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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Finanza sostenibile: perché l'engagement è aumentato

Finanza sostenibile: perché l'engagement è aumentato

Environment

Il dialogo con le imprese accelera e non è più l'unico terreno su cui gli investitori sostenibili si attivano. Ora conta il confronto con Stati, Authority, Enti regolatori.

​​Forse chiamarli i nuovi "guardiani del mondo" è un po' eccessivo. Anche se, specie quando agiscono in modo coordinato, sono dotati di una enorme potenza di fuoco, fatta per fortuna non di armi ma di risorse finanziarie. Una potenza, inoltre, che di solito non è neppure necessario scaricare a terra: può bastare utilizzarla come deterrente per arrivare a ottenere obiettivi di grandissima rilevanza.

Stiamo parlando dei grandi investitori istituzionali animati dalla convinzione che non si possa non investire con principi e criteri di sostenibilità, sociale e ambientale. Degli alfieri della finanza sostenibile mondiale, insomma. Che possono fare leva sui loro giganteschi asset - decine, centinaia, addirittura migliaia di miliardi di dollari o di euro complessivamente, quando si muovono insieme - per far pesare le proprie richieste su temi sociali e ambientali quando dialogano e si confrontano con le società in cui investono. Cioè quando fanno engagement.

È un'attività, quella dell'engagement, che in particolare gli investitori istituzionali anglosassoni svolgono tradizionalmente, con qualche decennio di storia alle spalle. Ma che negli ultimi tempi ha registrato un nuovo e a tratti "prepotente" protagonismo di quegli investitori che, alleandosi in coalizioni sempre più allargate e selezionando con precisione quasi chirurgica i temi da mettere sul tavolo, hanno iniziato ad alzare il tiro della loro attività di engagement. Ad esempio mettendo nel mirino interlocutori di rango ancora più elevato delle grandi società quotate sui listini di mezzo mondo, come gli Stati nazionali. E affrontando temi e problemi di rilevanza globale su cui la stessa comunità internazionale fa spesso un'estrema fatica ad attivarsi.

Si può considerare uno spartiacque in questo senso quanto avvenuto in riferimento al Brasile e agli incendi che hanno devastato l'Amazzonia, questione su cui da mesi molti investitori internazionali avevano chiesto di agire. E alcuni erano arrivati anche a minacciare il disinvestimento sia da settori portanti dell'economia brasiliana, sia dai titoli di Stato brasiliani. Ma una coalizione di investitori istituzionali guidati dai norvegesi di Storebrand è andata anche oltre e nei mesi scorsi ha avuto un'interlocuzione diretta con il Governo brasiliano e con la Banca centrale del Brasile. Da notare che quest'ultima è fra i membri del Network for Greening the Financial System (Ngfs), l'iniziativa che raggruppa una settantina fra banche centrali nazionali e authority dei mercati finanziari sui temi dei rischi climatici e della finanza sostenibile. E che Storebrand di recente ha disinvestito da società quali ExxonMobil, Chevron e Rio Tinto bollando come inaccettabile la loro attività di climate lobbying sui temi legati alla crisi climatica.

Successivamente al confronto con gli investitori, il Governo brasiliano ha varato una stretta di alcuni mesi su incendi e disboscamenti in Amazzonia, sui quali in precedenza aveva invece alleggerito le maglie. Non sarà stato solo l'incontro con gli investitori a far tornare sulle sue tracce il Governo brasiliano, ma senz'altro quello è stato uno degli elementi che ha influito. Inoltre, il fatto stesso che un incontro a tale livello sia avvenuto è estremamente significativo e segna un precedente a cui in altre giurisdizioni, su altri temi ci si potrebbe rifare. La strada, in altre parole, è stata aperta.

Negli Stati uniti, dove l'engagement collaborativo è pratica consolidata, coalizioni di investitori responsabili e loro organizzazioni di rappresentanza fra cui Iccr (Interfaith Center on Corporate Responsibility), Ceres e Us Sif (il Forum statunitense per l'investimento sostenibile e responsabile), stanno portando avanti da tempo dure battaglie in opposizione a cambiamenti normativi e regolamentari che giudicano penalizzanti.

