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 La finanza sostenibile diventa SDGs

Environment

 Può sembrare solo una questione di acronimi o più in generale terminologica. In realtà potrebbe essere l'inizio di una nuova era per quella che alle origini veniva detta finanza etica.

​​​In principio è stata chiamata finanza socialmente responsabile poi è diventata finanza sostenibile. In particolare con gli acronimi Sri e Esg: in inglese, il primo significa sustainable and responsible investment (ma c'è chi lo declina ancora come socially responsible investment e chi invece come sustainable and impact investment). Il secondo sta per environmental, social and governance, a esprimere le dimensioni ambientale, sociale e di governance a cui - oltre a quelle economico-finanziarie classiche come ad esempio il rischio e il rendimento - questo modo d'intendere l'investimento fa riferimento, distinguendosi dalla finanza tradizionale.

 Il fatto che non vi sia un unico termine per indicarla lascia aperti dei problemi non solo di comprensibilità, omogeneità e comparabilità. Tato che l'Unione europea ha messo a punto un piano di azione sulla finanza sostenibile che ha come obiettivo mettere ordine tra le tante sigle, creando un linguaggio comune. Tuttavia ciò non ha impedito alla finanza che d'ora in poi per comodità chiameremo Sri di affermarsi a livello internazionale, al punto che oggi viene considerata mainstream. Ora però potremmo essere vicini a una svolta e non solo riguardo alla terminologia. Anche in ambito finanziario, infatti, sempre più a dare la direzione sono gli Obiettivi di sviluppo sostenibile lanciati dalle Nazioni Unite nel settembre del 2015, i Global goals o SDGs (sustainable development goals), sempre per rimanere sugli acronimi in inglese, affermatisi rapidamente come il riferimento universale per tutto quanto concerne la sostenibilità. In questi due anni e mezzo nel mondo degli investimenti si è sviluppata un'ampia serie di iniziative e sperimentazioni che dimostrano come la traversata dalla finanza Sri alla finanza SDGs non solo sia in corso ma proceda a vele spiegate.

L'iniziativa più ambiziosa è stata annunciata lo scorso settembre proprio durante le celebrazioni per i due anni dal lancio degli SDGs. Il suo nome è World Benchmarking Alliance (Wba). Fra i suoi promotori c'è Aviva, uno dei maggiori player europei e mondiali nella finanza Sri, insieme a Un Foundation, all'organizzazione non profit olandese Index Iniatitive (attiva nel campo degli indici e rating di sostenibilità) e alla Business and Sustainable Development Commission, iniziativa nata nel 2016 in ambito World Economic Forum (Wef) con l'obiettivo di evidenziare il cosiddetto business case degli SDGs (nel suo report "Better business, better world" ha calcolato in 12mila miliardi di dollari le opportunità di sviluppo economico collegate al raggiungimento degli SDGs). Wba ha inoltre il supporto di vari governi (Gran Bretagna, Danimarca, Olanda) e nella lista delle organizzazioni che sostengono e partecipano al suo lavoro (una quarantina, dal mondo delle imprese, della finanza, della ricerca, della società civile) vi sono alcuni dei principali attori mondiali nel campo dei criteri, metodologie, standard di valutazione e rendicontazione della sostenibilità: da B Lab (l'ente non profit statunitense che certifica le B Corp) a CDP, da Corporate Knights alla Global Reporting Initiative (GRI), dal Global Compact delle Nazioni Unite al World Business Council on Sustainable Development.

Un modello condiviso di valutazione per gli SDGs

L'obiettivo di Wba è arrivare, attraverso un percorso altamente partecipato e rendendo le informazioni accessibili a chiunque, a un modello di valutazione condiviso con cui esprimere quanto un'impresa sta contribuendo al raggiungimento degli SDGs. In altre parole una misura delle "performance SDGs" delle imprese, al fine di orientarne e stimolarne l'azione nella direzione indicata dagli obiettivi delle Nazioni Unite. Nel 2019 dovrebbero arrivare i primi benchmark di Wba, ad esempio in materia di parità di genere. Ma già per maggio 2018 è annunciato un primo report di sintesi sulle consultazioni multi-stakeholder effettuate ai quattro angoli del pianeta.

