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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Coworking: sempre più uno state of mind

Coworking: sempre più uno state of mind

Society 3.0

Non solo per liberi professionisti. I luoghi di lavoro condiviso sono scelti sempre più anche dalle aziende che ne sfruttano la tendenza alla contaminazione culturale e la propensione al cambiamento.

​​​In Italia, secondo l'Italian Coworking Survey realizzata nel 2018, sono 551, il che corrisponde, più o meno, a uno spazio ogni 108 mila abitanti. E la maggior parte di essi si trova al Nord Italia anche se al Centro e al Sud sono in crescita. Parliamo ovviamente del coworking che, nato nel 2005 a San Francisco, è ormai una realtà del modo di lavorare anche nel nostro Paese. E se non avete dimestichezza, o non ne avete mai sentito parlare, sappiate che si tratta di spazi condivisi che però poco hanno a che fare con gli uffici che diversi professionisti prendono in affitto insieme, lavorando poi ognuno per conto proprio e magari condividendo segreteria, sala d'aspetto e sala riunioni.

Per freelance sì, ma anche per le aziende

Il coworking, per mutuare un modo di dire anglosassone ormai noto anche agli Italiani, è uno state of mind. Ossia chi varca quella soglia sa bene che non andrà a lavorare in un contesto in cui avrà solo una scrivania, una sedia e un'eventuale macchinetta per il caffè, ma entrerà in un mondo fatto di condivisione pura. Dove si mettono in comune esperienze, competenze, talvolta i contatti che si hanno e persino i clienti. Non a caso i freelance lo scelgono sempre più non solo per evitare di stare in pigiama o isolati tutto il giorno. Sanno che così facendo potranno trovare nuove occasioni di lavoro o magari, in caso di progetti particolarmente complessi o di richieste da parte dei clienti che non possono soddisfare da soli, basterà alzare lo sguardo dal tavolo per reperire, a un palmo di naso, quella conoscenza che non hanno, per entrare in contatto con la persona giusta e così "portare a casa il risultato". Insomma per diventare parte di quello che possiamo definire un ecosistema. Ossia delle persone o essere viventi che, per usare le parole di Wikipedia, "interagiscono tra loro e con l'ambiente che le circonda creando delle interazioni reciproche in un equilibrio dinamico". Un sistema aperto caratterizzato da flusso di energia.

Ma anche e soprattutto per le imprese

Un ecosistema che non piace solo ai freelance: da qualche anno a questa parte a preferirlo sono sempre più le aziende. Ad aiutarci a fotografare la situazione sono ancora i numeri. Stando sempre al sondaggio di Italian Coworking, se è vero che il 53% dei coworker è un libero professionista, la percentuale degli imprenditori o dipendenti di piccole o grande società e ancora degli startupper è tutt'altro che irrilevante: si tratta del 39%.

E come si evince dal sondaggio, la presenza delle aziende dentro il coworking è duplice: da un lato preferiscono questi spazi a uffici asettici in cui far lavorare i loro dipendenti lontani dalla sede principale, dall'altro, vuoi perché sono all'inizio, quindi in fase startup, vuoi perché sono consapevoli dell'enorme potenziale e del fatto che un coworking è un hub di competenze e di innovazione continua, li eleggono come loro sede operativa.

Nel primo caso, il tutto, come rilevato dall'Osservatorio Smart Working del Politecnico, rientra in piena ottica "lavoro agile": stando alla ricerca presentata nell'ottobre scorso, per il 58% delle aziende il coworking è proprio uno tra i luoghi più indicati per applicare lo smart working insieme all'abitazione del lavoratore (80%), le altre sedi aziendali (75%) per poi passare ai luoghi pubblici (52%).

Il posto ideale per i dipendenti

Coworking e smart working non sono ovviamente la stessa cosa, ma intimamente collegati. In una situazione simile, si trova per esempio Antonio, dipendente di un'azienda spagnola che abbiamo incontrato al Coworking Cowo® di Milano Lambrate: «Avevamo la sede in Italia finché per vari motivi la casa madre è stata costretta a chiuderla. È così, mentre la segreteria era alla ricerca di un ufficio per me (non avrei mai accettato di lavorare da casa) si è imbattuta nella rete Cowo®. Da lì al trasferirmici il passo è stato breve. E devo dire che questo mi ha permesso di 'ammortizzare' il fatto che non lavorassi più negli uffici aziendali e non per mia scelta. Qui ho conosciuto gente che fa dei lavori diversi dal mio e, nonostante questo, ho stretto rapporti molto più intensi di quanto io stesso potessi immaginare. Se per i problemi che riguardano il lavoro tout court mi basta una call via Skype, per quanto riguarda il resto – vita, organizzazione o semplicemente fare una chiacchiera per svagarmi – non devo fare altro che alzarmi dalla scrivania. E qui lo faccio molto più spesso di quanto mi capitasse in passato».

E se pensate che situazioni simili ci siano solo a Milano, basta arrivare in Emilia Romagna, con esattezza a Parma. Nella cittadina emiliana, nel coworking proprio creato dalla CNA, Riccardo non è un freelance, ma il dipendente di una compagnia di assicurazioni. «La soluzione ideale per me che mi sposto di continuo tra Parma, Genova e Milano, per fare le mie telefonate giornaliere, avere il mio spazio e allo stesso tempo non essere da solo».

