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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Environment > Possiamo salvare il mondo prima di cena?

 Possiamo salvare il mondo prima di cena?

Environment

 Mentre a Davos la finanza mondiale muove grandi passi e capitali per salvare il Pianeta, al duello tra Donald Trump e Greta Thunberg preferiamo la lettura di Jonathan Safran Foer.

​Buone notizie: fra i regali di Natale, quest'anno, spopolava anche un libro, e di quelli che si leggono, non le solite strenne pensate per abbellire i tavolini dei salotti. Meglio ancora – e che sorpresa per i professori di letteratura – se lo sono regalati i giovani. Ci sarà lo zampino di Greta Thunberg, che è impegnata in questi giorni a Davos in un'accesa contrapposizione di tesi con il presidente americano Donald Trump, ma qualcosa si muove: il libro di Jonathan Safran Foer dal titolo Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perché il clima siamo noi va di moda tra le nuove generazioni.

Cosa porta? Due consapevolezze fondamentali accompagnate tuttavia da un limite di comprensione. Foer riesce finalmente a far capire due questioni cruciali, in realtà due facce della stessa medaglia, nel momento in cui sollecita la responsabilità e le scelte di ognuno di noi. In controluce quindi vi si legge una conclusione che stiamo ancora facendo fatica ad accettare: i governi, l'ONU, le COP vorrebbero risolvere il problema clima, ma ne sono strutturalmente incapaci. Questi soggetti fanno accordi, leggi, provvedimenti fiscali che sono tuttavia solo pezzi di carta e l'ecosistema non reagisce ai pezzi di carta. Diventano qualcosa di concreto se giungono a modificare i comportamenti delle persone.

Il clima e la natura si salvano sommando scelte migliori da parte di tutti i soggetti reali della società – individui, famiglie, imprese, associazioni – e illudersi che un grande accordo internazionale costringerà tutti noi a essere più saggi, delegare a un nostro "grande papà istituzionale" la responsabilità di vietarci certe cose e incentivarne altre è come andare da Milano a Torino passando per Palermo. Ma se tutto dipende da noi, facciamolo! Anzi, quantomeno, non freniamo quello che si sta cercando di fare: so bene che questa è una narrazione impopolare – ci piace pensare che siamo tutti parte di un pubblico buono ma impotente, vittima di poteri sovrastanti, oscure alleanze fra governi e imprese – ma la verità è che alcuni governi bloccano i progressi internazionali perché temono di essere linciati dai loro elettori al ritorno e che qualcuno si metta un gilet di un colore o dell'altro non appena si prova davvero a imporre dall'alto la cosa giusta da fare.

Foer ci chiede di agire in prima persona e aggiunge un elemento in più: sfata uno dei nostri freni all'azione ma, purtroppo, non affronta completamente l'altro, che è il più pericoloso. Noi non ci mettiamo in moto perché abbiamo due percezioni errate: sono solo una goccia nell'oceano, la mia scelta individuale non cambia la situazione; e poi, ma perché mai devo essere io a cominciare a sacrificarmi? Chi vorrà prendere in mano il libro troverà tutte le ragioni per convincersi che ognuno di noi fa la differenza, e questo è fondamentale.
Purtroppo, tuttavia, le pagine sono ancora solcate da un'ottica di mesta responsabilità e sacrificio, della rinuncia in nome di un bene più grande. E quindi Foer non si è accorto che – ad aspettare che comincino gli altri – ci riveliamo davvero stupidi. Qualcuno deve gridarlo: what's good for you, is good for your planet! Sono sostenibili tutti i comportamenti che realizzano appieno il nostro benessere, e sono invece insostenibili tutti quei riflessi condizionati che ci intossicano la vita, ci tolgono la salute e il tempo di stare assieme, ci privano di libertà e ci rendono schiavi delle apparenze.

L'ecosistema non reagisce ai trattati, alle leggi, ai tassi di interesse; reagisce a concreti comportamenti di ognuno di noi e quindi, se anche raggiungessimo i migliori accordi e le più straordinarie leggi a tutela della natura, non servirebbe a nulla se noi non ci mettiamo in moto. Noi, gente comune, siamo la soluzione. E se decidiamo di impegnarci, abbiamo tutto da guadagnare. Un paradigma di come opera questa intima interconnessione coerente– e di come possiamo farla entrare nelle nostre vite - ci è fornito dalla fondamentale questione del diritto di tutti al cibo.

I cibi di cui si compongono le diete più salutari sono quelli che possiedono l'impronta ecologica più lieve: se si accosta la piramide che indica in che proporzione dovremmo nutrirci di ogni categoria di alimenti per stare bene a quella del loro impatto sull'ecosistema coincidono quasi perfettamente. In altre parole, se noi ci nutriamo nel modo migliore per la nostra salute – diminuendo le proteine animali e nelle proporzioni raccomandate per ciascun gruppo di sostanze nutritive - creiamo sostenibilità e quindi equilibrio ambientale: due piccioni con una fava. O magari, i piccioni sono addirittura tre: se le società dell'agio smettono di accaparrarsi eccessi di proteine animali, creano salute per sé stesse ma anche giustizia umana su scala globale, ovvero equilibrio sociale, oltre che equilibrio ambientale. I piccioni diventano tre perché una scelta di benessere individuale protegge l'ambiente e corregge una situazione per cui il malessere obeso degli uni è pagato col malessere sottonutrito degli altri.

Una dieta realmente salutare creerebbe equilibrio ecologico ed equilibrio sociale. Oppure, una dieta pensata come rispettosa dell'ambiente, favorirebbe l'equità sociale e il benessere degli individui. O ancora, una distribuzione delle risorse alimentari equa tutelerebbe l'ambiente e favorirebbe la salute individuale: qualunque dei fattori si voglia scegliere come obbiettivo, finisce che benessere individuale, giustizia e rispetto dell'ambiente si perseguono tutti assieme e paiono aspetti di un'unica armonia, di un equilibrio coerente. E non è finita qui! Se noi creiamo giustizia – proteggendo noi stessi e la natura – arriviamo anche al traguardo che da sempre cerchiamo e che non abbiamo mai raggiunto, la pace. In un mondo in cui ogni bambino ha il cibo necessario per crescere, studiare, diventare cittadino produttivo e responsabile, c'è meno posto per l'ISIS, per Boko Haram, per le guerre, per lo sfruttamento e la schiavitù.

La questione del cibo è solo un esempio, un segmento, di un meccanismo molto più vasto e potente. Che dire del rapporto fra autotrasporto ossessivo, inquinamento e malattie della sedentarietà? Dello strano fatto che le attività eco-compatibili tendono a generare più impiego di quelle che degradano l'ambiente? Del riequilibrio e della carica di giustizia insiti nella riconosciuta necessità di trasferire tecnologie e risorse ai Paesi più poveri per metterli in grado di concorrere alla sfida globale del clima? Non sono coincidenze casuali. Si tratta di un meccanismo di portata generale, un moltiplicatore – da indirizzare verso cicli cumulativi catastrofici o verso il vero benessere – che ci pone in fraternità con la natura. La Terra non ci chiede di rinunciare a nulla, anzi ci indirizza solo a privarci delle derive letteralmente "tossiche", insalubri oppure ingiuste del nostro modello. Ci dice che condizione della sostenibilità è la salute individuale e collettiva, non la penuria, e che la conseguenza è un gran bel regalo: un po' più di giustizia e pace. E allora? Comincia tu a far del bene a te stesso! Perché io, che sono furbo, invece, scelgo di distruggere me stesso prima del mondo.

Foto: Courtesy World Economic Forum


 

 

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