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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > L’algoritmo vince sul dato

L’algoritmo vince sul dato

Technology

Il rapporto tra etica e tecnologia deve darsi degli obiettivi realistici che non guardano alle azioni ma alle regole. Changes ne ha parlato con il filosofo Guglielmo Tamburrini.

«È evidente: la responsabilità delle azioni che compie una macchina sollecitata da un algoritmo non può essere attribuita alla macchina. Gli automi che possiamo scorgere all'orizzonte delle conoscenze scientifiche e tecnologiche non hanno coscienza di sé e non agiscono in base a motivazioni morali avvertite come proprie. Non sono perciò gli autori di alcuna scelta morale. Ciononostante vi sono obiettivi realistici da perseguire per promuovere un'etica delle macchine». Al rapporto tra etica e tecnologia ha dedicato anche il suo ultimo volume (Etica delle Macchine – Dilemmi morali per robotica e intelligenza artificiale, Carocci, 2020). Ma è ormai dal 2004 che Guglielmo Tamburrini tiene corsi dedicati alle implicazioni etiche delle tecnologie, in qualità di docente di Filosofia della Scienza presso il Dipartimento di Ingegneria Elettrica dell'Università Federico II di Napoli.

Eppure anziché ragionare sull'eticità delle azioni compiute dalle macchine, l'invito di Tamburrini appare piuttosto chiaro. «Negli algoritmi si possono incorporare delle regole morali di comportamento, programmate nella macchina oppure apprese dalla macchina con un processo di apprendimento automatico. Ma quali sono le regole migliori? Questo è il problema etico di fondo per la società nel suo complesso, la quale deve confrontarsi con una pluralità di principi e dirimere esigenze etiche che talvolta sono in conflitto tra loro», spiega a Changes il docente dell'Università Federico II. La polarizzazione del dibattito tra uomo e macchina, insomma, appare superata dall'individuazione di regole condivise da impartire a quest'ultime. Norme etiche su cui, nonostante la necessità condivisa di dotare i robot di principi etici, non sembra esserci identità d'opinione tra gli addetti ai lavori.

La filosofia, al solito, può contribuire a proporre quantomeno le domande giuste. «Un dilemma etico è una situazione nella quale una persona ha buone ragioni morali per compiere sia l'una sia l'altra di due azioni possibili. Come potrà accadere nel caso del veicolo autonomo, che in un incidente deve scegliere se minimizzare imparzialmente i danni per tutte le persone coinvolte, oppure privilegiare la protezione dei suoi passeggeri. Purtroppo siamo stati costretti a discutere di dilemmi morali anche nelle prime fasi della pandemia da COVID-19. Se in futuro i posti disponibili nei reparti di terapia intensiva si rivelassero insufficienti a accogliere tutti i pazienti che ne avessero bisogno, chi vi sarà ammesso e chi sarà respinto? Pensiamo poi alle app di tracciamento per allertare chi ha avuto contatti prolungati con una persona che poi sia risultata positiva all'infezione. Qual è il punto di equilibrio tra rispetto della privacy e misure straordinarie per il benessere collettivo?», ragiona Tamburrini.

Insomma, se da un lato la tecnica apre molte strade e offre nuove speranze, dall'altro pone anche
rischi effettivi con cui in fondo è l'uomo a doversi misurare. Ed è qui che la speculazione filosofica ha ormai ritrovato una centralità, proponendosi di coniugare etica e tecnologia. Ragiona Tamburrini: «La confluenza tra umanesimo e scienza è oggi necessaria per comprendere e gestire l'impatto sulla nostra vita di uno sviluppo tecnologico così impetuoso. La riflessione filosofica contribuisce ad analizzare e affrontare consapevolmente le questioni etiche che lo sviluppo tecnologico pone incessantemente. Se un veicolo a guida autonoma potrà garantire maggiore sicurezza stradale, sarà ancora moralmente accettabile concedere a un essere umano di guidare? I veicoli a guida autonoma potrebbero anche attrarre tanti utenti che oggi non possono o non desiderano guidare, fino a controbilanciare i benefici ambientali derivanti da una loro maggiore efficienza ener​getica. Bisogna perciò indirizzare la guida autonoma con politiche di sviluppo e riflessioni che tengano conto della crisi climatica in atto e dei corrispondenti doveri morali che abbiamo verso le generazioni presenti e future». 

Del resto accompagnare lo sviluppo di tecnologie emergenti - come ad esempio le armi autonome, peraltro già ampiamente impiegate in scenari di guerra - significa quantomeno provare a mitigare quelle che potrebbero rivelarsi esternalità negative di strumenti sviluppati dall'uomo stesso. «Chi ha inventato la barca a vela o il piroscafo ha inventato anche il naufragio, diceva Paul Virilio. È proprio lo stesso per l'intelligenza artificiale e la robotica, di cui si servono le armi autonome. Ma seppur tecnologicamente possibili, le armi autonome sono anche moralmente ammissibili? Un'arma autonoma saprà distinguere altrettanto bene come un buon soldato i belligeranti dai civili, o dai nemici fuori combattimento che sono protetti dal diritto internazionale umanitario? E chi sarà ritenuto responsabile di un attacco sferrato da un'arma autonoma, che abbia conseguenze materiali classificabili come crimini di guerra o contro l'umanità? Sono questi gli interrogativi ​etici oggi al centro del dibattito diplomatico e politico internazionale sulle armi autonome». Agli ingegneri e ai filosofi, il compito di sciogliere questi e altri nodi.

 

 

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