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 Sostenibilità: questione di scelte

Environment

 La luce in fondo al tunnel: da Assisi a Davos, passando per Confindustria e il Governo, il nuovo orizzonte è un’Italia sostenibile.

​I tempi cambiano e soffia un vento migliore. Da utopia a unica via d'uscita per un'Italia in affanno, ora la sostenibilità comincia a essere presa sul serio: si sta finalmente capendo che le stesse scelte che salvano il pianeta dal collasso ambientale sono anche in grado di proiettare l'economia italiana in un nuovo ciclo espansivo. Due – o forse duemila – piccioni con una fava.

Tutto si deve a un salto di consapevolezza: sostenibile è ciò che restituisce al proprio territorio più di quanto ne preleva, ovvero – nella prospettiva micro e macro-economica classica – un sinonimo di suicidio d'impresa. In un gioco di competitività finora tenuto sullo spasmodico taglio dei costi e le economie di scala portate al parossismo, certo le imprese non avevano grandi margini per internalizzare l'attenzione al proprio territorio, al suo benessere umano e alla salute che deriva da un ecosistema sano e funzionale. Ma qualcosa è cambiato: dati alla mano, si è compreso che il territorio ricambia l'attenzione dando le ali alla competitività della propria impresa e che, al contrario, i costi riversati sul territorio – tecnicamente le "esternalità" – si pagano a prezzo carissimo, come un prestito a tassi usurai che fatalmente si ripresenta alla porta dell'impresa, magari con il volto di un provvedimento giudiziario.

Tutti d'accordo quindi. In rapida sequenza abbiamo assistito alla prima riunione, lo scorso 20 gennaio, della "Cabina di Regia Benessere Italia", incaricata dalla Presidenza del Consiglio di orientare la transizione socio-economica dell'Italia verso la sostenibilità. L'eco internazionale – sempre molto prezioso nella nostra esterofila Italia – è subito giunto da Davos, e viene ripreso da Confindustria nel suo annuale evento "Connext" che quest'anno ha la sostenibilità come filo conduttore. Sullo sfondo, il "Manifesto di Assisi", iniziativa che ha chiamato a raccolta istituzioni, imprese e associazioni che hanno testimoniato il loro impegno per un'economia sostenibile che rappresenta un'occasione di sviluppo per il nostro Paese.

Intenzioni reali di cambiamento o operazioni di immagine? Forse puro "green washing" politico e commerciale? Finalmente no, non è immagine e traspaiono seri progetti; a meno di non ritenere che i protagonisti di questa incalzante serie di eventi siano digiuni dell'ABC del marketing. La dura realtà è che meno dell'1% della popolazione compie le proprie scelte di acquisto o di voto pensando al bene comune. La grande maggioranza compra o vota ciò che gli conviene personalmente, non quello che conviene alla comunità, alla nazione e men che meno al pianeta. Pertanto, se Assisi, Davos, Connext e altro fossero stati orchestrati solo come occasioni d'immagine "eco-buonista" avrebbero rappresentato un investimento inutile: molto sforzo per spostare pochissimo nel mercato dei beni e nell'arena dei voti. Il "green washing" non paga.

Ma se il bene comune non mette in moto né il mercato né la politica, a cosa serve invocare la sostenibilità come massima espressione contemporanea dei valori comuni? Questa è un'epoca di paradossi: così come scopriamo – controintuitivamente - che la competitività si costruisce nell'attenzione al contesto piuttosto che spolpandolo fino all'osso, scopriamo pure che un progetto di sostenibilità non mobilita molte persone come sinonimo moderno di solidarietà. Invece – e con tutta l'efficacia di una nuova "mano invisibile" che sommando l'egoismo di tutti crea il bene condiviso – la sostenibilità oggi diventa un'opzione concreta perché soddisfa l'interesse individuale.

Dov'è il trucco? Ma non era ciò che doveva fare il classico libero mercato? Certo, lo avrebbe fatto se avessimo veramente letto cosa scriveva l'inventore della "mano invisibile", Adam Smith: attenti – ripeteva con parole del suo tempo il fondatore dell'economia liberale – la mano invisibile funziona se si tengono presenti e contabilizzano e tutte le poste in gioco, non solo quelle che si possono misurare con la moneta. Se ci diamo questo piccolo cambio di prospettiva, tutto torna: la sostenibilità è un mercato animato da una libera iniziativa che cerca di realizzare tutti i valori di benessere e non solo quelli conteggiabili nel Prodotto Interno Lordo. E funziona! Non è utopia! Perché non c'è quella contraddizione che tanto temevamo: sostenibile non piomba le ali al PIL, lo fa volare. Esprime le potenzialità del territorio... e chi ce l'ha un territorio come il nostro?

Nella prospettiva classica, si diceva che l'Italia ha poche risorse naturali. Ma in un'economia sostenibile è proprio il contrario, abbiamo la più alta concentrazione mondiale delle risorse in assoluto più richieste dal mercato: bellezza e paesaggio, cultura, sapere e scienza, innovazione spontanea, imprenditorialità e molto altro. La scienza moderna ha scoperto che questa economia è più forte di quella tradizionale e una gestione sostenibile dell'economia è già stata scelta dalle nazioni più forti, come la Germania o i Paesi scandinavi. Loro già ci si arricchiscono – un territorio valorizzato fa bene a tutti - ma non hanno per natura le risorse migliori. Quelle ce le abbiamo noi, in Italia. L'Italia che racchiude il 50% del patrimonio storico artistico mondiale, la metà della biodiversità europea e una capacità imprenditoriale straordinaria. Se riusciamo a trasformarci in un paese che gestisce il suo territorio in armonia a 360 gradi, con efficienza solidale, diventiamo il modello globale per il futuro. E tutti molto, ma molto, più ricchi, sicuri e sereni.

 

 

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