La prima ha ad oggetto l'ipotesi di modifiche da parte della Sec, l'authority Usa dei mercati, della regolamentazione riguardante la presentazione e conseguente votazione, nelle assemblee degli azionisti delle società quotate, di risoluzioni da parte degli azionisti (azionariato attivo). Modifiche che renderebbero più complicato e di fatto indebolirebbero l'azionariato attivo su temi di sostenibilità.

La seconda battaglia verte sulla proposta di revisione da parte del Dipartimento del Lavoro statunitense (Dol) dell'interpretazione dei doveri fiduciari dei gestori di piani pensionistici, che impatterebbe negativamente sulla possibilità che essi hanno di integrare considerazioni Esg (sociali, ambientali e di governance) nel processo d'investimento. L'opposizione a questa revisione da parte non solo degli investitori responsabili ma dell'industria del risparmio gestito nel suo insieme è massiccia: l'analisi delle migliaia di considerazioni pervenute al Dol durante il periodo di consultazione pubblica sulla revisione ha rivelato che nel 95% dei casi la valutazione espressa è di opposizione.

Gli investitori riuniti nella Investor Alliance for Human Rights, attiva nell'ambito della salvaguardia e protezione dei diritti umani nelle attività di business, si sono invece rivolti di recente a tutti i Governi del mondo chiedendo che per le imprese venga resa obbligatoria la due diligence sui diritti umani. Fondandosi su quanto previsto dai Principi Guida su Business e Diritti Umani adottati dalle Nazioni Unite nel 2011, essi chiedono che l'analisi, la valutazione e rendicontazione dell'impatto dell'attività di business sui diritti umani diventi un obbligo di legge. Che è poi la direzione verso cui si sta muovendo la stessa Unione europea, che nei mesi scorsi con il Commissario europeo alla Giustizia ha annunciato per l'anno prossimo un'iniziativa legislativa per introdurre la human rights due diligence obbligatoria.

Il nuovo protagonismo degli investitori responsabili, sempre meno disposti ad attendere tempi lunghi, per non dire biblici, per veder esaudite le proprie richieste, emerge anche da avvenimenti come le recenti dimissioni del Ceo di Rio Tinto, colosso mondiale dell'estrazione mineraria, costretto al passo per via dello scandalo legato alla distruzione da parte della società di un sito sacro agli aborigeni australiani e alla conseguente "rivolta" degli azionisti. Emerge dalla rapidità con cui investitori responsabili hanno "scaricato" i loro investimenti in Boohoo, marchio britannico della moda, quando si è trovato alle prese con violazioni dei diritti umani e precisamente di situazioni di cosiddetta "schiavitù lavorativa" nella propria catena di fornitura. Emerge, ancora, nella perentorietà con cui gli investitori aderenti a Climate Action 100+, forse la più grande iniziativa globale di engagement collaborativo di sempre (oltre 500 gli investitori istituzionali membri, con quasi 50 trilioni di dollari di asset), hanno chiesto - ma verrebbe da dire imposto - alle 161 società più inquinanti del pianeta (responsabili di circa l'80% delle emissioni industriali di gas serra) di indicare precisi target, e le strategie per conseguirli, in termini di risposta alla crisi climatica. Annunciando che saranno strettamente monitorate e valutate sulla base delle risposte, evidentemente insoddisfacenti fino a oggi, che forniranno.

Siamo all'alba di un engagement "aumentato" o 2.0? Dove il dialogo e confronto con le imprese accelera, diventa più ultimativo, ma soprattutto non è più l'unico e forse nemmeno il principale terreno su cui coalizioni di investitori sostenibili provenienti dai quattro angoli del pianeta si attivano, alzano la voce, chiedono risposte precise su obiettivi circostanziati, arrivando ormai a interagire da pari a pari con Stati, Authority, legislatori, regolatori? A dirlo sarà il tempo. Ma volto, confini e strategie dell'engagement sono forse già cambiati per sempre.

 

 

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