Un'altra iniziativa corale sugli SDGs che ha visto protagonista il mondo degli investimenti è la Dichiarazione di Stoccolma, lanciata nel 2017 in un meeting organizzato nella capitale svedese da GRI, Global Compact e Un Pri (il programma delle Nazioni Unite per la promozione degli investimenti responsabili). In quel testo oltre una ventina di attori del mondo finanziario, fra cui anche Eurosif (l'associazione dei forum europei che promuovono la finanza sostenibile, in Italia il Forum per la Finanza sostenibile) e la Chiesa di Svezia, si sono impegnati a mettere al centro della loro azione gli SDGs e in particolare a esplorare la possibilità di misurare l'impatto della propria attività in relazione agli SDGs.

Anche Un Pri sta lavorando molto nella stessa direzione. Ha costituito l'anno scorso due working group sugli SDGs. Per analizzare, ad esempio, quali differenze vi sono in termini di strumenti e misure tra l'engagement tradizionale (l'attività con cui gli investitori aprono un dialogo con le società in cui investono, finalizzato a stimolarle verso politiche e azioni più sostenibili) e quello che utilizza come bussola proprio gli SDGs. Insieme a PwC, inoltre, Un Pri ha anche prodotto un report intitolato "The SDG investment case" in cui, in sintesi, si spiega perché e come la comunità finanziaria internazionale può contribuire al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

Non va dimenticato poi che gli SDGs hanno trovato grande spazio anche nel report finale che il Gruppo di esperti di alto livello (HLEG) sulla finanza sostenibile istituito dalla Commissione europea ha licenziato a fine gennaio. HLEG cita ad esempio gli SDGs come riferimento principale, insieme all'Accordo di Parigi sul contenimento delle emissioni di Co2, per l'elaborazione della tassonomia europea della sostenibilità. Alla quale in futuro a ogni iniziativa di finanza sostenibile in Europa potrebbe essere chiesto di richiamarsi.

Le iniziative coordinate a livello internazionale sono fondamentali per l'integrazione sistemica degli SDGs nei meccanismi della finanza sostenibile. Ma hanno ovviamente i loro tempi, non brevi. Per cui c'è chi in questi due anni e mezzo ha provato a bruciare le tappe, muovendosi in autonomia.

I casi sono numerosi, ne citiamo alcuni. Le società di gestione olandesi APG e PGGM hanno sviluppato una loro tassonomia per identificare quelli che hanno chiamato, e definito, SDIs (Sustainable Development Investments). Il gigantesco fondo pensione statunitense Calpers, i cui vertici hanno definito gli SDGs "un imperativo morale", ha deciso di avviare un processo per allineare il suo portafoglio investimenti (oltre 350 miliardi di dollari) agli SDGs. La statunitense Change Finance ha lanciato un ETF (Exchange Traded Fund, un particolare tipo di fondo d'investimento) fossil-fuel free, cioè che non investe in società legate a petrolio, carbone e gas, il quale per la selezione dei titoli si richiama esplicitamente agli SDgs. La britannica Hsbc, primo attore finanziario privato al mondo a farlo, ha lanciato un bond sostenibile basato sugli SDGs. Un altro big come Ubs (che all'ultimo Wef ha presentato un paper dal titolo "Partnership for the goals: Achieving the United Nations' Sustainable Development Goals") ha annunciato il lancio di una serie di prodotti d'investimento allineati agli SDGs. In Italia Cassa Depositi e Prestiti ha quotato il primo social bond sul segmento dedicato a green e social bond che Borsa Italiana ha aperto un anno fa: un bond ispirato a uno specifico SDG (il numero 8, "Lavoro dignitoso e crescita economica").

Sbaglierebbe chi pensasse che quella in corso è solo una transizione da un acronimo a un altro. In realtà sta rapidamente prendendo forma e affermandosi un nuovo modo di considerare, definire, analizzare, attuare, misurare, rendicontare e anche di raccontare la finanza sostenibile. Che può finalmente far leva su un riferimento mai così universale e condiviso, risultando quindi con ogni probabilità molto più chiaro e comprensibile di quanto sia stato finora. Parlava già di SDG Investing come del "new normal" per i mercati finanziari un report pubblicato nella primavera 2017 dagli olandesi di C-Change, start-up olandese focalizzata sugli SDGs. È già passato un anno. E la finanza SDGs ha dimostrato di saper correre molto, molto veloce.

 

 

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