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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > La canzone della Terra

La canzone della Terra

Environment

I suoni della natura possono diventare una sinfonia, nelle mani giuste. Ecco come dagli archivi di Greenpeace è nato un progetto in grado di far suonare il pianeta.

​​​«Quando si tocca il tema dell'ecologia, la gente si aspetta sempre che si parli di catastrofi e altri aspetti negativi.  E sì, certo, lo stato del pianeta è drammatico, il problema del riscaldamento globale è una emergenza ed è triste vedere come stiamo trattando l'ambiente. Ma ci può essere anche un modo gioioso, divertente, per trattare questi temi. E le azioni che intraprendiamo per innescare il cambiamento possono essere ispirate dalla bellezza». Ha le idee chiare Elodie Suzanne, alias Dilo. Musicista di estrazione elettronica e jazz originaria dell'isola della Reunion, avamposto francese nell'Oceano Indiano e paradiso naturale (a rischio, come quasi tutti i paradisi naturali, di tifoni, uragani, depauperamento della fauna ittica e così via) fatto di barriere coralline, foreste pluviali, entroterra vulcanico e spiagge per ora incontaminate. 

Per dare senso al vecchio adagio riguardo al fatto che, appunto, potrà essere la bellezza a salvare il mondo, o almeno a provarci, l'artista ha da poco presentato un progetto, intitolato​ Eat My Butterfly, che celebra proprio i suoni della natura. Dalle onde che si infrangono sul litorale delle Mauritius al ghiaccio che si spezza nell'Artico, dai richiami degli uccelli tropicali alle voci campionate dei pescatori di Papua in Nuova Guinea, si snoda un panorama naturalistico e umano riprocessato in suoni a tratti ipnotici, a tratti intensamente ritmici.

Perché la natura – così come gli esseri umani – ha un suo pattern ritmico interiore. Un beat implicito. Musica vera e propria che normalmente non cogliamo, quando invece basterebbe un po' di attenzione e la predisposizione a catturare la continuità tra gli elementi che ci circondano. E che, in qualche modo, suonano una sinfonia frastagliata e ininterrotta.

Djs For Climate Action

È proprio partendo da questi presupposti, depurandoli dai loro connotati più banalmente “new age" per collegarsi invece alla concretezza delle lotte ambientali che caratterizzano questi anni, che è nato il progetto più ampio chiamato Djs For Climate Action. Una vera e propria chiamata alle armi per musicisti e producer di tutto il mondo, invitati a creare “storie musicali" utilizzando l'immensa library di suoni naturali messa a disposizione dall'archivio di registrazioni sul campo di Greenpeace. (https://www.djs4ca.com/climate-sample-pack). La risposta è stata impressionante: trecento sound-maker hanno attinto al “climate sample pack" per creare un arazzo musicale che ci racconta della Terra e nel quale la Terra stessa si racconta. 

Il brief consegnato agli artisti era semplice: come immagini che suonerà il futuro? Ad ascoltare le elaborazioni di questi “field recordings"- che sfoceranno in un doppio album su vinile, intitolato Climate Soundtracks: Future Visions e prodotto ovviamente nel modo più eco-friendly possibile - sarà un suono tanto pacificato quanto per certi versi inquietante. In questo senso, la pre​senza umana può dare una coloritura più ottimista e calda. Ed è esattamente quello che ha fatto Dilo in Yéla Mama, la traccia che ha donato al progetto. Nel brano spiccano infatti le voci del cantante senegalese e della vocalist della Reunion Justine Mauvin. Entrambi cantano in dialetti tradizionali, il linguaggio Wolof per Lass e il patois creolo per Mauvin. “Anche i linguaggi differenti - spiega Dilo - aprono a una prospettiva diversa sulla nostra percezione dell'esistente. La natura è fatta di diversità e di incroci, rimanere confinati nell'ottica bianca e occidentale è una limitazione».

Portare a galla le connessioni, tra noi e gli altri esseri umani e tra gli esseri umani e il loro ambiente. Per poi provare a riconfigurarle con la fantasia, creando nuove, possibili forme di interazione preservando allo stesso tempo quelle esistenti. Forse è il compito più importante che avremo da affrontare nei
prossimi decenni. L'arte, come spesso accade, può già fornire qualche anticipazione. E perché no, anche qualche suggerimento.

 

 

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