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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > La decrescita felice è un’illusione

La decrescita felice è un’illusione

Environment

Nell’economia post virus tutta da costruire abbiamo l’occasione di dare vita a un ciclo costruttivo e risuonante fra benessere umano e del pianeta.

​La crisi determinata dalla pandemia di Covid-19 ha imposto sofferenze e un alto prezzo da pagare alla società e all'economia. Nondimeno, essa porge anche un'opportunità: ripartire su basi migliori, più efficienti, più eque, con la possibilità di seminare il germe di una nazione più fedele ai valori della legalità. Non si può tornare alla normalità del passato poiché essa era il problema.

Per questo, occorre che i fondi di rilancio comunque reperiti vengano indirizzati alla svolta di cui il pianeta ha necessità e per cui l'Italia ha massimo potenziale: un'economia e una società sostenibili. Il Coronavirus ci lascia con l'economia rallentata, disoccupazione, disparità acuite fra ricchi e poveri: fra le nazioni, ma anche fra chi, nei vari paesi, ha retto l'onda di un'economia che inaspettatamente si è fermata, e chi non aveva i mezzi per farlo.

Ma lascia anche la consapevolezza che è stato sufficiente il rallentamento di massa per qualche settimana di alcuni nostri comportamenti non necessari, la quarantena, perché la natura riprendesse il suo posto: sono tornati gli uccelli in cielo, i pesci a Venezia, e si respira meno di quel particolato che favoriva condizioni preesistenti di vulnerabilità al virus e forse anche agiva come un taxi aereo per portarlo nei nostri polmoni. Infine, Covid-19 lascia il superamento dei tabù di spesa pubblica che ingessavano l'Europa: investire, quando ci vuole ci vuole, anche oltre i sacri parametri.

Non è poco. Non si tratta infatti di rallentare e basta, in un'illusoria decrescita “felice" che lascia vittime sul campo, tanti disoccupati e imprenditori falliti. Si tratta di ricominciare subito a correre sul cavallo più veloce. Una relazione corretta e costruttiva fra le comunità umane e i loro territori dispiega un potente effetto di tutela della salute. Inoltre si raggiunge, valorizzando anche l'impegno dell'Unione Europea per una Svolta Verde, attraverso politiche che preludono ad un'accelerata crescita e quindi rappresentano un'efficace ricetta di recupero dal rallentamento. La revisione sostenibile è una politica espansiva dell'economia che, finanziando la riconversione di vari settori, crea crescita e occupazione qualificata. La crescita contemplata nella svolta verde si distingue tuttavia dalle precedenti perché creerebbe valore aggiunto nella qualità invece che nella quantità: qualità e durata del prodotto, ma anche del processo produttivo e nelle vite di chi vi partecipa. Una società che mangia, consuma, si muove meno ma molto meglio, genera più reddito più rapidamente, e non a discapito bensì assieme alla sua finalità: qualità della vita. E poi, non va trascurato, la qualità sostenibile caratterizza una produzione che recupera il vantaggio specifico dell'Europa e ancor più dell'Italia: tanti possono batterci sui costi e le quantità, ma noi abbiamo il DNA della qualità.

LA SVOLTA VERDE CONVIENE

Inoltre, una svolta verde ci libererebbe di tanti costi: l'obesità ad esempio, che brucia il 3,2% del PIL nei paesi avanzati e l'8% della spesa sanitaria. E anche dei costi di una natura che non può più svolgere le proprie funzioni: pioggia, fertilità, ma anche quella fondamentale di tutelare la salute se solo le si lascia confinare AIDS ed Ebola dove appartengono, alla foresta; se le si lasciano le zone umide per purificare le acque; se le si lascia l'ultima parola sul come devono vivere le sue creature, non certo confinate in sovraffollati cubicoli, ove è necessario imbottirli di antibiotici che creano la super resistenza dei batteri per divenire sovrabbondanza insalubre.

Infine, una conversione verde disinnesca il peggior pericolo che ci ha portato Covid-19, il sovranismo nella disuguaglianza. Un'economia calibrata sull'ecosistema deve arrendersi a una realtà, che siamo tutti un corpo connesso. Così come non si può fare profitto salvando il clima se i miei progressi tecnologici lasciano gli altri nel bisogno di inquinare di più, non si starà mai al sicuro se si abbandonano interi popoli in una povertà e vulnerabilità che sono autostrade per ogni morbo, pronto a tornare da noi.

È imperativo allora che non si perda l'occasione non solo di rialzarci, ma di diventare modello globale. L'idea di un ciclo costruttivo e risuonante fra benessere umano e del pianeta offre un'opportunità specifica e privilegiata all'Italia, date le sue caratteristiche territoriali. Si dice che l'Italia ha poche risorse naturali: forse sarebbe vero in prospettiva classica. Invece, nell'ottica di una domanda focalizzata sulla qualità più che sulla quantità, osservando mercati che valorizzano e remunerano sempre di più la ricchezza dell'esperienza fornita dal prodotto, risulta che abbiamo la più alta concentrazione mondiale delle risorse in assoluto più richieste dal mercato: bellezza e paesaggio, cultura, sapere e scienza, innovazione spontanea, imprenditorialità e molto altro. L'Italia si è fatta un po' ingannare dall'economia globale e ha partecipato alla corsa della produzione ampia e ai più bassi prezzi possibili, negando però un territorio che è di fatto vocato alla produzione ristretta di qualità; e non solo per i beni di consumo.

LA RICCHEZZA DEL FUTURO

Emerge oggi, su basi scientifiche, che questa economia è più forte di quella tradizionale; e una gestione sostenibile dell'economia è già stata scelta dalle nazioni più forti, come la Germania o i Paesi scandinavi. Loro già ci si arricchiscono – un territorio valorizzato fa bene a tutti - ma n​on hanno per natura le risorse migliori. Quelle ce le abbiamo noi, in Italia. L'Italia che racchiude il 50% del patrimonio storico artistico mondiale, la metà della biodiversità europea e una capacità imprenditoriale straordinaria. Se riusciamo a trasformarci in un paese che gestisce il suo territorio in armonia a 360 gradi, con efficienza solidale, diventiamo il modello globale per il futuro. E, quasi senza accorgercene, porremmo le premesse per risolvere altri problemi cronici: legalità, eguaglianza, debito pubblico, asimmetria Nord-Sud, piramide demografica. Sembra un balzo in avanti ardito, ma è un fatto: l'economia sostenibile è quella che interpreta il territorio valorizzandone ogni potenziale, sospinta da una domanda che non remunera più la quantità uniforme, ma la ​specialità di nicchia.

Nessun territorio ha tanto di questo da offrire come quello italiano a tutte le sue latitudini e in tutte le sue competenze storiche: dall'artigiano allo scienziato. Senza contare che, toccando con mano i benefici di un territorio che genera ricchezza solo se è rispettato come bene comune, nasce la cultura solida della legalità. Quella per cui ognuno capisce che ad evadere le tasse sottrae mezzi alla gestione della sua base di reddito, e magari si preoccupa di impedire che rifiuti tossici non avvelenino nessuna mozzarella, perché la sua eccellenza concorre all'immagine di mercato di tutti. Anche di chi fabbrica macchine utensili. Forse per noi, italiani, è l'ultimo treno: possiamo permetterci di perderlo?
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