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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Environment > Il clima cambia il business

 Il clima cambia il business

Environment

 Siamo nell’era dell’Antropocene e le aziende che lo sanno e reagiscono preparano un mondo nuovo, con i loro colori.

​Il clima e l'ambiente sono ancora due elementi che si trovano sullo sfondo dell'economia o stanno venendo in primo piano? Fino ad oggi le imprese erano abituate a considerarli come un fattore geografico e statico. Ma da più di mezzo secolo sono diventati due fattori dinamici. Dall'economia ricevono stimoli che provengono dalla produzione, dalla distribuzione, dal consumo e dallo scarto; e restituiscono all'economia "reazioni" in forme infinite e indirette; non fanno più solo parte del paesaggio, ma hanno cominciato a dipingere l'economia con i loro colori. Ma quali?

Il primo è la crescente scarsità di risorse, materie prime o energia, che ha un impatto diretto sui prezzi dei prodotti e le strategie delle imprese. Cosa farebbe la Coca Cola se ci fosse sempre meno acqua in circolazione, oppure IKEA con sempre meno alberi? Si dirà che è sempre accaduto, e l'economia è abituata a gestire la scarsità. Ma oggi la corsa a trovare risorse, materiali, energie è sempre più affannosa, costosa e difficile da sostenere nel lungo periodo. Infatti tutelare l'impresa e il sistema economico da una scarsità non occasionale è una fonte di stress notevole, anche finanziario. Lo stesso stress generato dal rischio climatico. Un ennesimo elemento uscito dal contesto di sfondo e diventato pressante, e non più raro.

L'ANTROPOCENE FUORI DAL CANCELLO

Le imprese sono quindi sottoposte a vulnerabilità nuove e continue, che provengono da un contesto altrettanto nuovo. Come l'uomo, anch'esse sono nell'epoca dell'Olocene, che si trova nel periodo denominato Quaternario, che a sua volta è nell'era Cenozoica; questo anche se il Nobel Paul Crutzen (suo lo studio del 1995 sulla riduzione dello strato di ozono nella stratosfera) ha sostenuto che siamo nell'Antropocene, un "momento" della terra in cui il genere umano ha un'influenza decisiva sull'ecologia globale.

Un periodo in cui, dal secolo scorso – come scritto in La grande accelerazione, una storia ambientale dell'Antropocene dopo il 1945 – l'impatto umano sul pianeta ha avuto un aumento della velocità a causa dell'incremento della popolazione, dell'impennata dell'utilizzo di energie fossili e del consumo di risorse. Come possono le imprese adattarsi a cambiamenti così grandi e veloci? Il primo passo arriva dalla comprensione che si tratti di fenomeni costanti. È utile uscire dallo stato di urgenza da cigno nero, prima ancora di avere la conoscenza tecnica e scientifica di ciò che l'ambiente e il clima causano all'impresa, e prima degli investimenti indispensabili a cambiare o adattare il proprio modello produttivo, distributivo, di consumo e di scarto.
Uscire dall'imprevisto significa concepire ambiente e clima non solo quando c'è da pagare la tassa dei rifiuti, ma sapere che li troviamo ogni giorno fuori dal cancello, sul tetto, nei cavi elettrici, nelle condutture dell'acqua che utilizziamo, nelle fondamenta della nostra fabbrica.

PREVENIRE E ADATTARSI

Prima di investire per cambiare modello di business, bisogna quindi valutare il rapporto della propria impresa con l'esterno, e tutelarsi da nuove debolezze. Oltre ai rischi commerciali, di mercato, dell'innovazione del prodotto di qualche concorrente, dei cambi delle valute, o di qualche cliente che non paga, siamo vulnerabili anche per cause non umane. E trovare dei metodi per adattarsi è un percorso con mille ostacoli.

Il primo è l'incertezza dell'investimento. Infatti, nonostante i numeri dimostrino un aumento progressivo del numero di imprese e addetti nella green economy, non sempre investire per ridurre l'impatto sull'ambiente rende più competitivi (in termini di risparmi sui costi, o di incremento di ricavi e utili): secondo il 9° Rapporto GreenItaly solo il 30% delle imprese che ha investito in green economy ne ha tratto dei benefici.

Il secondo è il tempo, perché i miglioramenti non sono immediati. E il terzo è la solitudine, perché i nuovi percorsi presi dalle imprese sono spesso privi di accompagnatori affidabili, che vanno comunque cercati. Sull'ambiente e l'inquinamento (vd. la sospensione del Presidente francese Macron della carbon tax per sedare la protesta dei gilet gialli, o l'alleanza fossile dei paesi che si sono opposti alla riduzione dell'utilizzo di idrocarburi) gli Stati, le imprese e la società si trovano spesso in conflitto. Proteggere l'ambiente ferma la crescita di alcuni e spesso impoverisce e colpisce chi è più povero; infatti le economie emergenti si chiedono perché mettersi subito in regola, se quelle avanzate hanno potuto inquinare indisturbate in duecento anni di industrializzazione.

Il paesaggio è questo, ma vediamo grandi imprese che non stampano il catalogo e riducono il consumo di carta, come IKEA, o altre più piccole che reagiscono intelligentemente a un'alluvione con una campagna social, come il pastificio Rummo. Sono piccoli segnali che devono convincere le imprese a guardare l'ambiente con occhi nuovi, e considerarlo un elemento per cui è meglio prevenire i danni oggi che contenerli quando è costosissimo.

 

 

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