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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > COVID-19: ripensare tutto prima che sia tardi

COVID-19: ripensare tutto prima che sia tardi

Environment

Questo è un piccolo assaggio del mondo che ci aspetta se non si cambia rotta e si tutela l’ambiente: batteri resistenti a ogni antibiotico e crescita esponenziale degli impatti su agricoltura, territorio, sicurezza e pace.

​Ci siamo: è iniziata l'era degli impatti. Appena un paio di anni fa ancora non volevamo credere a una scienza che ci pareva fantascienza quando indicava che presto il clima alterato avrebbe colpito i nostri raccolti o devastato un porto in Liguria, e altrove avviato conflitti e migrazioni. E non ci siamo neanche accorti che la stessa scienza ammoniva sui forti pericoli sanitari causati dal degrado ambientale. Ora siamo costretti ad ascoltare.

Benvenuti in un piccolo assaggio del mondo che ci aspetta se non cambiamo rotta e tuteliamo l'ambiente: crescita esponenziale degli impatti su agricoltura, territorio, sicurezza e pace; ma anche moniti su batteri resistenti a ogni antibiotico o sullo scongelamento di virus preistorici con la fusione del permafrost artico. Questa stessa scienza che finora ha colto nel segno certifica anche un altro fatto essenziale: abbiamo pochissimo tempo, ma possiamo ancora invertire rotta se solo capiamo bene cosa è successo e ne traiamo le logiche conseguenze.

Non si tratta di lodare gli aurei tempi passati, funestati da guerre, carestie e pestilenze e con attese di vita alla nascita di molto inferiori alle nostre: benvenuta scienza, grazie tecnologia! Si tratta invece di cogliere il paradosso. Oggi avremmo tutto – scienza e risorse – per liberarci di tutti questi mali del passato e invece abbiamo abbracciato un sistema che ce li restituisce amplificati e invincibili, e che si puó cambiare al solo prezzo di vivere tutti meglio. Non serve costruire un mondo più sanitario, bensì un mondo più sano per tutti a 360 gradi.

Non si può rigorosamente affermare che proprio COVID-19 sia causato dal degrado ambientale, così come non si può asserire che uno specifico ciclone sia causato dal riscaldamento globale: fa solo parte di una tendenza statistica che suggerisce, ad esempio, che AIDS ed Ebola sono entrati nel circuito umano grazie al nostro rapporto distruttivo con le foreste, o che il prossimo invincibile Super Man dei batteri nascerà in uno di quegli allevamenti crudeli ove si stipano animali imbottendoli di antibiotici a incubare la resistenza a qualsiasi farmaco. E non è un problema in più rispetto al clima o alla drammatica perdita di biodiversità; è lo stesso problema perché ha le stesse cause.

Cosa è successo? Pensiamo a come mangiamo: grazie scienza, grazie tecnologia che ci fate produrre calorie sufficienti a sfamare più di 10 miliardi di persone. Ma chi dobbiamo ringraziare se ciò si è trasformato in un sistema che spreca il 30% di quel cibo, depreda risorse – invadendo le foreste di Ebola che poi non assorbono più neanche CO2 – per creare 1,5 miliardi di ipermangiatori insalubri a fronte di 815 milioni di denutriti? Se iniettassimo giuste dosi di tecnologia su produzioni più piccole, sovrane e locali, culturalmente ricche e varie, ne avremmo per tutti, migliore, e in abbondanza. Non solo, ma le diete sarebbero meno intasate di proteine avvelenate, provenienti in dosi salutari da animali che hanno vissuto un'esistenza dignitosa e senza antibiotici, fertilizzando le terre con le loro deiezioni e quindi aiutando ad assorbire carbonio con la crescita vegetale. Tutto al posto di quell'agricoltura degli obesi contro denutriti che invece è responsabile di oltre il 20% dei gas serra.

Questo vale in tutti i settori: se alcuni sprecano le loro vite a produrre un reddito intasato di oggetti che non hanno il tempo di usare mentre altri cercano brandelli nelle discariche; se io mi complico l'esistenza con tre auto in garage mentre una donna in un villaggio deve fare 10 miglia a piedi per un orcio d'acqua, madre natura ci restituisce il conto con gli interessi. E COVID-19, su questo, ci sta dando anche l'ultima lezione essenziale: non c'è governo al mondo che possa risolvere il clima, la natura e le pandemie se tutto non parte dalla libera responsabilità individuale. Restiamo a casa: forse è l'occasione per fermarci, riflettere e cambiare rotta.


 

 

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