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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Il virus non esiste

Il virus non esiste

Society 3.0

Come nasce lo scetticismo selettivo che porta a non fidarsi dei canali ufficiali di informazione. Changes ne ha parlato con Fabio Paglieri autore di “La disinformazione felice. Cosa ci insegnano le bufale”.

​​​Si è indebolito, anzi no, il virus non esiste. Lo hanno scandito qualche settimana fa i gilet arancioni assiepati in piazza Duomo a Milano. Privi di mascherine per “smascherare", paradossalmente, “il più grande bluff della storia organizzato della finanza mondiale", finalizzato a “vendere il nostro Paese alla Cina", i dimostranti capitanati dall'ex generale dei carabinieri Antonio Pappalardo hanno sfidato le regole imposte dalle autorità per la fase 2 e soprattutto le norme che vogliono che le convinzioni si basino su evidenze. Perché, «come tutti i teorici del complotto, i gilet arancioni  sono affetti da 'scetticismo selettivo', che li porta a non fidarsi dei canali ufficiali e della narrazione prevalente, ma al contempo ad accettare fideisticamente le idee più balzane dell'ultimo blogger o capopopolo di turno», spiega Fabio Paglieri, ricercatore presso l'Istituto di Scienze e Tecnologie del Cnr di Roma e autore di La disinformazione felice - Cosa ci insegnano le bufale (il Mulino).

Se poi la confusione e l'incertezza scientifiche possono essere utilizzate a fini politici, non manca chi soffia sul fuoco: una nota del Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, per esempio, ha sottolineato come, durante la pandemia, profili fake, rilancio di post Facebook, siti esteri che diffondono su numerose piattaforme e account notizie fuorvianti abbiano volutamente aumentato la disinformazione sul web, «in un contesto geopolitico nel quale il coronavirus rappresenta il palcoscenico perfetto che alcuni regimi autocratici aspettavano per mostrare una supposta, e non provata, maggiore efficienza e capacità, rispetto alle democrazie occidentali». Lo si è visto, d'altra parte, anche durante la fase degli aiuti internazionali arrivati sul nostro territorio quando «Paesi come la Cina e la Russia hanno sfruttato il contagio italiano per manovre propagandistiche, nascondendo il pugno della retorica nel guanto degli aiuti» rimarca Paglieri. «Simili strategie fanno parte del normale 'arsenale retorico' delle relazioni internazionali: però in questo momento il nostro paese è terreno particolarmente fertile, sia perché molto colpito dalla pandemia, sia perché già prima covavano sentimenti anti-europeisti e anti-atlantici, pur essendo l'Italia uno degli stati fondatori sia dell'UE che della NATO. Quindi è un bersaglio perfetto per un messaggio che, semplificando, si traduce in una spinta a rivedere i nostri assetti geopolitici: 'i vostri veri amici siamo noi, non loro!'».

IL RAGIONAMENTO CRITICO CI SALVERA'

Come orientarsi allora in questo sterminato panorama in cui è difficile distinguere il vero dal falso? «L'unico vero antidoto alla disinformazione è l'educazione al ragionamento critico», riassume Paglieri, che nel suo saggio ha stilato un elenco degli accorgimenti principali da adottare, per passare dalla retorica dello smontaggio di teorie sbagliate alla costruzione di teorie migliori. «Anziché mettere in ridicolo i mille buchi delle teorie altrui, ci si occupi di offrire versioni comprensibili e sensate delle teorie che a queste si contrappongono, provando a capire quali bisogni, paure e scopi hanno attivato il riflesso cospiratorio» suggerisce Paglieri.

Nel concreto, una prima regola semplice può essere quella di verificare le fonti citate dall'interlocutore, insospettendosi quando si verifica una lacuna bibliografica. È bene controllare anche date precise, perché «la precisione, che viene spesso usata a fini retorici, va verificata ancor più della vaghezza». Un terzo strumento è l'uso consapevole degli strumenti tecnologici a nostra disposizione: se consultiamo Wikipedia, per esempio, faremmo bene a indagare come le voci vengono compilate e magari a confrontare una stessa voce in più lingue (e dunque versioni) diverse. Se citiamo la stessa come fonte delle nostre argomentazioni, poi, sarebbe opportuno distanziarci dalle sue affermazioni e distinguere tra ciò che dicono le fonti e ciò che crediamo noi stessi. Inoltre, andrebbero evitate la polarizzazione e l'escalation dei toni, che portano la discussione a slittare progressivamente dal tema esaminato ad assunti più generali e indimostrati (tipo: si parte da uno scontro sulle tasse e si finisce a difendere l'opposizione accusando gli altri di “essere il tipo di persone che si schiera sempre con i poteri forti").

GLI ISTINTI DRAMMATICI

In più, ci sono quelli che Hans Rosling, docente di salute globale al Karolinska Institute di Stoccolma, chiamava “istinti drammatici": dieci modi di distorcere la realtà che si annidano in ognuno di noi e ci fanno vedere il mondo a tinte più fosche di quanto non sia. Si va dal divario, ossia la tendenza a leggere la realtà e le persone come se fossero organizzate in blocchi contrapposti, alla linea dritta, ovvero la tendenza a pensare che un trend osservato in passato proseguirà in modo uniforme nel futuro, a dispetto di dati non concordanti; dalla colpa, cioè l'inclinazione a cercare dei responsabili per fatti tanto negativi quanto positivi, alla prospettiva unica, vale a dire la tendenza a incasellare i dati entro un unico quadro interpretativo, ignorando quanto non vi si incastra o le ipotesi alternative. Ognuno di questi istinti potrebbe e dovrebbe essere smussato, attenendosi rigorosamente ai fatti e «accettando solo quelle opinioni per cui si possiedono fatti a supporto», secondo lo slogan di Rosling.

Eppure, sappiamo che l'incertezza non è facile da sopportare, come non lo è ammettere di non sapere di fronte a leoni da tastiera che sembrano invece possedere solide certezze. Per questo, sostiene Paglieri, un'enorme quota di fesserie online è «figlia dell'ansia sociale, del terrore di apparire in errore, indecisi, incostanti, ignoranti, volubili agli occhi dei nostri sodali digitali. È il timore che ci spinge a difendere fino alla morte tesi di cui magari noi stessi siamo poco c​onvinti, e sulle quali non ne sappiamo abbastanza per giustificare un tale vigore argomentativo. È la paura che ci porta a intervenire a sproposito su temi nei quali le competenze ci fanno difetto. Ed è sempre questo che ci impedisce di ammettere uno sbaglio o un cambio di opinione, timorosi di chissà quale gogna mediatica e diventando così a nostra volta veicoli di disinformazione, trasmettitori involontari di bufale. Ma la verità è che non siamo così importanti: se imparassimo a considerarci un po' meno il centro del nostro mondo digitale, riusciremmo anche a viverci meglio».​

 

 

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