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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Economia circolare: i numeri del cambiamento

Economia circolare: i numeri del cambiamento

Society 3.0

Se ne parla e sempre di più e le definizioni si moltiplicano. Ma cosa vuol dire davvero? Un decalogo short and sweet per avvicinarsi a un tema complesso.

​​​​1-Sharing is not circular
Sgomberiamo il campo dai dubbi: l'economia circolare e quella collaborativa sono due cose diverse. L'economia collaborativa, infatti, concerne la radicale trasformazione delle modalità di consumo che ha consentito e sta consentendo il passaggio da un regime di proprietà a uno di affitto e noleggio. In una società di servizi, che a livello di PIL rappresentano il 60-70% delle economie nei paesi più ricchi, possedere un'auto diventa un qualcosa di superfluo. Ciò che conta è avere la possibilità di accedere con facilità ai servizi che quel bene offre, nel caso specifico il trasporto.

L'economia circolare, invece, si contrappone al modello di produzione e consumo tradizionale, lineare appunto, che va dalla produzione del bene al suo consumo e, soprattutto, alla sua dismissione con conseguente produzione dei rifiuti, contrapponendogli un sistema in cui il bene o il prodotto sono ancora al centro dell'attenzione, ma l'obiettivo diventa rendere efficiente l'uso delle risorse e allungare il ciclo di vita del bene stesso.

Per utilizzare un'immagine molto fortunata, a livello di economia circolare ciò che serve è ancora un trapano, il più possibile duraturo e costruito con attenzione alle risorse impiegate; per la sharing economy serve solo il buco.

2-
Economia circolare: significati diversi per livelli decisionali diversi
È possibile distinguere aspetti diversi del modello ispirato alla circolarità per quanto concerne consumatori, imprese o sistema paese nel suo complesso. Per il consumatore, l'utente finale raggiunge un obiettivo molto pratico, che è quello di risparmiare sulla spesa in beni e prodotti.

Da un punto di vista dell'impresa, puntare sulla circolarità significa rivedere il modello produttivo attraverso un uso più efficiente delle risorse disponibili, una riduzione significativa dei costi, ma anche una maggiore responsabilizzazione rispetto alla creazione di un prodotto che entra a far parte di un sistema integrato.

A livello di paese, infine, il tema è naturalmente l'opportunità/necessità di creare reddito e occupazione, il che porta al centro dell'attenzione il tema caldo della scienza delle finanze di oggi che concerne l'impatto dell'innovazione (tecnologica e sociale) sul mercato del lavoro e sul welfare state. Anche da un punto di vista degli scambi con l'estero e di un nuovo modo di concepire la globalizzazione, la circolarizzazione dei settori produttivi pone la questione della proprietà delle materie prime, della loro esportazione/importazione e di una geopolitica delle risorse.

3-
L'importanza del settore education
Il modello di economia circolare, per quanto possa sembrare banale, domanda a gran voce un investimento massiccio nel settore education, per creare o potenziare quelle competenze che, sempre più, si rivelano necessarie in un periodo di radicale trasformazione della produzione e dell'organizzazione del lavoro.

Programmazione (coding), prototipazione e stampa 3D rappresentano skills sempre più apprezzate e utili e necessitano, dunque, di istituzioni che sappiano innovare la didattica e i programmi delle scuole, a partire da quella primaria. Luoghi come i fab lab, per non fare che un esempio, costituiscono esperimenti interessanti e in grado di promuovere nuove competenze a tutti i livelli.

Le profonde trasformazioni in atto implicano anche la necessità di tenere conto del reskilling, quella riqualificazione che, nell'industria 4.0, sappia dare anche agli adulti e ai lavoratori con esperienza la possibilità di usufruire delle nuove opportunità, in un'ottica di lifelong education.

4-EPR (Extendend Producer Responsability)
L'Extended Producer Responsability (EPR) è un approccio di intervento pubblico promosso dall'OCSE che punta a responsabilizzare il produttore (finanziariamente e nella realizzazione dei beni) per il trattamento e la gestione dei rifiuti al termine del ciclo di vita del bene stesso. La responsabilità dell'azienda è circolare perché accompagna il prodotto fino alla fine del suo ciclo di vita, in un concetto appunto che sostituisce all'esternalità la responsabilità sociale ed ambientale verso un bene.

