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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Environment > L’impresa del futuro è sociale

 L’impresa del futuro è sociale

Environment

 Il nuovo approccio alla rendicontazione aziendale dimostra il legame tra strategia, performance finanziarie e il contesto sociale, ambientale ed economico. Il reporting integrato può aiutare gli operatori economici a prendere decisioni più sostenibili.

​​​​​​C’è stato un tempo in cui si pensava che il solo obbligo sociale di un’azienda fosse quello di sviluppare il proprio business al fine di pagare le tasse. Poi c’è stato il tempo in cui si è cominciato a pensare che l’azienda avesse anche l’obbligo di sostenere direttamente la società in cui si muoveva, in parallelo all’attività principale dell’azienda. Poi è arrivato il tempo in cui si è iniziato a pensare che i due obblighi (quello del business e quello del sostegno) non fossero, in realtà, che due aspetti di un unico concetto di impresa moderna: l’impresa capace di fare business agendo da sostegno al territorio. È in questa impresa sociale (da intendersi come soggetto-sociale) che si nasconde il modello socio-economico del futuro. Si “nasconde”, poiché, se già si conoscono i contorni del modello, ancora ci sono infiniti spazi per definirne i contenuti. In sostanza: è affascinante pensare a un mondo in cui il business agirà con piena responsabilità sociale (cioè con piena consapevolezza della propria utilità nel territorio), ma è altresì ancora complesso individuare quale sia la strada più efficace per realizzarlo.

Tra i passaggi storici che, quantomeno, quella strada hanno permesso di aprirla, c’è l’Integrated Reporting. Ovvero, il bilancio integrato. Quando, a fine 2011, il tema iniziava a prendere forma, la sigla per indicarlo (<IR>) pareva tanto astrusa e futuristica quanto i concetti sottostanti.  

La sigla arrivava da Londra, trasportata da una consultazione sul primo progetto operativo dell’International Integrated reporting commitee (Iirc, divenuto poi International Integrated reporting “council”), organismo creato appena un anno prima, nel 2010, che racchiudeva i vertici e le esperienze dei principali enti internazionali preposti alla definizione di standard di reportistica (tra questi, lo Iasb, il Fasb, il Global Reporting e il Carbon Disclosure Project). 

La consultazione, chiusa nel dicembre 2011, aveva dato la possibilità di inviare commenti, suggerimenti e proposte sul documento “base” realizzato dall’Iirc: un discussion paper nel quale venivano delineati i concetti chiave dell’Integrated reporting. 

Il discussion paper era un documento di una trentina di pagine che dava le prime linee guida “verso” la definizione di uno standard internazionale di Integrated reporting. L’assunto di base era che, sebbene ampiamente dimostrato che gli investitori riconoscevano l’incidenza dei fattori non-finanziari per una società (tra cui, principalmente, le sue attività sociali), purtroppo non percepivano come adeguate le informazioni su questi fattori. Di fatto, si puntava a superare il bilancio di sostenibilità, strumento più adatto a imprese che ragionavano in “parallelo” (ovvero, tenendo distinto il business aziendale dall’impegno sociale della stessa azienda) che non in maniera moderna.

Il discussion paper dell’Iirc offriva la prima definizione di Integrated reporting: «L’Integrated Reporting mette assieme le informazioni materiali riguardanti la strategia, la governance, la performance e le prospettive di una organizzazione, in una maniera che riflette il contesto commerciale, sociale e ambientale in cui essa opera. Mette a disposizione una chiara e concisa rappresentazione di come un’organizzazione dimostra dedizione alla stewardship (l’impegno, nell’ambito dei propri compiti, a un corretto uso delle risorse scarse, ndr) e di come crea valore, oggi e nel futuro».

La consultazione si accompagnava a un progetto pilota rivolto alle aziende. E che, in Italia, in una prima fase, aveva visto aderire cinque realtà (Terna, Enel, Eni, Atlantia e il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti), cui poi si erano aggiunte Snam, Generali e la sede italiana di Pwc.

L’elaborazione del discussion paper, integrato con i risultati della consultazione e del progetto pilota portò, l’anno successivo, all’elaborazione del primo disciplinare dell’ <IR>. 

Cominciava un nuovo mondo in cui la sostenibilità veniva rendicontata assieme all’attività tradizionale dell’azienda. Ma questo reporting costringeva l’azienda a ragionare su come la stessa sostenibilità impattasse sul business. Di conseguenza, costringeva a riflettere in modo “integrato”, riportando i due emisferi fino ad allora separati dell’impresa (il business e il sostegno sociale) a una sola identità: l’impresa socialmente responsabile. 

Il percorso verso il modello socio-economico del futuro è ancora lungo e complesso: sono ancora poche le aziende che iniziano a prendere domestichezza con l’<IR>; l’adozione del bilancio integrato, inoltre, rappresenta solo un avvio del processo di consapevolezza dell’azienda, non certo il suo pieno raggiungimento

In ogni caso, l’<IR> è una pietra miliare. Oggi, gli aspetti normativi e regolamentari europei sono orientati a rendere obbligata una rendicontazione delle sei forme di capitale previste dall’<IR>: oltre ai tradizionali capitali economico e manifatturiero, sono introdotti i capitali umano, naturale, sociale-relazionale e intellettuale. Quando, nel 2016, Paul Druckman, l’uomo che ha lanciato al mondo la sfida dell’Iirc, ha presentato le sue dimissioni dal “council”, evidenziò proprio questo aspetto: «Abbiamo raggiunto un riconoscimento e un’accettazione globale del nostro concetto, cioè che gli aspetti finanziari tradizionali sono solo una parte di una struttura multipla di capitali, in cui nessuno di essi può essere gestito isolatamente».

Ormai non si poteva più ragionare in modo “isolato”. Il futuro appartiene al concetto di impresa integrata.​

 

 

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