Ma perché le aziende prendono scelte simili? Si tratta solo di motivi economici? Non proprio, come spiega Massimo Carraro, fondatore nel 2008 della Rete Cowo® che vanta 123 spazi in 73 città, di cui 2 in Canton Ticino Svizzera, 11 anni di attività e presenza in 15 regioni. «A guidarle verso questa scelta è più la possibilità di pensare 'out of the box', in un ambiente dove la partecipazione di professionalità diverse arricchisce tutti coloro che vi partecipano. Il coworking permette un'interpretazione della cultura azienda in chiave aperta, a contatto con altri. È l'azienda che va fuori, vive senza i muri, e incontra altre realtà. Il dipendente, inoltre, è gratificato dall'autonomia che gli deriva dal lavorare lontano dal concetto 'tornelli/badge/controllo'».

Anche Instagram è nata in un coworking

Non solo per i loro dipendenti, spesso sono le aziende stesse a trasferirsi dentro un coworking, o addirittura a mettere qui le basi per la loro attività imprenditoriale: «La stessa Instagram è nata in un coworking» ci ricorda Massimo Carraro. «Ma lasciando stare il caso noto e globale, ho visto diverse aziende nascere dentro i coworking così come molte ce ne sono tuttora. I settori sono i più disparati: edilizia, software, e-learning, retail e tanti altri ancora. L'esperienza della nostra Rete - diffusa su tutti i tipi di territorio, inclusi centri medi e piccoli – dimostra che il coworking è adatto a chiunque, non solo innovatori digitali o start-up ipertecnologiche, come a volte si pensa, ma anche a team di dipendenti di aziende tradizionali, singoli project manager, professionals di ogni tipo».

Il G55 di Partanna: coworking ma anche Fablab

Questo succede al coworking di Lambrate così come a Partanna (provincia di Trapani, 11 mila abitanti scarsi), al G55, dove il coworking è figlio delle intuizioni visionarie dell'amministrazione comunale e della partecipazione alla Rete Cowo®. Oltre a liberi professionisti, qui si trovano società di consulenza, di sales management, aziende che producono impianti elettrici ma anche fondazioni ed enti. Molte di queste hanno trasferito all'interno del coworking la sede operativa anche grazie al fatto che questo spazio è anche un vero e proprio fablab che ha l'obiettivo di portare «la digital fabrication e la cultura open source in un luogo fisico dove macchine, idee, persone e approcci nuovi si possano mescolare liberamente».

Che per le aziende si traduce con la possibilità di sviluppare una tecnologia e trovare qui un ambiente per farlo, ma allo stesso tempo anche un professionista o artigiano (il cosiddetto maker) che possa dare il proprio contributo. Inoltre, nel fablab sono molti gli eventi che diventano occasione per presentare un prodotto agli utenti e dare le indicazioni per un uso corretto. Come per esempio i droni, non a caso, dentro il coworking di Partanna, ha sede anche una scuola di pilotaggio droni.

«Il coworking», aggiunge Carraro «è stato scoperto dalle aziende in virtù dei fortissimi vantaggi sia operativi sia di value for money - si pensi ai costi del real estate, ai vincoli contrattuali, alle incombenze legate alla gestione di un immobile - che da soli sono un fattore sufficientemente rilevante. Ci sono poi anche dei fattori culturali legati alla validità dei modelli di lavoro in ambiente collaborativo e condiviso, che si stanno affermando. E a mio avviso, tra i motivi di questa crescente diffusione, la presenza attiva e propositiva di istituzioni quali il Comune di Milano che da 4 anni promuove presso tutti i soggetti imprenditoriali le 'Giornate del lavoro agile', in cui invita le organizzazioni a gestire in modo agile il tempo dei propri dipendenti e collaboratori, che possono gestirsi il lavoro da casa o da un coworking space. In tutto questo, l'impatto positivo viene misurato, studiato e divulgato». 

Il coworking d'impresa di Fiorano Modenese

Tra gli ultimi coworking creati nel 2019, c'è poi il caso del coworking d'impresa di Fiorano Modenese, nato dalla sinergia tra Start & Cows, realtà che si occupa di mentoring, ricerca e selezione del personale e consulenza alle aziende e la Regione Emilia Romagna, con il contributo finanziario del "Programma regionale attività produttive". Obiettivo: operare in rete con le realtà che sono già presenti sul territorio o in fase di startup per agevolare la digital transformation nel settore della ceramica. La Start& Cows per altro qui darà vita a iniziative di mentoring, sesssioni di business model, programmi di accelerazione per giovani e startup, oltre a dare modo alle aziende di utilizzare questi spazi per presentare tecnologie emergenti e tanto altro. Un po' come succede anche a Partanna, dimostrando che il coworking, come evidenzia Carraro «è passato dall'essere una curiosa bizzarria a una tendenza sociale importante, sempre più spesso citata dai media e nei convegni e - quel che più conta - sempre più scelto come soluzione al problema del luogo di lavoro che coinvolge tutti i tipi di professionisti e aziende, nessuno escluso». 

 

 

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