quale gli insuccessi fanno parte della vita di tutti noi sia privata sia professionale. 

Ma si sa, «l'Italia non è come gli Usa, dove è opinione comune che se una persona non ha avuto almeno un fallimento nella sua vita è incompleta. Da questo punto di vista la cultura americana è molto diversa dalla nostra. Noi non siamo ancora pronti per presentare a un recruiter il cv dei nostri fallimenti», dice l'esperto. Questo non significa però che dobbiamo nasconderli o fare finta che sia sempre andato tutto liscio. «Come head hunter non credo alle persone che vengono da me e parlano solo dei loro successi, qualche inciampo nel nostro cv l'abbiamo tutti, anche perché in un mercato del lavoro estremamente dinamico come quello attuale, gli insuccessi possono manifestarsi frequentemente e non sempre dipendono dal nostro operato», confida Piano.

Vietato nascondere gli insuccessi

Per questo è sempre meglio, in fase di colloquio, parlare anche delle proprie sconfitte, in modo chiaro, senza nascondere nulla. «Magari evidenziando come sono riuscito a emergere dal fallimento, come ho reagito e soprattutto cosa ho imparato da quella determinata situazione», consiglia Sergio Borra, fondatore e Amministratore delegato della società di formazione manageriale Dale Carnegie Italia.  Oppure, come ha fatto, Sara Rywe, consulente di Management, raccontare al recruiter o scrivere sul nostro cv, quali sono le competenze che ci mancano spiegando brevemente ciò che abbiamo fatto e quali sono state le spinte emotive nel cercare di raggiungere determinati obiettivi (come colloqui di lavoro e premi) prima di fallire, evidenziando le condizioni che avremmo dovuto soddisfare per avere successo.

Considera il fallimento come un livido non come un tatuaggio 

Dunque, vietato ignorare gli insuccessi. Impariamo invece ad analizzarli, interiorizzarli per trasformarli in punti di forza che solidificano e arricchiscono la nostra persona e la nostra professionalità. Vanno vissuti come occasioni di crescita e per farlo non bisogna subirli, ma viverli in maniera proattiva. 

L'esercizio non è dei più immediati, è vero, ma con la determinazione si può fare.
«Dopotutto il fallimento non esiste, se esiste il feedback», spiega Borra. «Ci sono cose che accadono, alcune sono positive e altre negative». E già questo approccio rappresenta un primo passo verso l'accettazione e la rielaborazione dell'insuccesso. «Un'altra cosa che dobbiamo aver chiara è il motivo del fallimento», continua il manager. «Lavorando come coach ho notato che coloro che hanno avuto carriere di successo sono persone che, nonostante risultati negativi, hanno sempre avuto presente i loro obiettivi e il significato di quello che volevano ottenere. Questo li ha aiutati a rielaborare il fallimento perché lo scopo finale ha fatto emergere in loro le risorse a cui attingere quando la situazione diventava impegnativa».
Non bisogna avere paura di avere paura, affrontare le proprie insicurezze è importante perché contribuisce ad aumentare la nostra autostima e quindi a essere più resilienti alle difficoltà.
«Mi piace sempre dire che tra il dire e il fare c'è di mezzo il coraggio», conclude Borra «che comprende la capacità di accettare attivamente i propri fallimenti, il che significa capire cosa si è imparato davvero da questo». Tu sei pronto a farlo?

 

 

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