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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Uomini che non sono macchine

Uomini che non sono macchine

Technology

C’è bisogno di maturare e diffondere tra i progettisti utilizzatori una maggiore consapevolezza della densità morale della tecnologia. Changes ne ha parlato con il sociologo Paolo Volonté.

​​«A mio avviso non c'è affatto bisogno di una guida filosofica della tecnologia, che potrebbe facilmente tradursi in programmi irrealistici e probabilmente anche indesiderabili, a la Heidegger». Paolo Volonté, sociologo e docente al Politecnico di Milano, non avverte l'urgenza che la riflessione filosofica guidi il progresso tecnologico. Una posizione che diverge dal girotondo d'opinioni che Changes raccoglie ormai da qualche tempo. Del resto, tra gli addetti ai lavori non si parla d'altro che dell'influenza esercitata dai filosofi-superstar sui colossi della Silicon Valley. Volonté non elude il tema di un'etica della tecnologia, ma disegna un orizzonte alternativo. 

«C'è moltissimo bisogno di una umanizzazione delle tecnologie, cioè di una guida riflessiva, critica, valoriale, cioè “umana" della tecnologia. C'è bisogno di maturare e diffondere - sia tra i progettisti, sia tra gli utilizzatori - una maggiore consapevolezza della densità morale della tecnologia. Ogni cosa che facciamo chiama in causa tecnologie emergenti, e tutti i problemi etici e di impatto sociale ad esse connessi. C'è poi la questione della complessità degli ambienti tecnologicamente densi: le tecnologie sono oggi ampiamente intrecciate e creano situazioni in cui diviene sempre più difficile decifrare la loro presenza, le loro azioni, i loro effetti», spiega a Changes Paolo Volonté.

Del resto l'intreccio tra uomini e macchine, tra limiti riconosciuti e opportunità inedite, resta il nucleo centrale delle sfide che il progresso tecnologico ha posto storicamente all'umanità. Un caso di scuola, tra gli altri, è l'esperimento mentale elaborato nel 1971 dalla filosofa statunitense Judith Jarvis Thomson e contenuto nel saggio Una difesa dell'aborto. È il dilemma del violinista, molto studiato in bioetica e che ha reso famosa Thomson in tutto il mondo. Un uomo si sveglia su un letto di ospedale accanto a un famosissimo violinista; un'immaginaria Società degli Amanti della Musica li ha collegati. Il violinista è stato colpito da una grave malattia: soltanto l'uomo collegato alla stessa macchina può consentire la sua sopravvivenza. Se il violinista dovesse essere separato dalla macchina, morirebbe. Questa situazione durerebbe solo nove mesi. Il dilemma è: che cosa fareste al posto dell'uomo comune? La cosa più giusta da fare è salvaguardare la vita del violinista, o restituire la libertà personale all'uomo comune?

Ragiona Volonté: «Senz'altro la tecnologia è divenuta così pervasiva negli ultimi decenni che la questione di una sua umanizzazione è diventata rilevante per la vita quotidiana delle persone comuni. Ma spero che non si giunga mai a voler davvero inscrivere valori morali nei programmi d'azione delle macchine, perché questo significherebbe universalizzare, stabilizzare e solidificare attraverso la tecnologia l'opinione, i gusti, gli interessi e i valori di qualcuno in particolare, che si tratti della maggioranza, dell'élite al potere, del cluster dei tecnologi o di qualche filosofo influente». Se instillare valori morali (quali, appunto?) nelle macchine resta un tabù «e al di là delle nostre capacità tecniche», Volonté sottolinea l'emersione di un trend diffuso di progressiva integrazione delle filosofie, dall'etica della tecnologia alla filosofia della scienza, passando per la sociologia dell'innovazione nei dipartimenti e nei corsi di studio delle ingegnerie e delle materie tecnologiche.

Del resto l'urgenza dell'introduzione di una riflessione critica sulle tecnologie tra le competenze che ingegneri e progettisti dovrebbero maturare rientra tra gli obiettivi del
META - Social Sciences and Humanities for Science and Technology, l'unità di studi umanistici su scienza e tecnologia coordinata da Paolo Volonté presso il Politecnico di Milano, dove proprio lo scorso febbraio è partito il primo insegnamento universitario di Etica della Tecnologia. «Come dimostra l'emergenza Covid-19 e come già osservava Georg Simmel più di un secolo fa, l'equilibrio tra individuo e società, oggi diremmo tra privacy e servizi, è sempre stato il prodotto di una negoziazione contingente e non è mai stato un obiettivo definito da raggiungere. Gli economisti direbbero che non è un equilibrio statico, ma una curva: il valore della privacy varia costantemente in funzione del valore dei servizi, e viceversa (forse viceversa meno, però). Credo che l'esempio più eclatante di ciò sia dato oggi dal web, da Google e dall'uso dei big data. Non mi sembra di vedere in giro proposte chiare su come affrontare questo problema, ma risposte occasionali a situazioni emergenziali come Cambridge Analytica o il Covid», spiega Paolo Volonté.

Ed è proprio con l'emergenza sanitaria in corso che il
fenomeno delle fake news ha tratto nuova linfa. Bufale e informazioni incomplete, talvolta dichiaratamente ingannevoli, godono oggi di strumenti di condivisione dalle potenzialità mai sperimentate nella storia dell'uomo. E così come nell'ambito dello sviluppo di un'etica della tecnologia, la formazione multi-disciplinare può giocare un ruolo decisivo anche nell'arginare il fenomeno delle fake news. «Per cercare di arginare il fenomeno occorre intervenire probabilmente a livello di educazione, attraverso i programmi scolastici. Sappiamo molto di come si generano e c​ircolano le fake news, quello che è meno chiaro è in che modo fanno presa sulla gente» ha detto Volontè. «La credulità è un tema sotto-indagato, ma è quello cruciale. Non mi preoccupano le fake news che circolano nella rete come il terrapiattismo, finché si limitano a circolare. Mi preoccupano quando vengono prese sul serio, considerate vere e danno luogo a comportamenti che possono essere dannosi per le persone o per l'intera collettività, ad esempio le teorie No-Vax e No-Covid». Per il sociologo, le ra​gioni, i meccanismi psicologici e sociali che inducono alcuni a dar credito a informazioni che le comunità scientifiche hanno pubblicamente e omogeneamente dichiarato inattendibili vanno studiati meglio. «In fondo, con le tecnologie della comunicazione c'è sempre stato un problema di apprendimento graduale a gestirle. Anche la radio, all'inizio, è stata un potentissimo strumento di propaganda» ha ricordato Volontè.​

 

 

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