5-Trend is not trendy
L'economia circolare e del riuso, come quella collaborativa, rappresentano nuovi modi di intendere il rapporto tra economia e società, nonché ipotesi e opportunità interessanti per ridefinire il modello di sviluppo. Ciò detto, quello che è indubbiamente un trending topic non deve semplicemente trasformarsi nella moda passeggera sulla bocca di tutti, una parola che molti utilizzano senza tenere conto di significato e implicazioni annesse. Come sempre, non è il concetto in sé, ma cosa se ne fa a produrre conseguenze misurabili.

6-Economia circolare: le persone al centro del cerchio
La responsabilizzazione nella produzione e consumo di un bene mette la persona al centro del sistema, quasi un uomo vitruviano che, nel legame con i prodotti e la loro storia, riconosce un'identità. In economia si parla di beni posizionali, quando l'utilità di un certo prodotto dipende anche dal consumo che ne fanno gli altri. Allungare la vita di un bene contribuisce a creare un legame tra lo stesso e il suo utilizzatore. L'economia circolare entra nell'intimità della vita del consumatore ponendolo al centro del modello, in una visione davvero fondata sulla user experience. Il riuso, il mercato delle riparazioni, l'attaccamento a un certo oggetto, sono tutte caratteristiche che aumentano la consapevolezza della persona e trasformano il consumatore in un consumautore (Morace, 2016).

7-Ridisegnare la logistica: un'opportunità per la crescita
Una logistica efficiente contraddistingue un'industria di successo. Anche in questo senso l'economia circolare può diventare strategica nel garantire, attraverso il riuso, una riduzione dei costi di produzione e un miglioramento della qualità del servizio.

8-
La Cina e il bilancio emergetico
La parola emergia fa riferimento a una grandezza fisica definita come l'energia disponibile di un solo tipo utilizzata, direttamente o indirettamente, per produrre un bene o un servizio. Il bilancio emergetico misura le differenze qualitative tra le diverse forme di energia (radiazione solare, combustibili fossili, ecc.); ciascun tipo di energia ha caratteristiche differenti e supporta in vari modi i sistemi naturali ed umani. Una lezione interessante arriva dalla Cina, il paese al mondo che, pressato anche da una demografia vincolante per quanto concerne l'inquinamento, ha introdotto un importante sistema di contabilità nazionale molto in linea con l'idea di economia circolare (Nature, 2016).

L'obiettivo principale diventa la riduzione dell'intensità energetica della produzione. Di nuovo, non essere tanto orientati al quanto si produce, ma al come lo si fa, aumentando l'efficienza nel consumo di sempre meno risorse e raggiungendo il duplice obiettivo della crescita economica e della tutela ambientale.

9-
Incentivi fiscali a favore della circular economy: il modello svedese
In Svezia, la coalizione al governo di verdi e socialdemocratici ha proposto l'introduzione di incentivi fiscali, con in particolare l'idea di ridurre l'IVA dal 25% al 12% nel caso di ricorso al mercato delle riparazioni. L'obiettivo è duplice: spingere i consumatori a modificare il loro comportamento con una maggiore attenzione verso il modello circolare e creare opportunità occupazionali, soprattutto a favore dei migranti in costante aumento, per esempio, che si trovano spesso senza un background educativo in grado di facilitare un loro immediato collocamento sul mercato del lavoro.

10–To PIL or not to PIL
Dulcis in fundo, in questo breve decalogo sull'economia circolare, abbiamo tenuto la questione della misurazione del valore. Lo scorso anno, l'Economist ha dedicato un articolo al PIL. Il prodotto interno lordo, infatti, è l'indicatore principe con cui misuriamo il valore della produzione in un'economia in un certo lasso di tempo. Il reddito è per buonissime ragioni una valida metrica, in grado di dire qualcosa sulla prosperità economica di una persona e di una nazione. Tuttavia, non per forza rappresenta il modo migliore di misurare la ricchezza prodotta attraverso l'economia circolare, e per un'altrettanto valida ragione.

Il PIL, infatti, è una misura di flusso: tiene in conto del valore aggiunto della produzione e del flusso della stessa all'interno di un'economia. Tuttavia, non è pensato né è costruito per valutare l'accumulazione (o decumulazione) dello stock di risorse.

Abbiamo più volte detto che l'economia circolare punta a un efficientamento delle risorse, attraverso la riduzione e il risparmio sui costi di produzione e l'allungamento del ciclo di vita di un prodotto. Ciò significa che, a livello di PIL, queste sono tutte dimensioni che non vengono catturate, perché si concretizzano attraverso una valorizzazione di quanto già prodotto, piuttosto che per via della generazione di un nuovo flusso.

 

 

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